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E la ghigliottina fece cadere l’ultima testa…

Il 10 settembre 1977 viene giustiziato a Marsiglia il tunisino Hamida Djandoubi. Il raggelante racconto dell'esecuzione nel report dell'ufficiale giudiziario Monique Mabelly. La pena di morte venne abolita in Francia quattro anni dopo
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Il 10 settembre 1977 alle 4 e 40 il 27enne tunisino Hamida Djandoubi viene decapitato in un braccio della prigione di Baumettes, a Marsiglia per l’omicidio della sua compagna. È l’ultima vittima della ghigliottina in Francia e nel mondo. La prima il 25 aprile 1792, un ladro comune giustiziato a Parigi sulla pubblica piazza con il nuovo strumento di morte tra la delusione della folla che fischia il boia perché l’esecuzione era stata poco spettacolare. Gli ultimi istanti di Djandoubi vivono nelle trascrizioni di Monique Mabelly, una magistrata della procura marsigliese dell’epoca chiamata a raccogliere le eventuali dichiarazioni del condannato, tre pagine fitte di dettagli raggelanti ma anche di sorprendente umanità, quasi un manifesto antiretorico contro il castigo di Stato.

Lo scorso dicembre davanti gli allievi della scuola nazionale della magistratura, l’avvocato Robert Badinter ( il ministro della giustizia di Mitterrand che nel 1981 abolì la pena capitale) ha per la prima volta reso pubbliche le trascrizioni di Mabelly, molto accurata nel descrivere gli scarni passaggi della “cerimonia”. L’apertura della cella dove Djandoubi viene «preparato», una fase particolarmente pensosa visto che anni prima aveva subito l’amputazione di una gamba, sostituita da una protesi di plastica. Lungo il percorso le guardie hanno steso delle coperte per attuttire il rumore dei passi. «A metà della strada un secondino fa sedere il condannato su una sedia – ha le manette strette ai polsi- e gli offre una sigaretta, lui inizia ad aspirare senza dire nulla. Il viso è bello, i tratti regolari ma il colorito livido, ha delle grandi occhiaie. Non sembra per niente stupido, ma neanche un assassino o un bruto, è un bel ragazzo, fuma e si lamenta perché le manette gli fanno male, una guardia si avvicina e le allenta un po’, lui chiede un’altra sigaretta». L’entrata in scena del boia è uno squarcio sulla sobria crudeltà del rituale di morte: ha un tono gentile, chiede che vengano tolte le manette poi si rivolge direttamente al condannato: «Lo vede? Ora lei è un uomo libero!» .

Mabelly è scossa dalla macabra ironia del boia ( «mi ha dato i brividi» ), ma lo è ancor di più dallo sguardo di Djandoubi sempre più consapevole del suo imminente destino: «In quel momento si è reso conto che era davvero finita, che non poteva più scappare, ha le mani libere e fuma molto lentamente, il tempo che gli resta da vivere durerà come quella sigaretta. Sta per morire ma è lucido, non può far altro che ritardare la fine di qualche minuto. È come il capriccio di un bambino che cerca di ritardare l’ora di andare a letto. Un bambino consapevole che nessuno avrà alcuna benevolenza nei suoi confronti».

Quando il condannato chiede un’ultima sigaretta il boia cambia tono di voce: «Siamo stati molto benevoli e umani, ora facciamola finita». Niente da fare, gli permettono di bere un goccio di alcol. «Questo negoziato sull’ultima sigaretta restituisce la sua realtà, la sua “identità” al tempo che sta per finire. Nei venti minuti che gli sono stati concessi è stato padrone del suo tempo, era la sua cosa. Ora glielo abbiamo ripreso».

La ghigliottina appare come un angelo sterminatore, la «machine» , la chiama Mebelly riprendendo il titolo di un film del cineasta Paul Vecchiali uscito nelle sale francesi due settimane dopo l’esecuzione di Hamida Djandoubi. Al lato della ghigliottina è riposto un paniere di vimini bruno, è lì che rotolerà la testa del condannato. Il racconto di Mabelly diventa quasi insostenibile: «Tutto si consuma in fretta, gli assistenti tagliano con una forbice la camicia blu e lo lasciano praticamente a torso nudo, le mani gli vengono legate dietro la schiena con una cordicella. Lo fanno inginocchiare, la pancia tocca quasi in terra, io volto lo sguardo, non per timore di impressionarmi ma per una sorta di pudore istintivo, viscerale. Sento un rumore sordo: mi giro è vedo sangue, sangue ovunque, in un secondo una vita è stata falciata. L’uomo che parlava meno di un minuto fa non è più che un pigiama blu rovesciato in un paniere. Una guardia pulisce le tracce del crimine con un getto d’acqua. Ho un senso di nausea che riesco a controllare ma sento crescere in me un freddo sentimento di rivolta».

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