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Il magistrato Alberto Cisterna: «Non ci sarà più un capo dei capi»

«Con la morte del giudice Scopelliti, sui corleonesi scatta una trappola. In cassazione arrivano due procuratori generali bravissimi, e viene rimosso Corrado Carnevale…»
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«Cosa nostra, secondo me, non avrà mai più un capo». Alberto Cisterna, presidente di sezione al Tribunale di Roma, è un magistrato con un lungo curriculum antimafia alle spalle. Prima sostituto procuratore in Dda a Reggio Calabria e poi vice di Piero Grasso alla Direzione nazionale antimafia. Nei primi anni Novanta, da Gup, ha giudicato Riina per l’omicidio del giudicie Scopelliti. «Ho avuto modo di confrontarmi con lui faccia a faccia», racconta.

Dunque, possiamo dire che è morto il capo dei capi di Cosa nostra?

È morto quello che sicuramente è stato il capo di Cosa nostra fino a tutti gli anni Novanta, l’uomo che anche dal carcere è rimasto a lungo il punto di riferimento per tutta l’organizzazione. Poi probabilmente questo suo ruolo è venuto meno. Io ho l’impressione che già con la sua cattura si fosse chiuso un ciclo.

Eppure in molti sostengono che Riina fosse ancora il capo assoluto della mafia siciliana…

La mia idea è che non fosse in condizioni di dominare il mondo come qualcuno ha sostenuto. E poi è improponibile, a mio avviso, ritenere che la mafia, per come la raccontiamo, si possa ridurre a Totò Riina, un “viddanu”. C’è una sproporzione che deve essere ridotta tra ciò che i processi hanno accertato e ciò che si è determinato nell’immaginario collettivo. Ma ricondurre al reale l’immaginario è un’operazione complicata, contro cui si contrappongono forze importanti di questo Paese. E non mi riferisco solamente a forze politiche, ma a robuste centrali culturali che tengono in piedi l’idea che la mafia sia quella lì. Spero che la morte di Riina aiuti a riaprire una riflessione serena su questo tema.

E che cos’è la mafia allora?

Cosa nostra è un’organizzazione criminale fondata su una sopraffazione sistematica che ha realizzato profitti enormi e che ha sicuramente avuto relazioni con la politica. Ma quando ha sfidato frontalmente lo Stato è stata distrutta. Segno che, contrariamente ai veri poteri deviati di questo Paese, è stata sempre concepita come un corpo estraneo al sistema. Il Paese è in mano a bande massoniche deviate e faccendieri, rispetto ai quali Riina costituisce una schermo di attenzione che ha consentito alla corruzione di proliferare indisturbata. Bisognerebbe porsi una domanda: come mai, in base alla narrazione della mafia immaginaria, non c’è neanche un mafioso tra i Panama papers? Per non parlare della lista Falciani o della stessa Loggia P2.

Chi ha preso il posto di Riina nell’organizzazione?

Nessuno. Cosa nostra, secondo me, non avrà mai più un capo. È impossibile per il semplice fatto che non ce n’è più bisogno. Anche in passato, non è che Cosa nostra avesse un capo riconosciuto ed eletto, aveva un dittatore autoproclamato, ‘ l’uomo che volle farsi re’ distruggendo tutti gli avversari. Nessuno per fortuna ha più quella forza. Lo ripeto da più di dieci anni, la mafia è come i VoPos comunisti sul muro di Berlino: potevano sparare, ma non potevano sparare. Non ci sono più le condizioni politiche che consentano l’uso della violenza. E poi, dispiace dirlo, ma la morte in carcere di Riina e Provenzano ha un valore esemplare per i mafiosi e per la sorte che gli spetta.

Lei ha processato Riina a Reggio Calabria, che impressione ha avuto?

Ho avuto modo di confrontarmi con lui faccia a faccia in una delle rare volte in cui Riina è stato presente in aula di Tribunale, poi è iniziata la stagione delle video conferenze. Ero Gup dell’udienza preliminare del processo per l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti. A Reggio Calabria arrivarono tutti i capi di Cosa nostra: Pippo Calò, Madonia e ovviamente lo stesso Riina.

Cosa ricorda di quei giorni?

Riina arrivò a Reggio, in una città in stato d’assedio, subito dopo la sua cattura. Era un uomo piccolo di statura, da cui il nome “u Curtu”, ma ancora vigoroso e stava in una gabbia isolata rispetto agli altri componenti della Cupola. Ricordo che chiese a sorpresa di rendere dichiarazioni spontanee. Mi disse che non c’entrava niente con quella storia, che era un semplice contadino, che non era mai stato in Calabria e che nel giorno dell’omicidio stava insieme alla sua famiglia. Non abbassava mai lo sguardo, era molto presente. Ricordo anche una serie di aneddoti, come quando gli fu recapitata una scatola di cannoli siciliana dai parenti. Lui la guardò e rivolgendosi a un carabiniere, in dialetto palermitano, gli disse di buttarla perché temeva fossero cannoli avvelenati.

In quel processo furono tutti assolti…

Sì, quell’omicidio è rimasto senza mandanti, è un vero e proprio buco nero. Si è sempre detto che la morte di Scopelliti fosse attribuibile ai corleonesi ma i processi non hanno mai dimostrato questa tesi. Sono stati tutti assolti.

Ma allora perché fu ammazzato Scopelliti, sostituto procuratore generale in Cassazione che avrebbe dovuto rappresentare l’accusa contro gli imputati del maxiprocesso?

È un omicidio strategico e probabilmente solo in parte un omicidio di mafia. A guardarne gli effetti sicuramente ha finito per danneggiare Cosa nostra, e in modo irreparabile. Nel 1991 Riina e i suoi erano fortissimi. È l’omicidio che ha decretato l’inizio della fine della mafia siciliana e Riina lo aveva compreso forse. La stagione delle stragi e tutto ciò che è accaduto dopo ha una sola origine: l’omicidio di Antonino Scopelliti nel 1991. È quello l’anno in cui devono essere rintracciate le cause della svolta stragista, il 1992 è l’anno degli effetti. Dopo la morte del giudice scatta la più grande e dirompente strategia antimafia mai concepita prima e tutto per il volere di Francesco Cossiga, Giovanni Falcone e Claudio Martelli. Tutto il pacchetto di leggi in vigore che ancora consente di combattere la mafia è stato prodotto nel 1991: dallo scioglimento dei consigli comunali per mafia all’istituzione della Dia, dalla legge sui pentiti alla costituzione della Procura Nazionale Antimafia, dalla nascita del Ros alla fondazione dello Sco. Centinaia di detenuti furono trasferiti nelle carceri di massima sicurezza, anche all’Asinara, in condizioni durissime, ci furono parecchi suicidi. È da lì che nasce il “papello”, la trattativa: i mafiosi non erano in grado di sopportare quel trattamento.

Ma allora chi ordina un omicidio di questo tipo?

Non lo so. Di sicuro con la morte di Scopelliti su Riina e gli altri scatta una trappola. In Cassazione viene sostituito il dottor Scopelliti con due procuratori generali bravissimi come lui. E soprattutto cambia il collegio e viene rimosso Corrado Carnevale, il cui posto viene preso da Arnaldo Valente. Riina aveva colpito la Cassazione e gli effetti quel gennaio 1992 non si sono fatti attendere. La vittoria di Falcone e della sua ineguagliabile strategia.

 

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