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In Italia il fascismo non è mai veramente morto

Intervista allo storico Alberto Mandreoli, esperto della Repubblica di Salò
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«Il fascismo non fu una triste parentesi – come affermò Benedetto Croce – della nostra storia nazionale, ma una pagina indelebile del nostro passato. Storia intrisa di sangue con cui, dopo settant’anni, è necessario e doveroso fare i conti». Lungi dall’essere una mera esortazione d’intenti, lo storico Alberto Mandreoli – già autore di testi come Chi cercate? Vita e morte di Mauro Fornasari diacono della Chiesa di Bologna 1922-1944 (Dehoniana Libri, 2013) e Vangelo e coscienza. Antifascismo e Resistenza dei cattolici bolognesi (Il Pozzo di Giacobbe, 2015) – irrompe nel dibattito civile con il volume Il fascismo della repubblica sociale a processo. Sentenze e amnistia (Bologna 1945-1950) (Il Pozzo di Giacobbe), incentrato sull’approfondimento delle responsabilità e del contesto socio-politico in cui trovò fatale espressione il fascismo saloino, interrogandosi come, a distanza di tanti anni, la lezione della storia non sembri ancora del tutto acquisita.

Mandreoli, quali nuovi elementi ha apportato la consultazione di una documentazione ancora inedita riguardo gli anni della Repubblica di Salò?

Sono rimasto sorpreso nel constatare quanto alcune delle storie – in particolare quelle che riguardano la Repubblica Sociale e, soprattutto, gli ambiti di Bologna e provincia – che sembravano assodate e confermate in tutti i loro dettagli, non lo fossero in realtà fino in fondo. Potremmo fare l’esempio dell’uccisione di Irma Bandiera, una staffetta partigiana che è stata arrestata per poi venire torturata e uccisa dopo qualche giorno. Secondo la testimonianza fornita successivamente da una sua amica partigiana, la scrittrice Renata Viganò, non furono le SS tedesche responsabili della sua morte ma un manipolo di fascisti guidato dal capitano della Polizia Ausiliaria Renato Tartarotti. Due anni fa, all’Archivio di Perugia, ho potuto visionare un fascicolo intestato al federale di Bologna – nonché capo di una delle Brigate Nere – Pietro Torri. Venni così a conoscenza del fatto che tra i capi d’imputazione a suo carico ci fosse anche l’arresto e l’uccisione di Irma Bandiera. In effetti, molte delle testimonianze relative al suo processo, tra cui anche quella della madre e della zia di Irma Bandiera e di altri partigiani catturati nello stesso periodo, concordavano sul fatto che ella fosse stata prelevata l’8 agosto 1944 dalla sua cella e condotta a Bologna; dopo qualche giorno, il 14 agosto, venne rinvenuta uccisa sotto l’arco del Meloncello. Potremmo prendere anche in esame un’altra vicenda, la battaglia dell’Università. Tutti la ricordano secondo i canoni dell’epopea partigiana, ovvero un durissimo scontro tra partigiani e nazifascisti. In un fascicolo processuale che ho potuto esaminare era riportato che in verità il capitano che comandava il nucleo partigiano fosse un disertore della polizia, Antonio Scaravilli, che ebbe una relazione amorosa con una donna, Lucia Gavazzoni, che faceva il doppio gioco.

Perché solo in tempi più recenti l’analisi accademica si è interessata al confronto con la memoria del fascismo saloino? Per molto tempo l’imperativo è stato ‘voltare pagina’…

Lo studio scientifico e la ricerca storica rischiano di rimanere circoscritti ad un ambito molto ristretto. Credo che ciò derivi principalmente dall’assenza, dal dopoguerra a oggi, di un discorso serio e obiettivo su quello che il fascismo ha rappresentato. Non mi riferisco alle dichiarazioni ufficiali pronunciate in momenti particolari: non si sono mai fatti realmente i conti con il passato, con un regime che è stato opera di italiani e ha condotto un’intera nazione allo sbando; a ciò, inoltre, bisogna aggiungere l’amnistia Togliatti del 22 giugno 1946, che ha permesso a molti fascisti di uscire dal carcere e, quindi, di non pagare per le proprie colpe. La guerra civile ha attraversato le nostre borgate e le nostre famiglie: il fratello poteva essere capo partigiano e la sorella delatrice.

I rastrellamenti fascisti su suolo emiliano o le efferratezze perpetrate dalle brigate della morte sfuggono da ragioni di ordine strettamente strategico-pragmatico. Cos’ha rappresentato, in ultima analisi, il fascismo?

Questi squadroni attuavano rappresaglie durissime. Nel caso di Monte Sole, per anni non si sono fatti i conti con le responsabilità italiane: a pagare più di tutti fu Walter Reder, un maggiore delle SS giudicato in Italia che, appena ritornato in Austria, ha ritrattato le sue precedenti scuse affermando che fosse stato il suo avvocato ad averlo convinto ad avanzarle. Riguardo a Monte Sole, si fa ancora fatica a riconoscere i fascisti di Marzabotto che hanno condotto i tedeschi per sentieri che non intendevano percorrere in quanto ben informati circa la presenza della brigata partigiana Stella Rossa. La politica fascista era legata a una pratica della violenza indiscriminata, senza pietà: le brigate della morte avevano carta bianca da parte delle autorità e si sentivano quindi libere di commettere ogni sorta di soprusi ai danni della popolazione civile.

