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E la prima avvocata di Bolzano disse: essere iscritta è l’encomio solenne

Amalia Fleischer, prima donna a esercitare la professione forense in sud Tirolo
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«Colgo l’occasione per porgere a questo Sindacato ( il sindacato fascista avvocati e procuratori di Bolzano, istituito nel 1933 dopo la soppressione degli Ordini professionali ndr) i sensi della mia più viva gratitudine per l’onore concessomi. Considero tale iscrizione come un encomio solenne attribuitomi, giacchè non si tratta della mera conferma dei sei anni di pratica di procuratore regolarmente conseguita, ma per le esplicite disposizioni della nostra legge professionale, di una formale attestazione che la sottoscritta ha tutti i requisiti morali e politici prescritti». Scriveva così, il 19 luglio 1935, l’avvocata Amalia Fleischer in occasione della delibera della sua iscrizione – prima donna in Sud Tirolo all’albo degli avvocati di Bolzano.

Oggi il suo nome è inciso in una pietra d’inciampo a Faenza, nel monastero di Santa Chiara, dove visse a partire dal 1938 per sfuggire alla persecuzione delle leggi raziali e dove venne arrestata dai fascisti il 4 dicembre 1943, per essere poi deportata nel campo di concentramento di Auschwitz.

Nata nel 1885 a Vienna da Berthod, ebreo austriaco che fu console nei Paesi Bassi, e da Anna Michalup, ebrea di Fiume, Ama- lia trascorse in Alto Adige gli anni duri della prima guerra mondiale, seguendo il padre, nominato questore di Merano. Dal Sud Tirolo, poi, tornò in Austria per gli studi e si laureò in filosofia – l’unica facoltà che all’epoca era accessibile anche alle donne – all’università di Innsbruck. La sua vera passione, però, forse influenzata anche dal lavoro del padre, era il diritto: quando nel 1921 tutte le facoltà vennero aperte agli studi femminili, si immatricolò all’università di giurisprudenza, prima a Innsbruck e poi alla Sapienza di Roma, laureandosi il 14 dicembre 1923 con una tesi dal titolo “Diritto ecclesiastico. Il Vicario Generale del Vescovo”.

In questi stessi anni, Amalia, detta Melì ( poliglotta, parla tedesco, sua lingua madre, l’italiano, il francese e l’inglese) presee la cittadinanza italiana e lavorò in Vaticano come archivista, convertendosi al cattolicesimo. In realtà, la sua iscrizione all’albo degli avvocati fu troppo breve per sfociare in una vera e propria attività professionale: iscritta all’ordine nel 1935, nel 1939 si autodenunciò come ebrea per origine familiare e, in applicazione delle leggi razziali, chiese la propria cancellazione dall’albo, con un lettera scritta a mano inviata da Faenza, dove nel frattempo si era trasferita: «La sottoscritta avv. dott. Amalia Fleischer fu Bertoldo, fa domanda affinchè si voglia cancellare la sua iscrizione tanto all’albo degli avvocati, quanto a quello dei procuratori. Con la massima osservanza». Proseguì la sua vita a Faenza, insegnando lingue al monastero di Santa Chiara, fino al 1943, quando il ministero degli Interni emise l’ordinanza di cattura di tutti gli ebrei di età inferiore ai 70 anni.

E’ il 25 gennaio 1944, quando Amalia Fleischer, matricola 2643 nel carcere di Ravenna, viene caricata insieme ad altri 27 ebrei su un vagone bestiame: il treno la porterà prima a Milano, poi a Verona – lo stesso su cui si trovava anche l’allora tredicenne Liliana Segre, neosenatrice a vita – e, infine, ad Auschwitz. Si perdono lì, il 6 febbraio 1944, le tracce della prima avvocata del Sud Tirolo. Nulla si sa del suo esatto destino, solo che sparì dietro i cancelli del campo di concentramento.

Dei lei rimangono il ricordo negli atti ufficiali del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bolzano, il testamento olografo redatto a Faenza, in cui lascia tutti i suoi beni al monastero di Faenza, e un ricordo tramandato oralmente: si racconta che, qualche tempo dopo la sua cattura, alle suore di Santa Chiara si presentò un ferroviere. Raccontò che un giorno si sentì chiamare da dentro il vagone di un treno da una voce di donna: «Mi chiamo Amalia Fleischer, per favore dica alle suore di Santa Chiara di Faenza che mi ha visto, che mi portano via. Me le saluti».

Il suo nome, però, non è stato dimenticato: Faenza, la sua città adottiva, le ha intitolato la riva sinistra del lungofiume.

 

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