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Boschi: «Servono i ministri, ma soprattutto servono i maestri»

«Ci sono dei veri professionisti dell'hate speech che agiscono anche in chiave politica, e possono influenzare le campagne elettorali»
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«Sono qui nella triplice veste di rappresentante del governo, avvocato e donna». Si presenta così Maria Elena Boschi, sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio, alla platea del G7 delle Avvocature. E dopo un «triplice ringraziamento» al Consiglio nazionale forense per l’argomento scelto – “Sicurezza e linguaggio dell’odio” – entra subito nel cuore della questione. «Si è passati dall’età dell’amore libero a quella dell’odio libero», dice l’ex ministra per le Riforme.

«Oggi nessuno si vergogna più di dire pubblicamente quel che un tempo non immaginava neppure di pensare privatamente», spiega. «C’è stata una sorta di liberalizzazione, come se fosse un segno di libertà poter pronunciare parole d’odio nei confronti di altre persone e non un segno di imbarbarimento». Boschi parla di «un’involuzione culturale» che impedisce di percepire il limite, il senso della misura, nell’esprimere pubblicamente la propria opinione. Il «web non è neutrale», insiste la sottosegretaria, ma gioca un ruolo determinante anche nel funzionamento della democrazia. Spesso «internet e i social media sono un’arma politica», dice Boschi, «ci sono dei veri e propri professionisti dell’hate speech che agiscono in chiave politica. E possono influenzare» il voto. L’esempio più eclatante? La campagna per le presidenziali americane, segnate dal presunto sostegno di Papa Francesco a Donald Trump. Fu quella la notizia più cliccata: una bufala, una fake news, diventata virale.

Il web ha assunto «un peso politico di cui dobbiamo tener conto», continua Boschi. Che poi si rivolge agli avvocati italiani e internazionali presenti in sala. «Come giuristi, studiosi e operatori del diritto dovreste interrogarvi per immaginare nuove soluzioni da suggerire a chi poi la responsabilità di trasformare le proposte in provvedimenti» , superando l’ostacolo più grande: trovare il difficile equilibrio tra la «sacrosanta libertà d’espressione» e la necessità di tutelare «l’onorabilità e la riservatezza delle persone». Perché la reputazione di un individuo, sempre più, si costruisce o si demolisce in Rete.

E dal monitoraggio sul web realizzato dal dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio emergono «settemila discorsi di odio al giorno» indirizzati verso “bersagli” ogni giorno diversi, ammonisce l’ex ministra. Come primo passo, dunque, bisognerebbe trovare una definizione condivisa di ciò che è hate speech. «A livello europeo abbiamo individuato una prima nozione di hate speech che fa riferimento, più tradizionalmente, all’odio basato sulla razza, sull’etnia, sull’antisemitismo» , prosegue Boschi. «Tuttavia in quest’ultimo periodo ci stiamo interrogando su come cambia il concetto di hate speech e come oggi le vittime non siano più soltanto coloro che vengono oltraggiati per la loro origine ma anche per orientamento sessuale, per sesso e in alcuni casi per fragilità fisiche in quanto portatori di handicap». Per contraha stare il fenomeno occorre «adeguarci con una maggiore armonizzazione internazionale, con una maggiore condivisione delle azioni da intraprendere». La politica ha dato una prima risposta con la legge sul cyberbullismo ma non è ancora sufficiente «se vogliamo chiudere l’età dell’odio libero», insiste la sottosegretaria.

Preoccupazione condivisa dall’ambasciatore Raffaele Trombetta, sherpa G7/ G20 del presidente del Consiglio, che ricorda come il problema dell’uso «di internet e della necessità di una collaborazione con le maggiori piattaforme web» sia stato al centro dell’anno di presidenza italiana del G7.

 

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