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Sciopero dei penalisti: “Salviamo la riforma del carcere”

Decisa l'astensione delle udienze il 13 e 14 marzo. Migliucci: "Perdiamo una grande occasione"
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I penalisti hanno deciso di mobilitarsi per la mancata approvazione della riforma dell’ordinamento penitenziario. L’Unione delle Camere penali italiane ha preso atto che il provvedimento adottato dal Consiglio dei ministri ha rinviato la possibile entrata in vigore della riforma penitenziaria, facendo di fatto prevalere timori in tema di consenso elettorale rispetto alla concreta realizzazione delle condivise scelte valoriali. I penalisti italiani hanno osservato che occorre dare ulteriore appoggio e solidarietà alla lunga e civile protesta dell’esponente del Partito Radicale Rita Bernardini, che dopo 32 giorni dello sciopero della fame ha interrotto il digiuno per continuare l’azione non violenta tramite lo sciopero del voto, e di oltre 10.000 detenuti con l’astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria per i giorni 13 e 14 marzo, nonché una giornata di mobilitazione nazionale per sollecitare la fissazione del consiglio dei ministri e l’approvazione immediata della riforma.

Nell’ultima delibera del 23 febbraio, l’Ucpi ha sottolineato che «il principio costituzionale volto alla rieducazione ed al reinserimento sociale rischia senza l’approvazione della riforma – di restare ‘ inattuato’ e di deludere le aspettative di tanti detenuti, le unanime richieste dell’Avvocatura, dei Garanti dei diritti dei detenuti e delle associazioni, nonché le sollecitazioni e le iniziative del Partito Radicale nonviolento Transpartito Transnazionale, e di gran parte del mondo accademico e giudiziario». L’iniziativa è stata condivisa anche dal Consiglio nazionale forense che, con una nota firmata dal presidente Andrea Mascherin, ha espresso il suo pieno sostegno.

Ieri, presso la sede dell’Unione Camere penali, si è svolta una conferenza stampa per spiegare le ragioni della mobilitazione. Come ha spiegato il presidente dell’Unione delle Camere penali italiane Beniamino Migliucci, durante la conferenza stampa di ieri: «Si è persa una grande occasione per approvare la riforma, almeno la prima parte importante del decreto che punta alle pene alternative e all’eliminazione degli automatismi e preclusioni nei confronti di alcuni reati ostativi. Eppure – secondo il presidente dei penalisti – c’è stato un segnale di forte sostegno che ha avuto come protagonisti più di 300 personalità tra giuristi, intellettuali e magistrati». Migliucci ha ricordato, quando, assieme a Rita Bernardini, avevano chiesto lo stralcio della riforma dell’ordinamento penitenziario, perché «a differenza della riforma della procedura penale, non era divisivo e in quel modo ci sarebbe stata una rapida approvazione senza arrivare alla fine della legislatura». Migliucci ha osservato che le istituzioni tradiscono i loro cittadini non portando a termine una delega votata dal parlamento. Sempre il presidente delle Camere penali ha denunciato che le criticità in carcere ancora persistono, il numero dei detenuti è in continuo aumento e «l’unica proposta proveniente da alcuni partiti è quella della costruzione di nuove carceri». Migliucci, sempre a proposito delle criticità carcerarie, ha ringraziato il direttore Piero Sansonetti per la denuncia fatta da Il Dubbio del caso del detenuto 58enne Angelo di Marco, morto dopo aver vomitato sangue nel carcere di Rebibbia. Pessimistca la chiosa del presidente dei penalisti: «A questo punto dobbiamo ritenere che la prima parte importante della riforma sia in un binario morto». Migliucci ha concluso: «Ci auguriamo che questa nostra presa di posizione porti ad una seria riflessione. La coerenza deve essere un valore assoluto, se per anni si sostiene pubblicamente un percorso alla fine dovrebbe essere approvato». Il decreto principale è, appunto, la prima parte già licenziata, a dicembre, in via preliminare dal Consiglio dei ministri e già sottoposta ai pareri non vincolanti delle due commissioni giustizia del Parlamento. Il 22 febbraio il cdm avrebbe dovuto approvarlo – magari senza accogliere le osservazioni demolitrici del Senato come ha anche ribadito ieri Migliucci -, per poi rimandare le motivazioni nuovamente alle commissioni che, tempo 10 giorni, avrebbero dovuto rinviare il testo per il via libera definitivo del governo. Invece, quel giorno, il Consiglio dei ministri ha licenziato preliminarmente tre decreti attuativi che dovranno essere poi sottoposti alle due commissioni. Un iter lunghissimo che è destinato ad interrompersi quando il 23 marzo si dovrebbe insediare un nuovo governo.

