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Processi rapidi, diceva Beccaria…250 anni fa

Commento ai capitoli 19, 20, 21, 22, 23 e 24
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A questo punto Beccaria non evita di toccare un tasto dolente oggi più di ieri: la durata dei processi. Egli tiene a chiarire subito che se fra il delitto commesso e la pena irrogata attraverso la sentenza trascorre troppo tempo, allora tale pena sarà avvertita come ingiusta e il reo vi si opporrà con ogni moto dell’anima.

Inoltre, la carcerazione preventiva va applicata in modo che essa duri il minor tempo possibile e che sia la meno dura possibile, proprio in quanto l’accusato va ritenuto innocente fino a sentenza definitiva.

Non si può fare a meno di rilevare come tali preziosi avvertimenti siano ancor oggi assolutamente da ribadire e da tener presenti, per il semplice motivo che sembra che Beccaria non abbia mai scritto queste cose.

Chiunque sa infatti che oggi la durata media di un processo penale è abnorme e che la custodia cautelare in carcere viene adoperata con eccessiva spregiudicatezza, nonostante nei convegni e nelle tavole rotonde si predichi il contrario. In certi casi sembra che senza il ricorso alla custodia cautelare non si possano fare i processi: peccato poi se, come accade in questi giorni in alcuni casi agli onori delle cronache, intervenga la Cassazione ad annullare un ordine di custodia emesso sei mesi prima. In buona sostanza, un essere umano viene arrestato preventivamente, rimane in carcere per sei mesi o più e poi la Cassazione gli dice che non potevano arrestarlo per mancanza dei presupposti di legge: e Beccaria? Un illustre sconosciuto!

Questo illustre sconosciuto – che sarebbe bene oggi fosse studiato nei corsi universitari invece di perdere tempo con emerite sciocchezze – afferma ancora che i delitti commessi con violenza contro le persone vanno puniti con pene corporali, mentre quelli contro il patrimonio con sanzioni pecuniarie: evidenti ed insormontabili ragioni di simmetria formale impediscono a Beccaria di eliminare del tutto le pene corporali dal proprio orizzonte concettuale, pur limitandole a casi estremi.

Molto interessante e testimone della libertà di pensiero di Beccaria è invece il fatto che egli critichi aspramente la possibilità, allora vigente, secondo cui le pene inflitte ai nobili fossero diverse – e assai meno aspre – di quelle inflitte invece al volgo. E’ noto infatti come la pena capitale inflitta ad un plebeo fosse accompagnata sempre da atroci supplizi sia precedenti, sia contestuali: la ruota, il taglio delle mani, il fuoco, ecc.; e basti in proposito por mente a quali atrocità furono sottoposti Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora, condannati a morte in quanto untori, e di cui narra Manzoni nella sua celebre Storia della colonna infame.

Invece l’esecuzione dei nobili era quanto mai rapida e indolore: una semplice decapitazione che nell’attimo in cui staccava la testa dal collo donava una morte celere e quasi inavvertita.

Da qui evidentemente, la grande importanza attribuita alla capacità del boia che, se adeguatamente esercitato e competente, non doveva in alcun modo fallire il primo colpo di scure, perché, in caso contrario, avrebbe causato al condannato intollerabili sofferenze che invece dovevano ad ogni costo essergli evitate.

Beccaria denuncia questa disparità come una inaccettabile diseguaglianza, mentre tutti, nobili e plebei, vanno considerati eguali davanti alla legge. E piace pensare – cosa del tutto probabile – che quando i giacobini ghigliottinavano i nemici della rivoluzione – venticinque anni dopo la pubblicazione dell’opera di Beccaria – indistintamente se fossero nobili o plebei, non esitando a farlo anche per il re e la regina, avessero proprio in mente la lezione di Beccaria.

Del resto, è stato Hegel a notare – nelle Lezioni di Filosofia della storia – come il senso fenomenologico della ghigliottina sia proprio questo: parificare davanti alla morte tutti gli uomini, senza distinzioni di classi o di condizioni economiche. La ghigliottina insomma è la vera espressione della raggiunta democrazia giacobina.

Sotto la lama affilatissima e cieca della ghigliottina non ci son più re o poveri diavoli, perchè essa non distingue nessuno e tutti tratta allo stesso modo, destinandoli ad una morte rapida e pressochè indolore. Strano che se Beccaria influenzò a tal punto i giacobini rivoluzionari, non altrettanto sia riuscito a fare con tanti sedicenti giuristi ed esperti del nostro tempo. Ma certo non è colpa sua.

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