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«Gesù Cristo non ha mai detto che non si può decidere come morire…»

Il teologo belga Gabriel Ringlet: «Mi sono convinto che sia lo stesso Cristo in persona ad accompagnarmi. Non c’è alcun passaggio del Vangelo nel quale Gesù dice che certe sofferenze non possono essere accompagnate»
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Padre Gabriel chiama quel momento «fin laggiù». Quella linea sottile, tra la scelta di non vivere più e quella di morire, nella quale ha scelto di esserci, di non disertare. Monsieur Ringlet, teologo belga, professore e vicerettore dell’Università Cattolica di Lovanio, da anni accompagna alla morte i pazienti dell’ospedale cattolico Saint- Pierre d’Ottignies che scelgono l’eutanasia. E per la prima volta, accetta di parlarne con un quotidiano italiano. Un’esperienza, lunga e sofferta, che il religioso ha voluto raccontare in un libro che ha fatto scalpore tra i cattolici, Vous me coucherez nu sur la terre nue ( Mi sdraierete nudo sulla terra nuda) . Un fenomeno editoriale, che è anche e soprattutto una testimonianza straordinaria, che resta però ancora inedito in Italia, dove la richiesta di assoluzione per Marco Cappato torna a sollevare polemiche su quella che molti chiamano “l’eutanasia mascherata”: il testamento biologico.

Padre, il Parlamento ha da poco approvato la legge sul fine vita: ogni paziente potrà scrivere le proprie disposizioni anticipate di trattamento. Trova giusto da sacerdote che ciascun uomo possa decidere della propria vita?

Dovrei avere il testo della legge sotto gli occhi per potere rispondere con precisione. Se si tratta di “decisioni anticipate”, questo può voler indicare il rifiuto, per fare un esempio, di tutte le forme di accanimento terapeutico.

Parte della Chiesa italiana condanna la legge perché giudica il diritto di rinunciare all’idratazione e all’alimentazione come una forma di eutanasia mascherata. Qual è il confine tra aiutare a vivere e aiutare a morire?

Aiutare a vivere e aiutare a morire possono essere due cose molto vicine tra loro. Il vero punto della questione è uno: si tratta di morire cercando di vivere il più possibile. E di vivere fino all’ultimo istante, se possibile.

Il fronte cattolico del centrodestra ha criticato la nuova legge perché la reputa come un lasciapassare all’eutanasia. Eppure papa Francesco ha detto che in alcuni casi è necessario accettare che la morte non possa essere evitata. Chi deci- de alla fine qual è il confine tra le due cose?

Mi sembra che la questione chiami in causa tre diversi aspetti sul piano giuridico: il rispetto del diritto del paziente, la depenalizzazione dell’eutanasia e lo sviluppo delle cure palliative. Il Belgio li ha inclusi tutti e tre all’interno di uno stesso provvedimento. Chi decide di una posizione etica? Per me, idealmente parlando, si tratta sempre di un dialogo a tre: il paziente, i suoi parenti e il personale sanitario. Ma alla fine, è il dialogo tra il paziente e il medico che risulta decisivo.

Medici e ospedali cattolici invocano l’obiezione di coscienza e hanno preannunciato che si rifiuteranno di eseguire le volontà dell’ammalato se deciderà di sospendere le terapie e lasciarsi morire. È un diritto obiettare?

Sono sempre stato d’accordo con il fatto che un medico, a titolo individuale, possa reclamare per sé l’obiezione di coscienza. Ma quando si rifiuta di mettere in pratica un atto legale richiesto dal paziente egli ha il dovere di orientare il paziente verso un collega che lo accetti. L’obiezione di coscienza non può più essere la maniera di rendere una legge inapplicabile.

Lei ha scritto un libro sul dilemma dell’eutanasia indirizzato ai cattolici: che cosa deve fare un prete di fronte a un uomo che decide di morire? Quanto è difficile per chi, come un religioso, crede nel valore della vita?

Nel corso della vita si presentano dinnanzi a noi situazioni tragiche, nel vero senso filosofico del termine. Noi sacerdoti possiamo ritrovarci con le spalle al muro: siamo davanti a una situazione senza uscita. Porre fine alla vita di qualcuno è un male. Ma lasciare qualcuno in una situazione di atroce sofferenza che la medicina non riesce più ad alleviare è un altro male. A decidere tra questi due mali è la coscienza. Quindi un prete, in coscienza, può essere portato ad accompagnare le persone che vogliono morire. Anche quando il prete non condivide la decisione.

Lei crede, nel fondo del suo animo, che un uomo gravemente ammalato commetta peccato mortale se decide di porre fine alle sue sofferenze?

Non si può imputare il peccato a chi vive una tale sofferenza e un tale dramma. Ciascuno di noi dovrebbe essere più modesto e chiedersi: che cosa farei io, proprio io, in questa stessa situazione?»

Esiste il diritto di morire o soltanto il dovere di vivere? E che cos’è amore: aiutare qualcuno a vivere o aiutarlo a morire?

Paradossalmente, nell’aiutare qualcuno a morire, possiamo aiutarlo a vivere a volte. C’è una relazione stretta tra la “qualità della morte” e la “qualità della vita”. Il confine, in definitiva, è ben più sottile di quanto non ci appaia.

Lei ha deciso di accompagnare uomini e donne che hanno deciso di porre fine alla loro vita in Belgio. Che cosa ha provato come uomo e come sacerdote? Che cosa ha imparato da questa esperienza?

Non ho avuto scelta. Io sono stato chiamato a percorrere quel cammino dai pazienti, dai familiari e dai medici. Questo accompagnamento mi ha toccato e mi ha sconvolto, perché ho vissuto dei momenti molto intensi attraverso quel cammino. Io mi sono convinto che sia lo stesso Cristo in persona ad accompagnarmi. Non c’è alcun passaggio del Vangelo nel quale Gesù dice che certe sofferenze non possono essere accompagnate. Queste dolorose esperienze mi hanno insegnato che il Vangelo si può vivere ed esprimere fino a quel punto. Fino a quel punto drammatico, che io chiamo «fin laggiù».

 

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