Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Friedman: «Politici cialtroni, perché raccontate balle agli elettori?»

L'economista e scrittore americano spara a zero sulla nostra campagna elettorale animata da "venditori di fumo"
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

«Ho voluto scrivere questo libro per tutti gli italiani che non vogliono più essere strumentalizzati dalle grandiose promesse dei politici, che vogliono sapere come stanno davvero le cose sull’IMU, sugli 80 euro, sulle pensioni, sul lavoro, sulle banche. Per rispondere con la verità a chi promette facili soluzioni a problemi complicati». Queste le premesse che hanno guidato il giornalista, conduttore e scrittore statunitense Alan Friedman – già autore, fra gli altri, de Il bivio ( 1996), Ammazziamo il Gattopardo ( 2014, Premio Cesare Pavese), My Way. Berlusconi si racconta a Friedman ( 2015) e Questa non è l’America ( 2017) – nella scrittura del suo nuovo libro, Dieci cose da sapere sull’economia italiana prima che sia troppo tardi ( Newton Compton Editori), che affronta temi economici nodali con stile accessibile e divulgativo e, attraverso dati e statistiche reali, mette in guardia gli italiani, nell’arroventato clima elettorale che contraddistingue questi ultimi giorni, dagli imbonitori della politica e dalle loro vacue proposte.

Due proposte avanzate dai partiti, ovvero la flat tax e il reddito di cittadinanza, sarebbero realmente praticabili?

Nel capitolo dedicato alle “Pagelle dei politici” affronto questi argomenti nel dettaglio. Chi sostiene l’idea della flat tax vende fumo, in quanto essa aiuterebbe soprattutto i ricchi e i benestanti, non certo il ceto medio e quello basso. Per quanto riguarda invece il reddito di cittadinanza, a mio avviso si tratta di una forma di assistenzialismo sociale mascherato; vi sono inoltre molte analogie fra il reddito di inclusione promosso da Gentiloni e il reddito di cittadinanza come proposto dal Mo-Vimento 5 Stelle. Sono assolutamente favorevole all’assistenza sociale per chi è sotto la soglia di povertà, ma non a garantire a tutti un reddito di cittadinanza, che oltretutto costerebbe molto di più rispetto alle stime ufficiali avanzate dal MoVimento 5 Stelle. Preferirei piuttosto che venissero stanziati più fondi – anche 5- 10 miliardi, se necessario – per l’assistenza sociale e la lotta contro la povertà, in modo da tutelare la fascia più debole della società. Promettere una rendita garantita a tutti è pura demagogia, un’idea impraticabile e irresponsabile.

Lei sostiene che per migliorare le condizioni della nostra economia ed evitare una nuova crisi del debito ci vorrebbe un governo stabile e forte. Immagina che il prossimo futuro ci riserverà buone notizie in tal senso?

Il mio libro intende spiegare in modo accessibile come funziona l’economia e comunicare i termini che permettono agli italiani di giudicare meglio le proposte economiche che vengono esternate dai politici. In ultima analisi, ciò che favorisce la crescita e la ripresa consta di un insieme di fattori. Bisogna considerare il governo come il direttore di un’orchestra in cui ciascun musicista suona la propria partitura: alcuni si occupano di sveltire la burocrazia, altri si interessano di tasse e scadenze, altri ancora si dedicano al mercato del lavoro, all’uguaglianza e al trattamento giusto del sistema pensionistico. Di fondamentale importanza, inoltre, il tema della produttività: bisogna cercare di chiudere al più presto il gap con la Germania e il resto del mondo. Sono cose che vanno fatte, come anche portare avanti le riforme della burocrazia e della pubblica amministrazione – di cui Renzi e Gentiloni hanno cominciato a occuparsi –, nonostante si tratti di un processo lungo che necessiterà di almeno dieci anni e da affrontarsi in modo serio. Per fare le riforme non si può ricorrere ad un governo balneare, di transizione o di larghe o larghissime intese: è necessario invece un governo serio e capace, un governo eletto dal popolo che possa quindi riflettere la determinazione del popolo stesso. Se mi si chiede se vedo ciò immediatamente dopo il 4 marzo, devo rispondere che non scorgo molto all’orizzonte.

