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L’urlo degli avvocati: «Basta giustizia show»

L’appello dell'ordine di Lecce: «Basta anonimi su interneti e basta impunità»
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«Dobbiamo insegnare che il rifiuto dell’odio serve a far sì che fatti come questo non si ripetano». L’appello del presidente del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Lecce, Roberta Altavilla, è rivolto ad avvocati, magistrati e giornalisti. Ed è stato lanciato durante un incontro organizzato dall’ordine degli avvocati e dalla presidenza della Corte d’Appello, alla presenza del neo presidente Roberto Tanisi, dopo le minacce nei confronti dei legali del reo confesso dell’omicidio di Noemi.

«Dobbiamo uscire dai tribunali e insegnare che legalità significa responsabilità e che il rifiuto dell’odio serve a far sì che fatti come questo non si ripetano». L’appello di Roberta Altavilla, presidente del Consiglio dell’ordine degli avvocati di Lecce, è a tutti: avvocati, magistrati e giornalisti, chiamati a fare rete per arginare l’odio ormai sempre più pervasivo in rete e dire no ai linciaggi. È stato questo il tema affrontato ieri nel corso di un incontro organizzato dall’ordine degli avvocati e dalla presidenza della Corte d’Appello, alla presenza del neo presidente Roberto Tanisi, un incontro urgente a seguito delle minacce nei confronti dei legali del 17enne reo confesso dell’omicidio di Noemi Durini. Il clima a Specchia e Alessano, paesi in cui risiedevano la vittima e il suo presunto assassino, è di tensione. Sono gli stessi primi cittadini, Rocco Pagliara e Francesco Torsello, ad evidenziarlo, richiamando tutti al buon senso e ai «valori della legalità». Gli avvocati salentini si sono schierati con Paolo Pepe e Luigi Rella, i due legali sottoposti alla gogna mediatica, accusati di essere «complici», «parassiti» e ai quali è stata augurata anche la morte. Ma il caso è solo l’ultimo di una lunga serie che ha dato voce al “partito dei forcaioli”. «Abbiamo voluto dare un messaggio di unità e rete tra avvocatura e magistratura nella battaglia contro l’odio – ha spiegato Altavilla – Anche la stampa deve starci accanto. Dispiace molto che questi messaggi di minacce ai colleghi, a corredo di un articolo pubblicato sul web, non siano stati rimossi subito. Il nostro obiettivo è far capire a chi scrive che c’è un principio di responsabilità e che bisogna rispettare la funzione dell’avvocato e la sua terzietà». Un appello è stato rivolto anche alla politica, affinché chi viene colpito da minacce e ingiurie sul web non sia costretto a difendersio da sé. «La tutela deve venire da chi è deputato a questo», ha commentato Altavilla. Tra i soggetti colpiti spesso e volentieri ci sono anche gli avvocati, che hanno un ruolo fondamentale nelle democrazie, ha evidenziato Tanisi. «Ho dato un’occhiata a quei messaggi e sono rimasto allibito. Chi li ha scritti può tentare di fare linciaggi. Anche lo Stato migliore diventerebbe prevaricatore nei confronti del cittadino senza avvocati – ha sottolineato – Però c’è la connitori, vinzione diffusa che l’avvocato intralci il corso della giustizia. Ovviamente non è così». Ma il problema, va da sé, non riguarda solo il Salento. «È una questione generale – ha spiegato – che a monte ha un humus culturale degradato. C’è una concezione forcaiola data dall’idea di farsi giustizia da sé che dipende da una sfiducia nella giustizia, che arriva tardi, e in leggi ritenute “permissive”». La soluzione, ha spiegato Tanisi, sta nelle norme e nelle scuole. Convinzione condivisa anche dagli avvocati, che stanno portando avanti un progetto di alternanza scuola lavoro per promuovere la cultura della legalità. Lo scopo è far comprendere ai giovani, ma anche ai loro ge- che internet è un luogo in cui possono essere commessi anche dei reati. «Ingiuriare, offendere, diffamare, calunniare sono azioni contro la legge – ha rimarcato Altavilla – e chi li compie deve averne la consapevolezza». Ma c’è anche un altro problema da affrontare, ovvero l’immedesimazione del reo con l’avvocato. «Non esiste – ha aggiunto – L’avvocato in quel momento è come il sacerdote che coglie in confessionale il peccato del fedele e non può essere identificato con esso. La moralità comune è cosa diversa dal comportamento deontologicamente corretto dell’avvocato, che deve svolgere il proprio mandato in libertà e autonomia. Faccio appello anche alla stampa, perché il processo show non aumenta il livello della cultura e della giustizia». E va superata anche la cultura dell’anonimato: «la materia va regolamentata – ha aggiunto – è giusto che chi si avvicina al web abbia un nome e cognome. In un sistema nel quale non c’è responsabilità non ci può essere giustizia».

 

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