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«Avvocati, non difendete chi stupra» . Sul web attacco alla Costituzione

Insulti agli avvocati che difendono gli accusati degli stupri di Rimini. Parla Paolo Ghiselli, difensore dei due fratelli marocchini
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«Vado a incontrare i genitori di due degli indagati per le violenze di Rimini, due stranieri minorenni. E questa è una parte molto difficile del mio mandato». La voce al telefono è di Paolo Ghiselli, difensore dei due fratelli marocchini che, con gli altri due arrestati, hanno confessato gli stupri avvenuti lo scorso 26 agosto nella città romagnola. Ghiselli ha subìto qualche incursione sui social: «Nulla di rilevante», dice. Ai colleghi Ilaria Perruzza e Mario Scarpa è andata peggio. E su facebook, anche al di fuori delle bacheche personali dei professionisti, sono arrivate frasi ai limiti dell’irripetibile. Ma oltre agli insulti, spiega la presidente dell’Ordine degli avvocati di Rimini Giovanna Ollà, «colpiscono considerazioni che riflettono comunque un’idea del tutto distorta del diritto alla difesa e quindi dei principi sanciti dalla Costituzione: mi riferisco a chi ci invita a esercitare il patrocinio nella maniera meno efficace possibile. È questo, tra le tante cose che leggo sui social, a sembrare più preoccupante: si chiede di assicurare la difesa come mero simulacro, di non impegnarsi nel cercare elementi che possano essere comunque utili a tutelare la posizione dell’assistito».

Ghiselli a sua volta tiene a non drammatizzare, racconta del «contesto sociale molto difficile in cui si trovano le famiglie dei due giovani che assisto» e del fatto che la difficoltà nell’esercitare il mandato in questa vicenda derivi assai più da quel disagio che dalle eventuali minacce via web. E in effetti il riflesso più preoccupante di questa giustizia parallela della rete è nel diffondersi di una «pedagogia incostituzionale», come la definisce il professor Valerio Onida. «In realtà la gravità dei commenti che sentiamo su vicende come quella di Rimini, l’auspicio per esempio che all’avvocato di un violentatore capiti un’esperienza analoga a quella della vittima, fa parte di un linguaggio tutt’altro che nuovo. Solo che prima lo ascoltavamo nei bar, adesso si scrive su un social network. E questo», spiega il costituzionalista, «produce davvero un effetto paradossale: il semplice fatto che quelle affer-mazioni prive di raziocinio vengano messe per iscritto finisce per assegnare loro una valenza, un peso e una diffusione prima inimmaginabili. Cosicché anche considerazioni insensate sulla difesa depotenziata da assicurare agli autori di gravi reati vengono prese sul serio e possono favorire il diffondersi di un’idea distorta dei principi basilari del vivere civile. Rappresentano una Costituzione apocrifa e capovolta».

Il web come moltiplicatore dell’odio ma anche come megafono di una diseducazione civica senza controllo: Onida individua un problema di quelli che hanno spinto le avvocature dei G7 a riunirsi per la prima volta nell’incontro di giovedì prossimo a Roma. «L’iniziativa promossa dal Cnf è positiva», spiega il presidente emerito della Consulta, «eppure temo che ai più prevenuti la mobilitazione degli avvocati possa apparire sollecitata solo da interessi di categoria, anziché da un impegno civile».

NUOVI ELEMENTI SUL “CAPO” DEL BRANCO

La reazione negativa e il sospetto condizionano in modo totalizzante ormai una parte dell’opinione pubblica. «Se gli indagati per un grave delitto vengono assolti, non si pensa ‘ hanno preso un innocente, meno male che è emersa la verità’, ma che si tratta di un fallimento della giustizia», nota ancora la presidente Ollà. Eppure la repressione penale dei reati sa dimostrare rapidità ed efficacia: il caso di Rimini ne è un esempio, e ne danno conferma gli ultimi sviluppi delle indagini condotte dalla Procura. Nelle ultime ore si è aggravata la posizione di Guerlin Butungu, il 20enne congolese individuato come capo del “branco”: a suo carico sono emersi altri episodi di violenza, alcuni dei quali riferiti proprio dai due fratelli marocchini. Tra le altre, una tentata aggressione a una ragazza davanti a un locale di Pesaro, sventata da altri giovani del gruppo.

Ma a promuovere un’idea di giustizia vendicativa sono spesso le istituzioni. A volte con venature razziste, come nel caso dell’amministrazione leghista di Cascina che, oltre a distribuire gratuitamente alle donne bombolette spray al peperoncino, ha deciso di installare in ogni ufficio comunale aperto al pubblico un cartello con la scritta “l’Amministrazione ripudia ogni forma di violenza sulle donne, trattale anche tu con rispetto”. Perfetto, se non fosse per la velenosa malizia della dicitura bilingue: in italiano e in arabo.

L’ASSESSORA M5S: «SE LO TAGLINO…»

Un cortocircuito in cui le istituzioni o sono additate come manipolatrici della realtà oppure favoriscono il diffondersi dell’odio. C’è poi il caso estremo dell’odio contro “il potere” promosso da chi rappresenta proprio le istituzioni, e l’ultimo esempio arriva dall’assessora al Lavoro di Venaria, la cinquestelle Claudia Nozzetti, che ha pubblicato su facebook il seguente post a proposito dei quattro indagati per gli stupri di Rimini: «Spero che li obblighino a tagliarselo uno con l’altro è a farglielo mangiare. In alternativa dateli in cura a casa della boldracchia». Che, secondo Nozzetti ( pentitasi a metà in un successivo intervento), sarebbe la presidente della Camera. Cavalcare l’odio per le istituzioni dall’interno delle istituzioni stesse è un capolavoro che può riuscire solo ai grillini.

 

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