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Dieci anni senza big Luciano: incantò l’Italia e il mondo

Pavarotti era un fuoriclasse assoluto: un timbro meraviglioso, un fraseggio potente e sicuro, ma al tempo stesso ricco e delicato, una dizione perfetta. I puristi (e i puritani) lo hanno accusano di aver tradito la lirica con il pop, ma la sua fama musicale è seconda solo ai Beatles
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La mia generazione, per inciso l’ultima ad aver fatto sesso prima di essersi connessa a internet, si avvide dell’ esistenza di Luciano Pavarotti nel 1990. Erano le “notti magiche” del mondiale italiano, Nazareno Balani codificava la moderna regia di una partita di calcio (che da allora fino a oggi ha avuto implementazioni tecniche, ma a livello narrativo è rimasta sostanzialmente inalterata). L’ Italia, saldamente in mano al CAF, era la quinta potenza mondiale e il coronamento artistico di quell’evento fu giustamente affidato a un trio stellare: Domingo, Carreras e lui, il Lucianone nazionale, che cantavano le musiche più belle del nostro repertorio, con qualche intrusione (tipo la pacchianissima versione di “Cielito Lindo”). Uno spot per l’Italia e una formula talmente convincente da essere replicata a suon di dollari anche al successivo USA ’94.  Per noi adolescenti ribelli stregati dai Led Zeppelin, Bob Marley e i Clash, quei tre e il loro pubblico non rappresentavano altro che un vecchiume morente vestito di tutto punto.

Poi entrai in conservatorio e mio malgrado (nonostante la formazione bilustre tutt’ora non posso dirmi un fanatico del melodramma) dovetti confrontarmi con l’opera e i suoi interpreti. Ascoltando Pavarotti era chiaro che si trattasse di un fuoriclasse assoluto: un timbro meraviglioso, un fraseggio potente e sicuro, ma al tempo stesso ricco e delicato. Una dizione, qualità che solo noi italiani possiamo apprezzare, che non lascia(va) spazio a chi dice che nell’opera non si capiscono le parole. Sfido chiunque a trovare un’aria da lui cantata in cui ci sia anche una sola parola che non si capisca.

Figlio di un fornaio cantante dilettante, dopo gli studi con Pola e Campogliani , nel 1961vinse il concorso Achille Peri a Reggio Emilia e conseguentemente interpretò Rodolfo in Boheme (personaggio che caratterizzerà tutta la sua carriera e di cui fornirà esecuzioni impeccabili) nella stessa città. Presto arrivò la consacrazione internazionale sempre con la stessa opera alla Wiener Staatsoper. Il mito era cominciato.
Le prime incisioni avvennero poco dopo con la Decca. Se non siete propriamente dei conoscitori delle qualità che debba avere un interprete, un metodo intuitivo può essere guardare sempre per chi incide. Quando in ballo ci sono Decca, Detusche Grammophone, (più tardi) Sony, state nell’eccellenza. Penso in particolare a soloni che qui da noi vengono considerati delle star, che pontificano con frequenza mensile sul perché in Italia non si ascolti musica classica, ma che due metri oltre il Brennero sono dei signor nessuno. No Big Luciano, con Abbado, Muti, Benedetti Michelangeli (tanto per citare i primi che mi vengono in mente), era decisamente qualcuno.
Accanto a Joan Suterland fu Edgardo (l’ altro ruolo che gli sarà carissimo e di cui forse resta tutt’ora il miglior interprete in epoca moderna) nella Lucia di Lammermoor.
Debuttò alla scala nel ’65. Karajan lo richiese espressamente insieme a Mirella Freni per la sua edizione di Boheme. Era arrivato il momento di conquistare l’America, ancora una volta grazie a Rodolfo a San Francisco nel ’67 e Edgardo nella stessa città l’anno dopo, non ci mise molto.

Da allora è un susseguirsi di trionfi a ogni latitudine e in ogni angolo del pianeta. Impossibile ricordare le collaborazioni con direttori e cantanti, le incisioni e le onorificenze,
Paradossalmente quando oramai la sua carriera si avviava verso una fase che, anche se è ingeneroso chiamare calante, sicuramente non era più quella in cui era tra i pochissimi che riuscisse a prendere il fa acuto nel finale dei puritani, riesce a diventare un icona pop.
Probabilmente sa che non è più in grado di reggere il ritmo massacrante degli ultimi vent’anni e le apparizioni nei teatri per opere intere si diradano, ma aumentano i “concerti monster” sicuramente meno prestigiosi dei teatri, ma probabilmente più remunerativi, in cui propone a decine di migliaia di persone recital di arie e musiche popolari. Non si potrà più sottrarre alla tirannia di “o sole mio”, ma la sua fama è seconda solo a quella dei Beatles e “l’accademia” (chiusa nei suoi schemi mentali che non gli consentono mai di centrare il bersaglio) non lo perdonerà.
Ricordo ancora lo sconcerto misto a ironia che si respirava al Conservatorio di S. Cecilia il giorno dopo l’esecuzione del “Nessun Dorma” in cui l’acuto era riservato a Michael Bolton, ma che per quanto orribile, in fondo era sicuramente meno grottesca e altrettanto fuori luogo del duetto di Big Luciano con James Brown in “It’s a man world”.

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