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Myrta Merlino: «L’unica cosa che è giusto odiare è l’odio stesso»

Intervista alla conduttrice de L'aria che tira, che ha lanciato la campagna "odio l'odio"
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Odio l’odio. La campagna lanciata dal programma L’aria che tira, di cui l’ 11 settembre è cominciata la settima stagione su La7, si riassume in un’allitterazione – «perché l’unica cosa che è giusto odiare è l’odio stesso» ha spiegato la conduttrice Myrta Merlino – e punta ad accendere un faro «sull’escalation di odio e violenza che ha pervaso il web», con l’obiettivo di non far passare sotto silenzio l’hate speech, che colpisce in rete personaggi pubblici ma anche ragazzi e adolescenti, «i più indifesi, che più hanno bisogno di tutela» .

Perchè proprio ora è così importante parlare di odio in rete?

Perchè viviamo in un clima di imbarbarimento complessivo, che coinvolge la politica e il di- battito pubblico ma che tocca anche la vita di tutti noi. Sul piano lavorativo, stando in onda tutti i giorni e seguendo i Social della trasmissione, ho percepito in modo forte l’escalation di odio, violenza e volgarità, ma l’idea di “odio l’odio” nasce anche da una mia esperienza personale.

E’ stata anche lei presa a bersaglio?

Mi è successo l’estate scorsa. Mentre ero in vacanza, ho letto che Laura Boldrini aveva deciso di denunciare chi la insultava sui Social e ho fatto un tweet di sostegno, scrivendo che appoggiavo l’iniziativa e che è importante distinguere la libertà dalla violenza. Ecco, in pochi minuti sono stata travolta da migliaia di messaggi, in cui venivo pesantemente insultata. Dopo questo episodio ho deciso che era necessario lavorare sul tema, sfruttando l’opportunità di essere in onda tutti i giorni e di poter essere come una goccia cinese per i telespettatori. Da oggi affronterò il tema dell’odio sul web con una campagna che crescerà di giorno in giorno.

Ma chi colpisce quest’odio? I personaggi pubblici, in una certa misura, sono sempre stati oggetto di attacchi.

Il tema è proprio questo. Il punto non siamo nè Laura Boldrini nè io, perchè siamo persone tutelate e privilegiate, che hanno gli strumenti e la forza per affrontare anche attacchi molto violenti. L’obiettivo è quello di trovare il modo di tutelare i più deboli: chi si preoccupa di aiutare il ragazzino adolescente omosessuale? Io su di lui voglio accendere un faro, perché i ragazzi vivono con enorme fragilità quest’odio che piove loro addosso. Io ho tre figli e, da madre, so bene quanto la rete sia pervasiva nelle loro vite, quanto contino gli apprezzamenti e i like e quanto invece facciano male le critiche online.

E le istituzioni sono sensibili al tema?

Le dico già che ho parlato con il ministro Valeria Fedeli, la quale sta immaginando una campagna nelle scuole, perchè il vero target sono i giovani: i più a rischio di essere feriti ma anche quelli che dovranno cambiare questo modo di fare. Poi ho preso contatti con Laura Boldrini, che è intervenuta in trasmissione e con la quale vorrei continuare a collaborare.

Con quali armi si possono aiutare le vittime?

Il nostro primo obiettivo è creare una comunità di persone il più possibile trasversale, chiedendo il sostegno ai molti ospiti politici che passano dal mio studio televisivo, per approvare una legge contro l’anonimato in rete. Non dico che non si possa avere un nickname, ma che dietro ad ogni alias debbano esserci un nome e un cognome: io quando sono in televisione so che, se dico qualcosa di errato, rischio la querela. Lo stesso deve valere sulla rete, che non può essere un “altrove” dove tutto è impunito e permesso.

Il punto, però, è far sì che le vittime denuncino.

Infatti l’altro obiettivo è quello di dare un luogo a chi subisce questo odio. Già ieri, il primo giorno di campagna, ho avuto la soddisfazione di ricevere tantissimi messaggi di persone che denunciavano ciò che gli era successo. Mi rendo conto che c’è un tale bisogno di uno spazio in cui trovare aiuto e sono sicura che arriveranno sempre più segnalazioni.

Qualcuno le potrà obiettare che, denunciando in onda questi casi, si usa la gogna mediatica contro la gogna sul web.

Falso, il punto è che bisogna far capire a chi attacca sul web che deve prendersi la responsabilità di ciò che dice e scrive. Io mi prendo la responsabilità di quello che dico in onda e lo stesso deve valere per chi scrive un tweet o un post di Facebook. Scrivi che la Boldrini deve essere stuprata, ammazzata e gettata in un canale? E’ la tua opinione ma devi sapere che se la scrivi ci devi anche mettere la faccia. E’ una questione di responsabilità: se non la vuoi non scrivi e non dici certe cose.

Che cosa muove questi attacchi così violenti e sguaiati, secondo lei?

Io credo che i freni inibitori siano un grande lubrificante sociale, perchè fanno sì che chi parla sappia che alcune cose non si dicono, che in televisione non si mandino in onda alcune cose e che sui giornali non se ne scrivano altre. Questo valeva nell’era Gutenberg, ma sembra che non sia più così nell’era Zuckerberg. Su Facebook, infatti, questi filtri sono spariti e all’improvviso sembra che si possa dire qualunque bassezza, perchè il web è un “altrove” e non una cosa seria. Quando questi attacchi colpiscono i più fragili, come i ragazzi, le parole diventano armi contundenti.

Anche in televisione nota un fenomeno simile?

Io faccio questo mestiere da anni e posso dirle che il livello di sguaiatezza di ciò che si fa e si dice in televisione aumenta di giorno in giorno. Oggi sembra che tutto sia permesso: i colpi bassi, l’idea che chi ha un’opinione diversa dalla tua non è un avversario ma un nemico, la convinzione che l’insulto paghi più del ragionamento. Sa qual è il rischio?

Quale?

E’ chiaro che non penso che, se si incita allo stupro su Twitter, poi qualcuno va a stuprare. Però, se se ne parla in questi termini, piano piano, potrebbe far venire il dubbio che lo stupro non sia poi così terribile. Ecco, la mia sensazione è che l’abbassamento dei freni inibitori non ci renda più liberi e più autentici, ma meno civili e capaci di tenere a bada i nostri istinti peggiori.

Proprio il tema del linguaggio dell’odio è al centro del G7 dell’Avvocatura. Il diritto, secondo lei, è ancora uno strumento di tutela anche in un campo nuovo come questo?

Io credo che sia molto importante che anche gli avvocati si occupino di questo tema. Soprattutto oggi, in cui la giustizia italiana è così lenta e ingolfata, è sempre più importante che i soggetti della giurisdizione lavorino per immaginare soluzioni nuove e canali più veloci per tutelare queste fattispecie, evitando che diventino un ulteriore problema che si mette in lista d’attesa.

C’è bisogno di nuove strade per affrontare il problema?

C’è bisogno che le persone competenti si interroghino su una problematica che non è mai stata affrontata per il semplice fatto che prima non esisteva. Siamo entrati in una nuova era e dobbiamo trovare gli strumenti per difenderci. I mass media hanno il dovere di farsi carico della dimensione culturale, ma esiste anche un tema normativo che va affrontato dai soggetti competenti, perchè bisogna arrivare a dare giustizia alle vittime e far sì che questi nostri ragionamenti non rimangano solo parole.

 

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