Anche negli stessi quadri fascisti serpeggiavano dissapori e tradimenti: è da ritenersi errata la visione di un fascismo compatto, monolitico?

Assolutamente sì. Il fascismo, soprattutto quello della Repubblica Sociale, presentò molte anime spesso in contrasto tra loro. È esemplare il caso del federale Pietro Torri e di Franz Pagliani, capo di una delle Brigate Nere, che spargevano terrore a Bologna e vennero allontanati dal generale tedesco Von Senger, al comando delle truppe stanziate nella città. La popolazione cominciava a non tollerare più le vessazioni fasciste. Il prefetto Dino Fantozzi si mise d’accordo con il generale tedesco per mandare via Torri e Pagliani che successivamente, al seguito dei loro uomini, si spostarono nei dintorni di Carpi e continuarono a uccidere fino al 24 aprile, quando gli Alleati avevano ormai quasi del tutto preso il controllo della situazione.

Fra gli strumenti principali del fascismo ci fu la delazione…

Proprio in questo periodo sto portando avanti un lavoro incentrato sulle donne collaborazioniste, le delatrici. Esse avevano un’influenza notevolissima nel favorire il buon esito di perquisizioni e arresti: le azioni della questura, dei poliziotti e delle Brigate Nere sono state il più delle volte rese possibili proprio dal contributo di delatori. Un’intera unità partigiana di Giustizia e Libertà venne sgominata perché all’interno di essa si era infiltrato un agente di polizia spacciandosi per partigiano: veniva chiamato Aquila Nera mentre, in realtà, non era altro che un informatore.

Vi furono però anche fascisti moderati…

Certo. È il caso, ad esempio, di Dino Fantozzi, prefetto di Bologna, o Giorgio Pini, sottosegretario del Ministero dell’Interno della RSI e, per alcuni mesi, direttore de Il Resto del Carlino: vennero sottoposti a giudizio perché ricoprivano quelle determinate cariche, già di per sé motivo sufficiente per venire processati. I loro avvocati difensori, tuttavia, rimarcarono che l’aver assunto quelle cariche non rendesse automaticamente i loro assistiti colpevoli, ma bisognava considerare gli atti commessi durante l’esercizio delle loro funzioni. Era presente in loro una certa umanità, non bisogna indulgere in pregiudizi.

Quali furono le influenze e le responsabilità della comunicazione in quegli anni difficili?  

Il Resto del Carlino, in quel periodo, era un giornale schierato apertamente contro gli antifascisti e a favore della persecuzione degli ebrei. Lo storico Mimmo Franzinelli cita il numero altissimo di articoli apparsi sul quotidiano contro gli appartenenti alla razza ebraica. Quando uscì l’11 ottobre 1944 – una settimana dopo l’eccidio –, il giornale bollò come incontrollate le voci che già circolavano sull’accaduto. L’Avvenire d’Italia, dal canto suo, apostrofava i partigiani come dei ribelli, dei fuorilegge.

Secondo lei, qual era il vero senso dell’amnistia Togliatti?

Togliatti cercava ad un tempo, attraverso un accordo con il governo dell’epoca, di voltare pagina  e acquisire credibilità all’estero: portare la pacificazione nel Paese per avviare un processo di ricostruzione. Mi ha fatto molto riflettere la lezione di Nelson Mandela riguardo l’apartheid: non cercava vendetta, ma solo che chi avesse commesso dei crimini lo ammettesse pubblicamente.

La proposta – poi abortita – dell’assessora alla Sicurezza di Milano Carmela Rozza di accomunare, nell’omaggio del 2 novembre, caduti partigiani e repubblichini, il “corteo della patria” di Forza Nuova del 4 novembre – originariamente convocato per il 28 ottobre, esattamente 95 anni dopo la mussoliniana marcia su Roma, ma differito dopo lo stop del ministro dell’Interno Marco Minniti – contro migranti e Ius soli: trova preoccupante, ai nostri giorni, questa nuova spinta propulsiva del fascismo?

Perché stupirsi? In Italia il fascismo non è mai morto, basti pensare alla stagione del terrorismo nero o, più di recente, ai gruppi di neo-fascisti presenti su facebook o ancora agli atti vandalici, compiuti anche a Bologna, a danno di lapidi. Chiamiamo neo-fascismo l’espressione di un movimento o di un’idea che non è mai scomparsa. Facciamo un paragone con la Germania: nonostante la presenza di formazioni neo-naziste, bisogna evidenziare che i conti con il passato, in Germania, sono stati fatti in misura maggiore rispetto all’Italia, come testimonia la cospicua presenza di musei dedicati. Il nostro passato coloniale in Libia, Somalia ed Eritrea, invece, fatto di gas, iprite, stupri e campi di concentramento, rimane sconosciuto ai più. Quest’estate ho visitato l’isola croata di Rab. Sapevo che ospitava un campo di concentramento italiano per sloveni: dovetti rilevare che, al suo interno, oltre alle lapidi non è rimasto quasi nulla. Nessun Presidente della Repubblica italiano è mai andato lì a chiedere perdono per quanto commesso dai nostri connazionali.

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