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Piepoli: «I leader litigano, ma la guerra la vince chi non la fa »

Il sondaggista Nicola Piepoli analizza le tensioni che oppongono Forza Italia e la Lega sul deficit, e il Pd e Liberi e Uguali sul puzzle delle candidature
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«Il fuoco amico fa più danni di quello nemico. Centrodestra e centrosinistra sembrano aver dimenticato la regola aurea che ha fatto ricca la Svizzera: la guerra la vince sempre chi non la fa». Di fronte alle tensioni che oppongono Forza Italia e la Lega sul deficit, e il Pd e Liberi e Uguali sul puzzle delle candidature, Nicola Piepoli se la cava con la consueta arguzia. Il direttore dell’omonimo istituto di sondaggi, che da anni scruta le intenzioni di voto degli italiani, non ha dubbi: «I partiti prendano esempio dall’imperatore Claudio. Gli storici lo hanno considerato a torto un mediocre, ma ha assicurato a Roma altri quattro secoli di pace dopo di lui, all’insegna di una linea politica semplice ed efficace: integrare tutti, per scongiurare divisioni e rancori».

Berlusconi rassicura la Merkel sul deficit, Salvini dice che se c’è bisogno si sforerà eccome. È un gioco delle parti o invece la coalizione rischia di saltare?

Ci sono due maniere di fare coalizione: una è quella di volersi bene, l’altra quella di allearsi soltanto per opportunità. Se prevale la prima soluzione si vince, altrimenti si perde. La fortuna del centrodestra è che parte vincente. Sia ben chiaro: il 35 per cento, a Berlusconi e Salvini non lo toglie nessuno. Ma se il fuoco amico continua, l’alleanza rischia di passare dalla maggioranza assoluta a quella relativa. E di consegnare così la vittoria ai Cinque Stelle.

A proposito di fuoco amico. Fontana ha rivendicato la gaffe sulla “razza bianca” perché l’ha fatto salire nei sondaggi. Era una mossa studiata?

Quale che fosse la sua intenzione, la guerra la vince chi non la fa. Una massima che vale anche per il candidato governatore leghista.

Intanto Gori è indietro di sette punti rispetto a Fontana: sono gli stessi punti percentuali accreditati a Grasso. Viceversa, dove il centrosinistra va unito è in vantaggio: Zingaretti è avanti – guarda caso – di sette punti. Un errore le divisioni di LeU e Pd?

Sono due situazioni diverse. In Lombardia il centrodestra è vincente, a prescindere che a guidarlo sia Maroni o un altro. I lombardi stanno bene, e non perciò grande interesse a una discontinuità. Viceversa, nel Lazio si sta male. E c’è più voglia di politica, di cambiamento. Zingaretti è al momento vincente: l’alleanza con Grasso sicuramente giova. Ma le mappe che raccolgono i sondaggi dicono che i pentastellati sono in crescita. Da qui al 4 marzo, non si possono escludere sorprese.

Il centrodestra è tagliato fuori? Gasparri non sembra scaldare i cuori.

L’opinione pubblica lo dà per sconfitto e i nostri numeri lo confermano. Ma il mio sentimento personale dice che la partita non è ancora chiusa. Gasparri è un grosso professionista radicato sul territorio.

Intanto Berlusconi aspetta il verdetto da Strasburgo. Se non dovesse arrivare in tempo, Tajani sarebbe il nome giusto in caso di vittoria del centrodestra?

È di certo un galantuomo, e si è dimostrato peraltro molto capace nell’aggregare: non a caso è stato eletto presidente del Parlamento europeo. Ha abilità politiche e pregi caratteriali molto simili a quelli che contraddistinguono Paolo Gentiloni. Una staffetta tra i due a Palazzo Chigi è più che plausibile.

C’è chi vede tra Gentiloni e Renzi un dualismo strisciante che può nuocere alla campagna elettorale del Pd. Condivide questa tesi?

I due in realtà si completano bene. Renzi è un perfetto animatore che ha modificato il suo modo di comunicare, rispetto al tempo del referendum. Gentiloni è invece un perfetto esecutore. Uno sgobbone, un primo della classe. E Dio sa quanto abbiamo bisogno di sgobboni, in questo Paese.

Intanto il Pd sembra però un po’ isolato. Un errore rompere con la sinistra?

I numeri dicono che oggi il Pd è al 23 per cento, mentre Liberi e Uguali è intorno al sette. Se il centrosinistra fosse unito, sarebbe il primo partito.

Il ragionamento fila, ma non ha risposto. È stato un errore dividersi?

Il più grande imperatore della storia di Roma è stato il bistrattato Claudio. È stato considerato dagli storici un mediocre. Eppure ha assicurato all’impero romano altri quattro secoli di longevità dopo di lui. Come ci è riuscito? Molto semplice. Invece di combattere i nemici, ha scelto di integrarli. Aggregare è infinitamente più utile di combattere. Ho risposto?.

Sì. Ma questo vale anche per il centrodestra, giusto?

Ha capito la lezione di storia romana. Ora ai nostri partiti provi a spiegarlo lei: la guerra la vince chi non la fa.

 

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