Nella classifica mondiale del World Economic Forum del 2016 l’Italia si è piazzata al 120° posto per quanto riguarda la facilità d’accesso al credito da parte delle aziende. Come potrebbe evolversi la questione? Come uscirne?

Le banche appaiono come sanguisughe, intente esclusivamente a chiudere linee di credito senza estendere nuovi prestiti, soprattutto alle pic- cole imprese: non alle grandi, in relazione alle quali si registra un certo aumento di credito. Il problema è che il 94% delle imprese contano meno di quindici dipendenti e le banche, in questo momento, fra la pressione della Banca Centrale Europea, le regole e i controlli sul capitale e il cospicuo volume di sofferenze – ovvero prestiti difficilmente recuperabili –, non si dimostrano molto generose nella concessione di crediti. In Italia, a differenza della California o dell’Inghilterra, non si finanzia il progetto di un giovane: il credito gli viene concesso soltanto in presenza di un collaterale della stessa cifra richiesto come garanzia. Per le piccole imprese italiane non prevedo un significativo aumento di crediti per i prossimi due o tre anni. Altro problema è la tendenza delle banche a fondersi in pochi grandi istituti: ciò significa che i comitati di crediti saranno ancora più duri e severi, con un incremento della burocrazia e una sostanziale perdita di contatto con il territorio. Ho un forte dubbio che le cose cambieranno presto.

Nel libro evidenzia anche la necessità di flessibilità per il mercato italiano, auspicando più meritocrazia. Una maggiore competitività, tuttavia, non potrebbe portare a condizioni lavorative disagevoli come quelle emerse nel recente caso della multinazionale Amazon e, in secondo luogo – in assenza di un contratto collettivo unitario e al netto dei premi aziendali – a salari ridotti?

Metto sempre al primo posto l’equità sociale: è sbagliato cercare di imporre ad ogni costo una concorrenza crudele, bisogna sempre ricordare che siamo esseri umani. Detto questo, sono favorevole a trattative collettive dei contratti a livello nazionale, sullo stile tradizionale di quelle dei metalmeccanici, in quanto esiste il rischio concreto che la grande società, in assenza della tutela che un contratto collettivo può assicurare, possa minacciare i diritti dei lavoratori. Nel caso delle piccole aziende in cui lavorano meno di quindici persone – in genere aziende familiari con pochi dipendenti che provengono dalla stessa comunità e si conoscono tutti –, penso però che ci dovrebbe essere maggiore libertà nell’offrire quelli che chiamo premi salariali. Oltretutto, qualora l’azienda superi un certo livello di profitti, è giusto che il dividendo non sia riservato solo agli azionisti ma anche ai lavoratori: ciò ha funzionato molto bene in Germania fra i dipendenti della Volkswagen. Flessibilità, quindi, non vuol dire andare contro la tutela dei lavoratori ma incentivare quelli più efficienti, tanto nel settore privato quanto nella pubblica amministrazione.

Cosa succederebbe se l’Italia uscisse dall’euro? Nel libro parla a questo proposito di «sadomonetarismo»

Uscire dall’euro sarebbe un errore gravissimo che porterebbe le tasse e i mutui in una forbice compresa tra il 10 e il 20%. Chi è nostalgico della lira è poco informato di economia: la svalutazione competitiva di una volta non è più possibile, mentre importeremmo un’inflazione del 10- 15% e faremmo schizzare alle stelle i valori dello spread. Sarebbe un suicidio finanziario, nonostante i suggerimenti, dettati dall’ignoranza, di populisti come Salvini e altri.

 

Ultime News

Articoli Correlati