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Violenza politica? No, è barbarie

La "guerra" iniziò dopo che 200 picchiatori del Msi, guidati da Giorgio Almirante, attaccarono l'università di Roma occupata
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Tira un’ariaccia livida, un vento maligno che sembra provenire dal passato soffia sulla campagna elettorale e rischia di renderla drammatica. Il dirigente di Forza Nuova pestato in pieno centro a Palermo, Massimo Ursino, non è uno stinco di santo. Ha all’attivo un paio di rapine e pestaggi ai danni di ambulanti extracomunitari, una condanna in primo grado a due anni e mezzo, più varie ed eventuali. Non è stato scelto a caso ma individuato con precisione per rendere l’azione «esemplare», come spiega il comunicato diffuso dagli aggressori.

La dinamica dell’episodio rischia di segnare un salto di qualità nella resurrezione della violenza politica proprio perché non ha colpito alla cieca, come nelle risse politiche che pure negli ultimi tempi non sono mancate, ma ha cercato il gesto esemplare con tanto di rivendicazione spedita alle redazioni e filmino della spedizione.

Nemmeno 24 ore dopo il gioco del botta e risposta si è ripetuto a Perugia dove è stato accoltellato un militante di Potere al Popolo ( ma potrebbero essere due) mentre attacchinava un manifesto elettorale. Il ragazzo se l’è cavata con un colpo di striscio e anche i danni del pestaggio di Palermo sono limitati: naso rotto, qualche ematoma, sospetta lesione alla spalla. Non ci sono state tragedie né a Palermo né a Perugia, ma qualcosa di pericoloso e drammatico sta succedendo davvero: il ritorno di quella guerriglia civile strisciante che insanguinò l’Italia negli anni ‘ 70, fece troppe vittime da una e dall’altra parte, ed era già, in fondo, una ripetizione della guerra civile, vera e per nulla strisciante, del 194345.

Quando si parla di violenza politica, a proposito di quegli anni, ci si riferisce soprattutto alle azioni clamorose e più sanguinarie: le stragi che, a partire da piazza Fontana, avevano davvero dietro la regia di una parte del neofascismo di allora, nella prima metà del decennio, la lotta armata rossa nella seconda. In realtà la stragrande maggioranza dei 4290 “episodi di violenza” censiti riguardarono la battaglia di strada tra neofascisti e militanti soprattutto della sinistra extraparlamentare ma anche del Pci.

Quella ripetizione in formato minore della guerra civile che all’epoca era un ricordo vicino, poco più di vent’anni, ha una data d’inizio precisa: 16 marzo 1968. Duecento picchiatori del Msi, guidati da Giorgio Almirante non ancora segretario e da Giulio Caradonna, ai tempi uno dei capi del neofascismo tosto romano, attaccarono l’università di Roma occupata. In realtà volevano menare suocera perché nuora intendesse, e la ‘ nuora’ in questo caso erano i militanti di estrema destra che sembravano soggiacere al fascino della rivoluzione e avevano addirittura partecipato agli scontri con la polizia di Valle Giulia. Bisognava rimettere le cose a posto e una bella spedizione punitiva sembrava la via più semplice. Ci rimise Oreste Scalzone. Quando la controffensiva del Movimento assediò Giurisprudenza i neo fascisti asserragliati nella facoltà ‘ nera’ per antonomasia reagirono con un lancio di banchi e armadi che colpirono di brutto Scalzone.

Quasi un anno dopo il 29 febbraio 1969, in occasione della visita del presidente americano Nixon a Roma un corteo neofascista si produsse nel solito assedio di una facoltà occupata, quella di magistero. Uno degli occupanti, Domenico Congedo, tentò la fuga camminando su un cornicione, precipitò e ci rimise la vita.

Da quel momento lo stillicidio di botte, coltellate, agguati notturni sotto casa, pestaggi, città divise in zone rosse o nere a macchia di leopardo, ciascuna preclusa ai militanti dell’altra parte se non a forte rischio di aggressione, diventò quotidiano. La lista delle vittime è lunga, dall’una e dall’altra parte, e destinata ad allungarsi ulteriormente quando, nella seconda metà del decennio, le armi da fuoco si aggiunsero alle mazze e ai coltelli.

Non era uno scontro simmetrico. Almeno fino al 1974 l’ 80% delle aggressioni censite dalla polizia partivano dai neofascisti e i rossi rispondevano. Come quando, nel luglio 1970, due operai furono accoltellati da una squadra fascista a Trento e due degli accoltellatori, legati, furono costretti a sfilare per le vie della città con al collo il cartello ‘ sono un fascista assassino’. Quella del Msi, guidato a partire dal 1969 da Giorgio Almirante, era una strategia precisa. Gli attacchi e le conseguenti risposte creavano un clima diffuso di violenza politica che spaventava la cosiddetta ‘ maggioranza silenziosa’, il partito neofascista si presentava poi come partito d’ordine incassando i dividendi politici del clima che contribuiva largamente a creare. Il gioco funzionò alla perfezione nelle elezioni amministrative del 1971, quando il Msi raggiunse un picco storico superato solo, ma di poco dalla An di Fini oltre vent’anni dopo e in quelle politiche del 1972, quando raddoppiò i consensi.

Il crollo fu repentino. Il 12 aprile 1973 una manifestazione neofascista non autorizzata a Milano si concluse con scontri durissimi nei quali morì un poliziotto, Antonio Marino. Almirante tentò di correre ai ripari denunciando due dei militanti che avevano partecipato agli scontri e tirato la bomba Srcm che aveva ucciso Marino ma era troppo tardi. L’immagine del Msi ‘ partito d’ordine’ era esplosa con quella bomba e il declino elettorale fu irreversibile.

Nelle strade invece gli scontri continuarono quanto e più di prima: anche solo quelli più gravi sono troppi per elencarli. I picchi dell’orrore furono raggiunti a Roma, il 16 aprile 1973, quando un gruppo di militanti di Po, senza avvertire l’organizzazione, diedero fuoco alla porta di casa del segretario della sezione di Primavalle del Msi. Non avevano previsto il rogo, che soffocò due dei suoi figli, Virgilio di 22 anni e Stefano, di appena 10. Oppure quando, nel febbraio 1980, il militante di sinistra Valerio Verbano fu ucciso all’interno dell’appartamento in cui viveva, di fronte agli occhi dei genitori legati. O ancora quando a Milano il giovanissimo fascista Sergio Ramelli fu attaccato da una squadra di Avanguardia operaia a colpi di chiave inglese. L’agonia durò due giorni. Quando arrivò la notizia dell’aggressione un parte del Consiglio comunale applaudì apertamente.

Nella seconda metà degli anni ‘ 70 le armi da fuoco si fecero sentire sempre più spesso. Da entrambe le parti. La lista dei morti ammazzati sotto casa o di fronte alle sedi di partito diventò lunghissima. Della stagione della grande rivolta la guerriglia tra neri e rossi è stato il capitolo più triste e tragico. Solo dei totali irresponsabili, da destra come da sinistra, dall’alto e dal basso, possono soffiare per ravvivare quel fuoco spento, non importa in nome di quale alto ideale.

 

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