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Nessuno si vergogna più di odiare

VERSO IL G7 DELL’AVVOCATURA
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L’odio è un sentimento che da sempre appartiene alla dimensione umana. La consapevolezza che non tutti i sentimenti umani tendono al positivo non ci esime dal verificare come questi vengono declinati nella realtà in cui viviamo. Anche su questo terreno ci troviamo a fare i conti con profondi cambiamenti e in particolare sono venute meno quelle forme di controllo e di orientamento morale che trattenevano l’insofferenza e la trasformazione del rancore e del risentimento in odio. Un tempo l’odio era bandito o per lo meno tenuto nascosto, oggi lo si può manifestare liberamente.

Viene indirizzato verso i politici che sono indicati come tutti corrotti e inadeguati, i sindacati come incapaci di tutelare il lavoro e poi in modo sempre più esteso verso gli immigrati accusati di rubarci la casa, il lavoro e di occupare i nostri spazi vitali e sociali.

Sì, odiamo gli altri, i diversi per cultura, aspetto e stili di vita: l’odio e la sua figlia primogenita l’intolleranza si riversa sulle donne ( cosa vogliono ancora?); sugli ebrei ( basta con questa storia del genocidio); sui Rom e i nomadi ( tutti ladri e irregolari); sugli omosessuali ( ma che non si facciano vedere) e ora, sull’onda dell’immigrazione, verso gli islamici che dovrebbero andarsene anche se vivono in Italia da molto tempo e parlano la nostra lingua ( il terrorismo non è forse islamico?).

Certamente alcuni atteggiamenti di intolleranza sono sempre esistiti, ma ora non si teme nel manifestarli e a urlarli. A volte, a essere in difficoltà sono le persone tolleranti e aperte che spregiativamente vengono definite buoniste. Mentre chi insulta, diffonde semi di odio e di intolleranza si gonfia il petto e trova udienza da parte di politici che propongono di usare la ruspa e che non perdono occasione per alimentare dubbi, sospetti e pregiudizi.

La questione di fondo è che non c’è più riguardo nell’esternare disprezzo e ostilità verso le persone più deboli e diverse.

Purtroppo oggi, l’odio viene sposato da politici in cerca di consenso elettorale. C’è una sorta di irresponsabilità che porta a non imputare il pensiero negativo che si semina o si lascia circolare.

Si consente, per una manciata di voti, che il corpo sociale sia contaminato e pervertito.

Quando si parla di odio e della diffusione del suo linguaggio, solitamente, facciamo riferimento al lessico e alle frasi che corrono sulla rete. Troppe volte ci si dimentica che la genealogia dell’odio sta dentro anche la politica. Per troppo tempo abbiamo pensato, con Carl Schmitt, che la sostanza della politica moderna risiedesse nella dialettica amico/ nemico. È sembrato normale assumere l’idea di nemico per indicare il competitore politico, senza pensare che la costruzione del nemico evoca la sua sconfitta e il suo annientamento.

Ma chi è oggi il nemico? In ogni caso è sempre il diverso da noi, è colui che non si lascia assimilare, omologare e che pratica stili di vita che non condividiamo.

Dalla politica la dimensione del nemico tende inevitabilmente ad estendersi alla società: è l’immigrato perché mi “ruba” il lavoro, perché penetra nel mio spazio e introduce dubbi nelle mie certezze, perché ha una religione e una pelle diversa dalla mia e idee diverse dalle mie. Ho l’impressione che, complessivamente, ci si sia tutti rassegnati all’idea che un mondo più umano non sia possibile e che tutti devono competere con tutti e che l’economico sia l’unico terreno su cui agire, e che non si possa esercitare un controllo umano sulla storia e sul futuro.

Al venire meno delle proposte politiche di orientamento social- solidale di matrice socialista e cristiana e con il trionfo dell’ideologia liberista che ha teso ad annullare le differenze e la dialettica, si è venuto a formare un vuoto sociale e politico che si cerca di riempire con forme e modelli di ideologia identitaria e securitaria: il nemico va fermato e respinto e se questo non è possibile circoscritto.

Si viene così a formare un modo di pensare e di agire che potremmo definire come una nuova forma della banalità del male che non rifiuta di odiare. Si è inoculato un virus che rischia, se non mettiamo in campo i vaccini necessari, di infestare le relazioni sociali. Trovo che i sintomi della malattia si possano vedere nel dibattito sullo ius soli, dove, senza vergogna, vediamo propagandare la necessità una cittadinanza di seconda classe.

Chi ama la libertà deve contrastare l’odio e l’intolleranza, il fanatismo identitario e ogni forma di integralismo. La democrazia è un sistema aperto che si fonda sulla legittimità delle differenze e che fa del pluralismo un terreno di vita e di arricchimento.

Mi rendo conto che l’incertezza del lavoro, nelle relazioni sociali, il permanere e il generarsi di risentimenti provocati dalle disuguaglianze, come la terribile insicurezza che agita il nostro inconscio con la presenza permanente del terrorismo, possono generare dei mostri.

Mai come ora il termine resistenza assume un nuovo e particolare significato.

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