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Gentiloni chiede il Visco bis in Bankitalia

Ieri pomeriggio un messo di palazzo Chigi ha recapitato la lettera in via Nazionale, con la quale il premier ha indicato il governatore della Banca D'Italia
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Alle 15 di ieri pomeriggio in Via Nazionale un messo di Palazzo Chigi ha recapitato la lettera con la quale Paolo Gentiloni indica Ignazio Visco come governatore della Banca d’Italia.

Scontato il parere favorevole del Consiglio Superiore dell’Istituto, che verrà espresso da Ignazio Musu, resteranno solo i passaggi formali per chiudere una questione che era in realtà chiusa da almeno quattro settimane, prima di infilare la Banca d’Italia – e l’Italia-nell’ammuina degli ultimi giorni. Di certo, la mozione parlamentare del partito di maggioranza e i reiterati attacchi partiti dal Pd, a cominciare dal suo segretario Matteo Renzi, contro la persona di Ignazio Visco hanno finito per rafforzarlo. E anche per rimotivarlo: il governatore aveva offerto la possibilità di fare un passo indietro, nel corso di quelle quattro settimane in cui al Colle era stata istruita “la pratica Banca d’Italia”. Ma fare un passo indietro dopo gli attacchi che Via Nazionale aveva ricevuto era diventato impossibile.

Impossibile, un cambio di strategia dopo il polverone, anche e soprattutto per il presidente della Repubblica. Dal Colle, per giorni, son filtrati solo messaggi tranquillizzanti: ma no, macché arrabbiato, il presidente è sereno. Ma la mozione giunta a sorpresa, senza che né Quirinale né Palazzo Chigi ne fossero informati, mirava a far saltare l’accordo già raggiunto sulla riconferma a Visco. Accordo accettato dal governatore, e con l’ovvio e necessario parere favorevole di Mario Draghi, presidente di quella Bce della quale la Banca d’Italia è ormai da anni parte. E cercare di far saltare una decisione che spetta al Quirinale, nell’esercizio di un “potere duale” ( cioè condiviso col presidente del Consiglio) significa tentare di subornare i poteri presidenziali. Inaccettabile sempre e comunque, poichè le istituzioni devono sempre operare in equilibrio tra loro e il capo dello Stato esercita anche su questo un ruolo di garanzia, ma inaccettabile in particolare per Sergio Mattarella. Che ha ripetuto più volte, nei suoi discorsi pubblici, un ragionamento che suona così: «Occorre che le istituzioni si rispettino tra loro, io rispetto le altre istituzioni e non accetterò il mancato rispetto delle mie prerogative». Occorre notare che Mattarella si troverà, di qui a poco, ad affrontare passaggi istituzionalmente delicatissimi: dallo scioglimento delle Camere alla formazione del prossimo governo – non sarà agevolata dal Rosatellum, sistema non in grado di garantire maggioranza certa in un sistema politico ormai a tre poli- ha di fronte la sua vera prova del fuoco. Si tratta di passaggi e fasi nei quali il capo dello Stato è arbitro e protagonista della scena.

Poteva dunque accettare Mattarella di fare marcia indietro? Il segnale politico è chiarissimo: il Colle non si piega alle pressioni di questo o quel partito politico. E che Mattarella sia comunque sereno è confermato anche dall’ultimo emissario che aveva affrontato con lui la questione Banca d’Italia, que- sto mercoledì: «Per noi l’autonomia della Banca d’Italia viene prima di tutto», aveva detto il presidente con quel particolare modo che ha di sorridere con gli occhi.

Né, dopo i violentissimi attacchi subiti, poteva mantenere la propria disponibilità a fare un passo indietro Ignazio Visco: cedere di fronte ad attacchi pubblici e desiderata della politica avrebbe avuto il risultato di indebolire l’autonomia nella quale risiede l’autorevolezza della Banca d’Italia. Un indebolimento di tutto il Paese in una cruciale istituzione europea.

Infine, la piccola accelerazione con la quale si è data pubblicamente la notizia della decisione di Gentiloni, che sarà formalizzata solo oggi in Consiglio dei ministri, indica che il tempo si era fatto veramente breve. Che la partita, dopo troppe polemiche dannose per le istituzioni, doveva essere chiusa. E in fretta.

Come Il Dubbio aveva scritto già la scorsa settimana, altre candidature non sono mai esistite. E se il direttore generale Salvatore Rossi e il suo vice Panetta, che godono di buona stampa, sanno che dietro alla scrivania dei governatori al piano 2 di Palazzo Koch c’è sempre stato appeso un quadro raffigurante San Sebastiano, pare che Fabrizio Saccomanni non sia particolarmente compiaciuto dall’esser stato tirato in ballo, anche lui dalla politica, come candidato impossibile dell’ultim’ora. Tanto rumore per nulla, direbbe il poeta. Se non fosse che, con le elezioni politiche alle porte, c’è da giurare che il rumore troverà modo di continuare.

 

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