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Angelo è sottoterra. Politica e giornali son contenti così…

Il detenuto lasciato morire
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Mi ha scritto un certo Alessandro. Non so chi sia. Mi ha scritto così: « A caldo, ho appena appreso dal suo giornale la brutta notizia della morte di Angelo, che purtroppo credo che sia lui… eh sì… Angioletto er nigeriano, o er Niger, così era conosciuto e chiamato dagli amici più vicini…

«Oltre ad avere la cirrosi, dormiva a casa col respiratore e la bombola dell’ossigeno, avendo un solo polmone. E in più era seguito dal Sert di Montesacro. Aveva trovato a modo suo il suo equilibrio per poter vivere nonostante le mille difficoltà. Un giorno vengo a sapere che Angioletto è in carcere per una sentenza definitiva di un anno arrivata dopo oltre 10 anni. Io glieli farei fare a chi so io 12 mesi di carcere inutile nonchè dannoso per un essere umano inerme buono e sfortunato come Angelo».

Tutto qui. Non so se “il Niger”, come lo chiama Alessandro, sia davvero Angelo Di Marco, morto la settimana scorsa in carcere, dove era tenuto per una condanna a un anno per piccoli furti: morto solo, vomitando sangue, perché il tribunale gli aveva negato i servizi sociali, nonostante l’irrilevanza del reato, e il tribunale di sorveglianza gli aveva negato i domiciliari, nonostante il suo stato di salute pessimo. Non ha molta importanza. Se il Niger non è Angelo vuol dire che c’è in prigione un altro come lui, e che nessuno se ne sta occupando. Speriamo di no.

Mi ha stupito la lettera di Alessandro perché non ho ricevuto nessun’altra reazione agli articoli che abbiamo pubblicato l’altro giorno sul Dubbio. Sembra che Alessandro sia l’unica persona che è rimasta colpita. Eppure denunciavamo un fatto gravissimo. Del quale è responsabile direttamente lo Stato. A una persona umana, molto malata, è stato negato il diritto di curarsi, e gli è stata negata la dignità, la possibilità di ricevere calore, affetto, carezze. Non è stato negato da un gruppo di sequestratori, di malviventi: no, è stato negato dalle istituzioni. A me non risulta che le istituzioni si siano mobilitate per capire cosa è successo e come è potuto succedere. Angelo stava nell’infermeria di Rebibbia. Su un lettino. Accanto al lettino di Marcello Dell’Utri. E’ stato proprio Dell’Utri l’unico a mobilitarsi, a provare a fare qualcosa. Ha avvertito la sua avvocata, le ha chiesto di intervenire. La sua avvocata è intervenuta, ha preso le difese di Angelo, ha chiesto immediatamente la sua scarcerazione, ha ottenuto che si tenesse una udienza per decidere. Ma ormai era troppo tardi. È rimasta con un pugno di mosche in mano. Con quel senso di impotenza e di rabbia che ti viene quando cerchi di fare una cosa giusta, cerchi di salvare una vita e non ci riesci.

C’è qualcuno che è in grado di spiegarmi perché della morte di Angelo Di Marco non frega assolutamente niente a nessuno? Perchè neppure un giornale gli ha dedicato due righe? Perché nemmeno un deputato o un senatore ha sollevato la questione? Perché non si trova in giro un magistrato – anche uno solo, dico: uno solo – che abbia il coraggio di dichiarare che la morte di Angelo è molto grave ed è una ferita e una offesa al nostro sistema giudiziario? È possibile che la vita e la morte degli esseri umani che sono finiti in prigione non sia considerata da nessuno degna di attenzione?

Quando ho scritto su questo giornale per chiedere la liberazione di Dell’Utri mi hanno risposto indignati in tanti. Mi hanno dato del mafioso. Mi hanno detto che difendo i potenti. Che Dell’Utri deve stare in prigione perché ha fondato Publitalia e Forza Italia. Bene, Angelo non è potente, non ha fondato nessun partito, ma mi pare che della sua vita se ne sbattano altamente tutti, esattamente come della vita di Dell’Utri. Il carcere livella. Quando sei dentro non conta più chi eri fuori. Quando stai dentro sei dimenticato, e se muori solo e disperato, poco male. Io sono per l’uguaglianza. Sono sempre stato per l’uguaglianza. Ma per l’uguaglianza dei diritti: non per l’uguaglianza della sopraffazione.

Non credo che un establishment politico e giornalistico che si gloria di questi atteggiamenti, e sa ripetere solo “certezza della pena” e “buttate la chiave”, sia dentro i confini della modernità e della civiltà. A me sembra un establishment che vive bene nella barbarie. Mi sbaglio, c’è qualcosa che non vedo?

Datemi almeno qualche argomento per convincermi. Per ora mi tengo cara la lettera di Alessandro, che almeno lascia qualche speranza di umanità.

 

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