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«Ma quale linguaggio dell’odio, il problema vero è la realtà»

Secondo Vittorio Feltri hate speech che popola giornali e web inizia esattamente con un’evidente riduzione del problema
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«Il linguaggio dell’odio? E che cazzo è?». Il dialogo con Vittorio Feltri sull’hate speech che popola giornali e web inizia esattamente così, con un’evidente riduzione del problema. Anzi, un finto problema, secondo il direttore di Libero, che due giorni fa, raccontando la storia della bimba di 4 anni morta di malaria a Brescia, ha scelto un titolo forte: «Dopo la miseria portano la malattia». Si tratta degli immigrati, «affetti da morbi letali» e che, perciò, «diffondono infezioni». Un titolo senza mezzi termini, che in molti hanno stigmatizzato invocando un intervento dell’ordine dei giornalisti. Ma per Vittorio Feltri il linguaggio non è affatto un problema. Il problema, dice, «sono i concetti, la realtà. Prendetevela con quelli».

Direttore, è d’accordo con l’idea di chi dice che l’informazione italiana contribuisca in parte a veicolare il linguaggio dell’odio attraverso slogan e semplificazioni?

Il linguaggio dell’odio? Non esiste alcun linguaggio dell’odio. Esistono i concetti e il modo di raccontarli. Se non ci piacciono non è che possiamo prendercela con le parole, prendiamocela con i concetti. Di quali slogan parliamo?

Per molti, ad esempio, il titolo di “Libero” di mercoledì sulla bambina morta di malaria era troppo forte e contribuiva a diffondere l’odio nei confronti dei migranti.

Ma che stiamo dicendo? Noi odiamo la malaria, non gli immigrati. Il titolo fotografa una situazione: la malattia è stata portata in quell’ospedale da una famiglia interamente colpita dalla malaria. La madre, due figli, non so se anche il padre. Venivano dal Burkina Faso, mica dalla Svizzera! Non c’è nulla di falso.

Ma la situazione non è ancora chiara, ovviamente ci sono delle indagini in corso…

Chiaro o non chiaro è abbastanza probabile, la malaria in Italia in qualche modo ci deve essere arrivata e non è che l’abbia portata io! Anche se la zanzara è arrivata con la valigia di un turista comunque deve aver punto qualcuno affetto da malaria e in quell’ospedale c’era un’intera famiglia malata. Se in Lombardia i casi di tubercolosi sono raddoppiati in soli sei mesi è chiaro che è colpa degli immigrati. Che nessuno controlla, nessuno visita.

Ma ha un dato certo per affermarlo?

Sono raddoppiati per colpa mia? No. Di chi allora?

La scelta di raggruppare in prima pagina una serie di notizie che hanno per protagonisti gli immigrati – la bimba e lo stupro di Rimini, con i verbali della vittima – però potrebbe contribuire a fornire l’immagine dell’immigrato- nemico.

Adesso mi vorrebbe insegnare come fare la prima pagina?

No, ma non crede che sia una scelta che può provocare percezioni distorte in chi legge, specie se disinformato?

Pazienza, se è ignorante cazzi suoi. Mica mi posso preoccupare di chi legge e non capisce, io mi devo preoccupare di raccontare la realtà. A me delle percezioni non frega niente, guardo ai fatti. Le percezioni sono ingannevoli, per cui bisogna parlare delle cose concrete. E queste ci dicono che la natura non è democratica. Secondo me c’è da risolvere il problema dell’immigrazione, non del linguaggio, il tono dei giornali. I giornali sono specchi che riflettono la realtà: se non ti piace la realtà non te la puoi prendere mica con lo specchio.

Secondo lei questo problema dunque non esiste? Nemmeno sul web?

Il web è una miniera di insulti, un vomitatoio, ma è incontrollato e incontrollabile. Non consulto frequentemente i siti, ma uso ogni tanto Twitter. Non è nelle mie corde insultare. A me, addirittura, hanno augurato la morte, ma nessuno si è scandalizzato. Pazienza, non me ne frega niente della solidarietà. Ci sono delle ragioni per cui il linguaggio va condannato, perché eccessivo perché insultante. Il problema non sono le parole però, ma ciò che esse esprimono. Sono i concetti. Non approvo gli insulti che girano su internet, mi dà fastidio quando in rete dicono di noi che parliamo di cose che non corrispondono alla realtà. Chi ci accusa di dire il falso è in malafede.

 

 

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