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Malati due detenuti su tre, la metà di loro non lo sa

L'allarme lanciato nel congresso "Agorà penitenziaria 2017"
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Due detenuti su tre, nonostante si tratti di una popolazione molto giovane rispetto alla media, sono malati e il 50% di loro è ignaro della propria patologia o comunque non la dichiara ai servizi sanitari penitenziari. Questo è altro ancora è stato denunciato durante il congresso “L’agorà penitenziaria 2017” svolto a Roma il 5 e 6 ottobre e organizzato dal Simspe, la Società italiana di medicina e sanità penitenziaria, e patrocinato dalla Simit, la società italiana di malattie infettive e tropicali. L’obiettivo del congresso è stato quello di fornire spunti per una riflessione approfondita sulla in carcere agli stessi operatori sanitari, a chi amministra gli istituti e a chi ha il compito di stabilire le regole e distribuire le risorse. La Simspe, in occasione del congresso, ha esortato che i Livelli essenziali di assistenza ( Lea) vengano concretamente applicati anche negli istituti di detenzione. A onor del vero, i Lea sono entrati nelle carceri nel 2017 ed è stato «un punto di svolta perché fino a oggi la sanità penitenziaria è stata attendista – ammette Sergio Babudieri, direttore delle Malattie infettive dell’Università di Sassari e direttore scientifico di Simpse – mentre l’obiettivo oggi è di farla diventare proattiva, con una presa in carico di tutte le persone che vengono detenute». Insomma, per il momento si tratta di un atto formale più che pratico. Tra le malattie in aumento risultano l’hiv, l’epatite e la tubercolosi.

Secondo le stime, gli hiv positivi sono circa 5 mila e 6.500 sarebbero i portatori attivi del virus dell’epatite B. L’epatite C, invece, colpisce tra il 25 e il 35 per cento della popolazione carceraria italiana, ovvero tra i 25 mila e i 35 mila detenuti. I maggiori benefici che si possono trarre dai Lea applicati agli istituti penitenziari sarebbero destinati ai malati di epatite C. Dall’ 1 giugno l’Agenzia Italiana del Farmaco ( Aifa) ha reso prescrivibili nuovi farmaci eradicanti il virus dell’epatite C: quindi circa 30mila persone che transitano annualmente nelle carceri italiane potrebbero essere trattate in modo risolutivo ed evitare di contagiare, una volta in libertà, altre persone. Luciano Lucania, presidente Simspe 2016- 18, auspica «maggiore attenzione ai problemi legati all’intrinseca vulnerabilità sociale che certamente ampia parte dei detenuti presenta, occorrono buone prassi di informazione sulle maggiori patolosalute gie infettive. Fondamentale la cura e la garanzia di un diritto costituzionale. Auspicabile lo sviluppo dei reparti ospedalieri per detenuti con una diffusione almeno regionale, così da poter garantire assistenza ospedaliera in maniera più adeguata». Particolare attenzione anche per quanto riguarda la malattia mentale. Durante il congresso è emerso che viene sottostimata la presenza di malati psichiatrici. Prendendo ad esempio la schizofrenia, la patologia è accertata in appena lo 0,6 per cento della popolazione carceraria, mentre è notevolmente maggiore la massa di coloro che presentano pochi sintomi, ma con un uguale bisogno di diagnosi e terapia. Però, spesso, non vengono valutati.

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