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La Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sulla fuga di segreti per la quale erano indagati il Pm napoletano John Woodcock e la giornalista della Rai Federica Sciarelli. È una buona notizia. Innanzitutto perché era davvero inquietante l’ipotesi che un Pm si adoperasse personalmente per commettere un reato ( in combutta con una giornalista della Rai) con lo scopo di danneggiare la reputazione di alcuni cittadini. Sapere che sia lui che la giornalista sono innocenti è tranquillizzante. E poi è una buona notizia perché una decisione di proscioglimento o di assoluzione è sempre un fatto positivo, dal momento che impedisce la persecuzione di un presunto e probabile innocente. Purtroppo, nel senso comune ( e nelle abitudini di quasi tutto il sistema dell’informazione), l’assoluzione è vista come un fallimento della giustizia. Non è così.

L’assoluzione, nella grande maggioranza dei casi, è l’atto sommo di giustizia ed è la riabilitazione di un innocente. Il Pm Woodcock questo lo sa benissimo, perché c’è un numero altissimo di persone ( alcune abbastanza famose) che sono state da lui inquisite ( alcune anche incarcerate) e poi, fortunatamente, prosciolte o assolte. La speranza è che dopo essere finito anche lui in una storia di sospettiinfondati, in futuro sarà magari più cauto negli avvisi di garanzia e nei mandati di cattura.

Il proscioglimento di Woodcock e della Sciarelli però non risolvono il problema. Qual è il problema? Che qualche mese fa una fuga di notizie ( in parte false), uscite da uno o più uffici o dei carabinieri o di alcune Procure, avevano travolto la reputazione di un bel po’ di persone, tra cui persino l’ex premier Matteo Renzi. Il proscioglimento stabilisce che non fu Woodcock a far filtrare le notizie – più precisamente un bel pacchetto di intercettazioni che dovevano restare segrete – ma conferma che la fuga di notizie – cioè il reato – ci fu. Un reato grave. Anche perché molte di quelle intercettazioni erano assolutamente ininfluenti, e dunque mai pubblicabili, e altre, oltre ad essere ininfluenti, erano anche illegali. Per esempio l’intercettazione di un colloquio tra l’avvocato del papà di Renzi e il suo assistito. Quella intercettazione violava la legge, la Costituzione, i principi basilari del diritto e della democrazia. Eppure, non solo non fu distrutta ma fu passata a un quotidiano ( cioè “Il Fatto”) che decise di pubblicarla pur sapendo che la pubblicazione era vietata e violava un principio molto importante della legalità liberale.

A questo punto che si fa? L’inchiesta sulla fuga di notizie per quel che riguarda l’affare Consip, è chiaro, si è conclusa senza risultati. Così come senza risultai si erano concluse ( molte anzi non erano mai state aperte) le inchieste su una cinquantina di fughe di notizie avvenute – diciamo a occhio – nell’ultimo anno. Per la precisione, a memoria d’uomo, l’unica volta – nella storia della Repubblica – che qualcuno è stato condannato per fuga di notizie è stata quella volta nella quale, paradossalmente, fu condannato Silvio Berlusconi ( la condanna poi andò in prescrizione). Cioè il personaggio politico più di tutti bersagliato, negli ultimi due decenni, dalle fughe di notizie.

Dunque è chiaro che la magistratura non è in grado di scoprire gli autori delle frequentissime violazioni del decreto. Né i giornali sono in grado di autodisciplinarsi.

A questo punto le strade sono due. Una è quella di stabilire che il far West è un luogo civile e moderno. E tutto si lascia com’è. Ognuno intercetta quel che vuole e lo dà ai giornali che gli stanno più simpatici, e i giornali pubblicano senza nessuno scrupolo, e chi ci finisce in mezzo peggio per lui. Cancellando in questo modo alcuni principi essenziali del diritto e soprattutto riducendo – e in alcuni casi eliminando – la presunzione di innocenza e il diritto di difesa. E’ una strada possibile. Una scelta del tutto reazionaria e illiberale che porta indietro di molti decenni, forse di qualche secolo, il grado della civiltà giuridica italiana. E tuttavia, al momento, sembra l’unica scelta accettata da alcuni luoghi molto potenti del potere: parte della magistratura, il giornalismo ( pressoché compatto) e larghissimi settori della politica. Nella magistratura chi è favorevole a questa soluzione sostiene che se invece si limitassero le intercettazioni si lederebbe l’autonomia del pubblico ministero. Nel giornalismo si sostiene che se si limita il potere di sputtanamento che spetta ai giornali si limita la libertà di stampa. In larghi settori della politica si pensa che è meglio non mettersi contro magistrati e giornalisti.

Oppure si fa la scelta opposta. Complicata, impopolare ma civile. Si interviene alla fonte. Limitando drasticamente le intercettazioni ( fino magari a portarle ai livelli degli altri paesi europei che sono tra le 10 e le 100 volte più bassi dei nostri) e soprattutto impedendo la loro trascrizione integrale e quindi la loro pubblicazione. Si tratta di trovare il modo di fare questo evitando uno strapotere della polizia giudiziaria, e garantendo tutte le possibilità di conoscenza – paritaria – sia alla difesa che alla accusa. E al tempo steso ponendo fine all’uso delle intercettazioni come strumento della cosiddetta pesca a strascico. Che è quel sistema al quale accennava Luciano Violante, sabato scorso, in una intervista al Dubbio. Quando denunciava quel malcostume di un pezzo di magistratura che non persegue i reati, cercandone i colpevoli, ma decide prima chi è il colpevole e poi cerca di trovare il reato da attribuirgli.

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