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La lezione di Canzio: «Sull’odio Orwell capì tutto 70 anni fa»

«Trattiamo la post modernità con strumenti arcaici: il legislatore deve intervenire per tutelare gli individui e i fondamenti della democrazia»
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George Orwell aveva capito come funzionava l’odio basato sulle fake news già 70 anni fa, quando in “1984” raccontò quei due minuti in cui il popolo si sfogava contro il nemico pubblico Emmanuel Goldstein. Un momento al quale nessuno riusciva a sottrarsi e finalizzato a stringere la morsa del controllo sul popolo e sui membri del partito. L’intervento di Giovanni Canzio, primo presidente della Corte di Cassazione, si conclude così, con la lettura di due pagine di un libro che ha anticipato di decenni la vittoria del partito dell’odio. “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”, questo lo slogan di quel partito che oggi, 70 anni dopo quell’anticipazione, vince senza che siano mai stati pensati degli strumenti per contrastarlo. Non è un caso se il magistrato ha pensato a quel passo per chiudere il proprio intervento sulla sessione dedicata ai diritti costitzionali, ai diritti umani e alla libertà d’espressione. Assicurando, in apertura, l’impegno della Corte di Cassazione su «una sfida fondamentale per la democrazia». Il terreno è scivoloso e ambiguo, come l’età che lo ha coltivato: l’età di internet e dei social network, un’epoca di transizione. «Ma è anche l’età dell’odio e dell’indignazione», ha spiegato, affidando al giurista il compito di riportare armonia, ragione e proporzione. Un contributo complesso, difficile, «però bene ha fatto l’avvocatura a lanciare questa sfida – ha confermato -. Non possiamo rinunciare a provare a disegnare aree rispetto alle quali il diritto prevalga nella sua forma più forte, delle regole, dei principi, delle restrizioni e delle sanzioni». Insomma, Orwell aveva anticipato i tempi ma nessuno ci ha mai fatto caso fino a quando gli strumenti a disposizione non sono diventati inadeguati. «Trattiamo la post modernità con strumenti tradizionali e arcaici», ha spiegato Canzio. Come il reato di diffamazione, a livello penale, risalente al 1930, e il risarcimento per fatto illecito, a livello civile, del 1940. Il che vuol dire che è arrivato il momento di ripensare le leggi per adeguarsi ai tempi del Grande Fratello. Per Canzio si tratta di una «esigenza», perché codici di condotta ed etici, per quanto ben accetti, non colmano quel «deficit di strutturazione» delle norme che proteggono gli interessi in gioco. «L’invito è al legislatore», ha chiarito, esaltando la scelta «radicale e forte» della Germania di pensare sanzioni economiche porzionate alla gravità e alla diffusione del danno provocato dal linguaggio dell’odio.

I piani sui quali muoversi sono duplici. A livello strategico, in quanto la risposta non può «essere nazionale: sarebbe perdente». La soluzione non può che essere «sovranazionale, perché stiamo parlando di un fenomeno sconfinato», ha chiarito Canzio. L’altro piano è quello della consapevolezza degli interessi in gioco: «occorre attrezzare una strategia di difesa strenua della persona umana, della sua dignità, dei suoi diritti fondamentali. Tra questi ci sono la libertà di informazione e la libertà di espressione. E dall’altra parte – ecco la duplicità – la tutela deve estendersi alla democrazia, allo Stato di diritto, alla legittimazione della fiducia che i cittadini hanno nei confronti delle istituzioni repubblicane – ha spiegato -. Non provvedere e ritenere che tutto debba continuare così, a mio modesto avviso, rischia di mettere in crisi i fondamenti della democrazia». Tutelare gli individui e lo Stato di diritto, dunque, un compito che spetta ai giuristi, ricercando la proporzione, il giusto equilibrio tra una molteplicità di diritti, tra i quali quello alla libera manifestazione del pensiero e all’informazione. «E allo stesso tempo, però, il diritto alla dignità, alla reputazione, alla propria personalità, la propria identità personale. E questo è il lavoro che fa il giurista tutti i giorni – ha aggiunto -, dal più modesto giudice di pace fino alla Corte costituzionale, quello cioè di trovare la soluzione più adeguata per il caso concreto, al caso individuale, mediando tra diritti e individuando sin dove i diritti si scontrano coi doveri, le responsabilità». Terreno sul quale la Cassazione ha assunto delle decisioni di «un certo rilievo che dimostrano però i limiti dell’attuale congiuntura dell’ordinamento positivo». Limiti che tocca al legislatore superare.

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