di Marco Mazzù

I rapporti tra magistratura e politica e quelli con Davigo, il sovraccarico delle Procure e la possibilità di decongestionarle attraverso una proposta di depenalizzazione sulla quale l’Anm «ha avviato una riflessione comune con l’avvocatura» : in un’ampia intervista all’Adnkronos, il presidente dell’Anm Eugenio Albamonte tocca molte delle questioni che saranno discusse anche al congresso del “sindacato” dei magistrati, in programma da venerdì a domenica prossimi a Siena.

Presidente Albamonte, il tema del rapporto tra magistratura e politica resta centrale. E resta da risolvere un quesito: se se un magistrato si candida, è giusto che poi torni nelle aule giudiziarie?

Non credo si possa arrivare a un pregiudizio secondo cui un magistrato debba essere considerato un cittadino di serie B, che non può partecipare alla vita politica. Anche perché può contribuire a migliorare la qualità di scrittura delle leggi. Ora, la Costituzione prevede il divieto per i magistrati di partecipare alla vita dei partiti. Potrebbe bastare, ma oggi si è un po’ attenuato, sul piano della Costituzione materiale, il principio del divieto di vincolo di mandato. E per questo, considerato anche il sistema elettorale che abbiamo, ci sono meno spazi per quelli che una volta erano gli indipendenti nelle file dei partiti. Dobbiamo farci carico del rischio che presso l’opinione pubblica sia intaccata l’immagine di terzietà dei magistrati. Ed ecco perché l’Anm, seppur con una delibera a maggioranza, si è espressa per l’ipotesi che il magistrato non rivesta più la toga, mantenga la qualifica ma lavori in altri settori, per esempio nelle compagini ministeriali, negli uffici legislativi. Non perché il magistrato possa perdere oggettivamente la capacità di essere terzo, ma per ripristinare, anche con una rinuncia a qualcosa delle nostre prerogative, una generale fiducia nei magistrati di cui c’è bisogno.

Ci sono magistrati che parlano troppo spesso in tv?

Non intervengo su singole vicende che hanno anche mostrato possibilità di interpretazione contrastanti. L’Anm ha un codice deontologico, che non prevede limitazioni al diritto di parola ma che ci esorta vivamente ad avere dei toni compatibili col nostro ruolo. Se ogni volta che un magistrato parla in tv si ricorda che il giorno dopo dovrà vestire una toga e che i cittadini davanti ai quali compare non devono temere una sua faziosità, può dare un contributo, senza interferire appunto nella fiducia che i cittadini devono avere nella giustizia.

Lei ha detto che l’allungamento della prescrizione incide sugli effetti e non sulle cause del problema: si riferiva ai carichi di lavoro che avete nelle Procure?

Certo. Da anni siamo continuamente investiti da nuove ipotesi di reato. Anche per dare una risposta formale a quella richiesta di sicurezza pubblica che anima, a volte fondatamente e a volte meno, il dibattito sociale. Ogni volta si fa una norma penale. Il che sovraccarica il sistema della giustizia, la cui struttura invece resta invariata. Da qui li disavanzo tra richiesta di giustizia e capacità di darle risposta. Uno squilibrio che produce, a sua volta, frustrazione: sia nel cittadino, il quale trova inaccettabile che la risposta consista nella prescrizione del reato, sia in noi. Finiamo per essere, cittadini e magistrati, vittime di un’immagine d’inefficienza.

E la riforma della prescrizione è un rimedio?

Si è trattato di un intervento inevitabile che però ha senso se da domattina si mette mano alle reali cause, e si trovano soluzioni che non siano solo un tampone ma abbiano un ampio respiro.

Una depenalizzazione delle fattispecie che creano minore allarme sociale andrebbe in questa direzione?

Sicuramente.

Noi abbiamo pensato come Anm di aprire un dibattito ampio, coinvolgendo i penalisti e l’avvocatura nel suo complesso attraverso il Consiglio nazionale forense, nel tentativo di definire tutti insieme una depenalizzazione più ampia, che restituisca funzionalità proprio con il riequilibrio tra domanda di giustizia e risposta possibile.

Parliamo di Anm. Davigo, con la sua corrente, è uscito dalla giunta. Vi siete sentiti? La frattura è ricomponibile?

La rottura della giunta unitaria non ha inciso sui rapporti personali, per fortuna, e quindi ovviamente ci sentiamo e c’è sempre stima reciproca e disponibilità alla collaborazione. L’unitarietà delle cosiddette correnti che animano l’Anm e la vita della magistratura era per noi un risultato importante, perché era la prima volta che si riusciva dopo anni a presentarsi, anche rispetto al mondo che ci circonda, in modo compatto e coeso. E ripeto: la magistratura ha bisogno di recuperare credibilità nei confronti degli altri interlocutori e nei confronti dei cittadini, e il modo miglior per farlo era presentarsi in modo unitario. Si è verificato un incidente non facilmente comprensibile per alcuni. Io sono tra quelli che non hanno ben capito quali fossero le cause di questa rottura. Sicuramente c’è sempre la disponibilità a riprendere un percorso comune anche con i colleghi del gruppo di Piercamillo Davigo.

Senta presidente, se dal vostro congresso di questo fine settimana dovesse rivolgere un appello al legislatore, quale tema sceglierebbe?

Dopo anni di tagli, per la prima volta stiamo vivendo un’inversione di tendenza in tema di risorse per la giustizia. Chiediamo che la tendenza a ricominciare a investire venga mantenuta e che l’approccio nuovo, persino rivoluzionario di questa legislatura, sia garantito anche dai governi che verranno.