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Perché l’Europa criminalizza chi aiuta i migranti?

Nel rapporto del Institute of Race Relations (Irr) di Londra emerge l'inasprimento delle politiche (e delle pene) verso chi offre assistenza agli immigrati, dalla Francia alla Spagna, dalla Danimarca alla Svezia la legge punisce chi offre solidarietà
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«In tutto il continente, le leggi penali progettate per colpire bande e profittatori di contrabbando organizzati sono distorte e tese a un programma anti-rifugiato e anti-umanitario e, nel processo, a criminalizzare la stessa solidarietà».

Il continente al quale si riferiscono queste parole è l’Europa, la terra dei diritti universali, una comunità che si è data una struttura per mettere al bando le guerre. L’attacco al sistema penale europeo che riguarda il traffico di migranti, è contenuto nel rapporto dello scorso dicembre a cura del Institute of Race Relations (Irr), una fondazione che si occupa di diritti umani con sede a Londra. Il rapporto mette in luce come ad essere criminalizzati sono coloro che tentano di aiutare le persone ad attraversare frontiere sempre più blindate oppure che si limitano ad offrire aiuti concreti in termini di cibo o posti per dormire.

Un esercito silenzioso che agisce da anni, da quando migrare è divenuto un crimine e mentre i veri trafficanti si arricchiscono sempre di più, i volontari e le ong vengono accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina o addirittura di essere in accordo con i mercanti di esseri umani. Ora stanno iniziando i processi per molte persone, i cui casi (45) sono stati presi in esame dal rapporto, che ha monitorato ciò che stava succedendo a partire dal 2015. Febbraio sarà un mese caldo sul fronte giudiziario, il 31 gennaio è iniziato il procedimento contro Helena Maleno Garzón, l’attivista spagnola che si trova costretta a subire un processo a Tangeri, in Marocco.

La sua colpa, come riportato anche dal quotidiano Avvenire, è quella di esercitare un monitoraggio sullo stretto di Gibilterra e avvertire le autorità in caso che gommoni di migranti si trovino in difficoltà nel tentativo di arrivare in Spagna. I marocchini l’accusano di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, il rischio è serio perché Garzon rischia l’ergastolo. Tutto parte in Spagna dove la polizia iberica ha cominciato ad indagare già nel 2012.

Nessuna prova o dimostrazione di reati. Poi le autorità di Rabat hanno messo sotto controllo il suo telefono senza nessun risultato. Ora l’ennesima accusa dai risvolti inquietanti, infatti a Helena Garzon non è neanche contestato di agire per fini di lucro. Una storia che ricorda da vicino quella di Don Mussie Zerai, candidato al Nobel per la pace nel 2015 per la sua opera di aiuto ai profughi, attualmente iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Trapani nell’ambito dell’inchiesta sulla ong tedesca Jugend Rettet. Il 14 febbraio invece, comparirà davanti il tribunale di Nizza, Martine Landry, un’attivista di Amnesty International accusata di aver favorito l’ingresso in Francia, attraverso il confine di Ventimiglia, di due minorenni senza permesso. La Landry rischia di meno della sua compagna spagnola ma potrebbe finire in carcere per 5 anni.

Quella di Ventimiglia è una situazione attentamente sotto controllo da parte delle organizzazioni dei diritti umani. E’ stata la prima città nella quale le autorità hanno emesso un’ordinanza che vietava di dare da mangiare ai migranti. Una disumanizzazione che ha fatto scandalo ma che sembra già dimenticata. Anche il tribunale di Nizza ha già visto sfilare davanti ai suoi giudici diverse persone accusate di facilitare l’ingresso illegale in Francia di migranti “irregolari”. Attivisti italiani e francesi come Felix Lacroix o Cedric Herrou.

Anche in Grecia si registrano casi dove il diritto è pesantemente distorto. Il volontario danese-iracheno Salam Aldeen andrà a giudizio di fronte ad una corte greca il 18 maggio prossimo dopo essere stato trattenuto per quasi due anni. La sua colpa è quella relativa al salvataggio di migranti (500) sull’isola di Lesvos durante la crisi del 2016. Capita anche che si possa rischiare il carcere perché si porti dei minori a fare una doccia in un posto un po’ più confortevole di una baraccopoli. E’ quello che è successo a Mariam Guerey, che lavorava nell’insediamento di Calais, la cosiddetta Giungla, e arrestata mentre con due ragazzi si stava recando presso la sede della Caritas francese.

Molti dei procedimenti si riveleranno probabilmente un nulla di fatto, ma dalla Francia alla Spagna, dalla Danimarca alla Svezia, chi aiuta i migranti è schiacciato tra il racconto delegittimante che li vuole in combutta con i trafficanti e la spirale giudiziaria. Per Nando Sigona, fondatore dei “Migration Studies” e ricercatore del centro sulle migrazioni (Compas) all’Università di Oxford: «dovremo aspettarci altri processi “spettacolari” di questo genere. Abbiamo imparato dall’attuale gestione della crisi da parte dell’Ue che le cattive abitudini si diffondono in fretta: è accaduto per i muri di filo spinato innalzati dall’Ungheria al confine serbo, accolti in un primo momento da forti opposizioni per poi essere presi a modello da altri Stati europei».

Con la criminalizzazione della solidarietà l’Europa cerca di risolvere il “problema” dell’immigrazione, lo fa tagliando fuori la società civile organizzata o meno. Un’azione che mina la democrazia e che potrebbe far nascere frutti amari e neri.

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