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Il liberismo di Ernesto Rossi nel segno di Luigi Einaudi

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Oggi che i valori sembrano ancora più offuscati dalla nebbia dell’incomprensione e, che la rabbia e il risentimento servono da volano per l’ascesa dei partiti populisti e liberticidi, fare chiarezza riguardo concetti come la democrazia liberale, il capitalismo e il liberismo, è la missione di colui che vuole comprendere la realtà che lo circonda. A tale imperativo risponde la Critica delle costituzioni economiche di Ernesto Rossi, edizioni Castelvecchi, Introduzione a cura di Gianmarco Pondrano Altavilla e Nota storica di Andrea Becherucci.

Con il bisturi della critica l’autore casertano raccoglie nei due saggi che compongono il lavoro ( critica al capitalismo e critica al sindacalismo) tutte le contraddi- zione teoriche e pratiche che si innescano non solo nei sermoni anti- capitalistici ma anche in quei liberisti, che innalzano la dottrina economica a tabù indiscutibile. Il Nostro desacralizza il liberismo e lo cala giù dall’astrattezza accademica, pronto a stuzzicarlo dove serve.

Sicché, decide di porre «in luce i difetti e gli inconvenienti principali del regime capitalistico» non perché il diavolo in persona ma «in rapporto al [ suo] ideale di civiltà» ( p. 53) per far notare come alcuni di «questi difetti e di questi inconvenienti non possano essere considerati dei malanni accidentali, delle forme degenerative del capitalismo, ma ne costituiscano delle caratteristiche strutturali, organiche e necessarie». ( pp. 53- 54) Pure, nonostante le critiche pungenti al sistema liberistico, il volume non nasconde, come afferma Pondrano Altavilla nella sua Introduzione, che questo viene considerato da «Rossi un’essenza costruttiva dal punto di vista politico- istituzionale», perché «solo nel nome del liberismo si può invocare una riforma delle strutture giuridiche della società». ( p. 15).

Rossi dunque raccoglie gli insegnamenti di Luigi Einaudi, il quale ammonisce che il liberismo economico, così come viene presentato dagli apologeti, «è un buffo fantoccio». Sì, perché il liberismo – einaudiano prima e rossiano poi – vuole essere una scienza e come tale costruita su dati empirici, di conseguenza se i fatti lo consentono non si intende impedire l’intervento dello Stato a priori. La differenza, ad esempio, con i comunisti riguarda appunto l’estensione e la durata di tale intervento statale. Per i seguaci ortodossi del marxismo, esso diventava obbligatorio e permanente a discapito della libertà individuale. Per Rossi, invece, il liberismo non solo sposta sul campo economico la vivacità che il liberalismo produce in campo morale e spirituale ma rappresenta anche una guida sulla strada delle riforme per «creare sviluppo e prosperità cancellando sprechi e inefficienze». ( p. 18) Un liberismo dunque informato dai postulati etici- giuridici del liberalismo più maturo, ossia non chiuso in sé stesso ma pronto ad accogliere le richieste di emancipazione di tutte le classi sociali. La funzione progressista del liberismo rossiano non vuole una società e un’organizzazione statale tendente «alla massima produttività, in qualsiasi modo commisurata, del lavoro e delle risorse materiali disponibili» ma alla «più completa affermazione dei valori spirituali ai quali teniamo» e allo «sviluppo più ampio della personalità umana, nel senso conforme al nostro ideale di civiltà» ( p. 55), libera e dinamica.

* CENTRO STUDI ‘ GAETANO SALVEMINI’

 

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