In conferenza è intervenuta anche l’esponente radicale Rita Bernardini: «È sotto gli occhi di chi vuole vedere che noi del Partito Radicale, assieme all’Unione delle camere penali e alle associazioni come Antigone, abbiamo seguito passo dopo passo questa riforma che è partita da lontano, esattamente dal 2015 con gli Stati generali dell’esecuzione penale». La Bernardini ha ricordato che il Partito Radicale aveva chiesto un provvedimento di amnistia, unito all’indulto, per ridurre la popolazione detenuta e intanto far vivere meglio quelli che vi sono ristretti. «Il ministro Orlando ci aveva invece risposto – spiega l’esponente radicale – che avrebbero scelto un’altra via, ovvero quella delle riforme. Ma questa via come si è rivelata?». Rita Bernardini ha raccontato che i segnali – quelli che facevano presagire la mancata attuazione della riforma c’erano stati tutti. A partire delle continue promesse, come quando lo stesso Guardasigilli disse che avrebbe fatto approvare la riforma senza alcun spacchettamento, in maniera tale da non arrivare a fine legislatura, perché poi sarebbe stato problematico. Infine, sempre la Bernardini, dedelle nuncia un aspetto “singolare” dell’informazione: «I tg nazionali fecero passare la notizia dell’approvazione della riforma, tanto da ingannare i detenuti che dal carcere hanno esultato». In conferenza è intervenuto anche Piero Sansonetti che ha denunciato l’incapacità della stampa di informare e della politica di opporsi alle istanze populiste.

Poi è stata la volta del presidente di Antigone Patrizio Gonnella. «Non siamo noi ad avere perso, perché assieme alle associazioni e esponenti politici come Rita Bernardini – spiega Gonnella, continuiamo a lottare come abbiamo sempre fatto. Sappiamo però chi ha vinto, in particolare il sindacato autonomo della polizia penitenziaria il quale non si rende conto che, un giorno, gli stessi agenti penitenziari gli si rivolteranno contro quando non riusciranno più a sopportare la situazione carceraria e andranno in burn out». Sempre il presidente Gonnella aggiunge che gli altri vincitori sono alcuni magistrati come il procuratore Sebastiano Ardita che si sono opposti soprattutto alla parte del decreto che modifica il 4 bis. «Un uomo di prestigio, certo – sottolinea Gonnella-, ma è lo stesso che per anni ha lavorato al Dap, quando poi l’Italia ha avuto pesanti condanne per quanto riguarda lo stato di salute delle nostre carceri». Gonnella ha denunciato un caso che Antigone sta seguendo. Si tratta di un ragazzo di 25 anni, A. L., affetto di una gravissima patologia psichiatrica e che rischia di morire internato nel carcere di Vasto. «Se fosse passata la riforma – conclude amaramente Gonnella -, sarebbe anche passata l’equiparazione tra salute mentale e quella fisica che salverebbe questo ragazzo. Ecco la portata della riforma, finora rimasta inevasa: inciderebbe anche sulla sopravvivenza delle persone detenute». A conclusione della conferenza stampa è intervenuto il presidente della Camera penale di Roma Cesare Placanica, ricordando il caso di Valerio Guerrieri, il 21enne che si suicidò nel carcere romano di Regina Coeli. Il ragazzo non doveva stare in carcere, ma presso una residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza ( Rems).

 

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