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Rosatellum: la rabbia di Grillo, la soddisfazione di Gentiloni alla prova del Senato

Occhi puntati su Palazzo Madama per l'approvazione della riforma elettorale. Il governo metterà o no la fiducia?
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Approvato alla Camera, con una pesante sconfitta del “partito” dei franchi tiratori, che alla fine sono stati solo una quarantina, mandando su tutte le furie Beppe Grillo, il Rosatellum bis ora si prepara ad approdare nell’aula di Palazzo Madama. Di solito molto più insidiosa, ma in questo caso forse anche no. Quella che, come ha detto al Dubbio il coordinatore del Pd Lorenzo Guerini, è «una grande vittoria di Matteo Renzi e di tutto il partito», ora ha a che fare con gli ultimi scogli. Definiti però già da ora «tutti superabili». Sia dentro il Pd sia dentro Forza Italia, che con Renato Brunetta sottolinea «il buon risultato anche numerico», le previsioni sono ottimiste. Silvio Berlusconi già si dice sicuro che con il Rosatellum «vinceremo noi, senza alleanze con il Pd, chiedendo agli italiani il 51 per cento».

Ma resta un ultimo problema: verrà o no messa la fiducia anche a Palazzo Madama? Sinistra italiana con Loredana De Petris già insorge. Formalmente non ce ne sarebbe bisogno perché a differenza della Camera sulla legge elettorale non è previsto il voto segreto, che però invece è ammesso sulle questioni che riguardano le minoranze linguistiche. Torna quindi, anche se con minori palpitazioni, il patema d’animo di qualche possibile emendamento sul Trentino Alto Adige, come quello che fece naufragare a giugno il tedeschellum alla Camera. Cosa per la quale già si ipotizza una fiducia circoscritta solo a questa tematica.

Ma il problema politico di fondo è che il premier Paolo Gentiloni, il quale ha rivendicato che «è il momento delle scelte responsabili», e con lui il vero azionista di maggioranza Renzi, sembra voglia evitare di ridare l’immagine di una forzatura, di uno strappo con quella parte di sinistra dalla parte di Giuliano Pisapia, soprattutto, con la quale ora il Pd con il Rosatellum, come spiega l’orlandiano Giuseppe Lauricella, riprende a lavorare per creare una coalizione. E poi certamente al mite Gentiloni non saranno suonate come musica quelle critiche di Pier Luigi Bersani secondo il quale il premier «ha perso credibilità: o è complice di una forzatura o è stato sequestrato». Ambienti del Pd ma anche di FI dicono che la fiducia anche al Senato «non è scontata». E però, secondo i piani di Renzi, bisogna fare presto, approvare la legge entro la fine del mese. Perché, come scrivono alcune cronache, il segretario del Pd vuole incamerare definitivamente quella che è un importante scudo con il quale difendersi da una possibile sconfitta alle elezioni del 5 novembre in Sicilia.

Non mettere la fiducia al Senato non solo significherebbe cercare di rasserenare gli animi a sinistra ma togliere anche una piccola patata bollente al centrodestra. Il capogruppo leghista Gian Marco Centinaio, salviniano di ferro, mette le avanti: «Noi non voteremo la fiducia, usciremo dall’Aula». Già, ma uscendo dall’Aula, di fatto, se fiducia sarà, equivarrebbe a non votare il Rosatellum? A Palazzo Madama non è previsto come è avvenuto alla Camera il voto finale sul testo. Cosa che ora sta un po’ arrovellando Forza Italia, che deciderà martedì, quando si terrà anche la conferenza dei capigruppo. Se FI, come sembra, dovesse uscire dall’aula come la Lega è chiaro che farà abbassare il quorum garantendo così che la legge passi comunque. Ma il Senato è da sempre terreno insidioso, anche se lì si sa che il Pd potrà contrare per il Rosatellum bis su tutti i centristi che sono una truppa più numerosa che alla Camera.

Ma Alfredo D’Attorre di Mdp già annuncia che «ci sono due incongruenze e non di poco conto» nell’articolo 1 della legge che «il Senato dovrà modificare». Massimo D’Alema torna alla carica: «Da Renzi due fiducie, mentre in un secolo ne sono state poste quattro». Ma c’è anche un aspetto che attiene alle relazioni diplomatiche a sinistra, relativo alla presenza a Palazzo Madama tra i senatori a vita del presidente emerito Giorgio Napolitano che ha già annunciato contro la fiducia un intervento durissimo. Metterla anche lì certo potrebbe suonare come uno sgarbo all’ex capo dello Stato che fece il sacrificio di accettare un secondo mandato perché la politica italiana stava andando in tilt. Che i rapporti tra Napolitano e Renzi ormai siano praticamente inesistenti, con il primo che non ha apprezzato il modo come il segretario del Pd ha gestito il referendum, e il secondo che sembra faccia spallucce alle uscite del Presidente emerito, è cosa che ormai fa parte delle enciclopedie dei gossip del Palazzo. Ma il “conte- premier” Gentiloni ora un problema in più anche di galateo rischia di averlo. Forse anche per questo, anche se non solo per questo, “Paolo il calmo” ci starebbe ancora pensando.

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