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Le radici dell’odio? Cercatele in quell’anno: 1992

Tangentopoli rappresentò l'inizio della deriva giustizialista
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Uno: l’apparenza.

Furono due giornalisti, nel 1992, che invitando ad amare Di Pietro e indicandolo come eroe, inconsciamente istigarono all’odio. Il primo, non molto conosciuto, scrisse “Di Pietro facci sognare”, e tutti i muri di Milano in breve rispecchiarono quella scritta, un vero sogno d’amore. Il secondo, facilmente riconoscibile, per giorni e mesi stazionò sul marciapiede di fronte al Palazzo di giustizia di Milano e quando si faceva buio accendeva la telecamera e indicava con il dito la finestra illuminata: vedete, Di Pietro lavora per voi. Un’altra dichiarazione d’amore.

Quando iniziarono le fiaccolate, dell’amore non c’era più traccia. Perché amando Di Pietro il giustiziere, non si poteva che odiare gli oggetti del suo “fare giustizia”. Una rabbia ringhiante si impossessò del colto e dell’inclito, dei paciosi padri di famiglia che andavano a puttane, dei commercianti e dei professionisti abituali evasori fiscali, di quelli che facevano la cresta sui rimborsi spesa, degli insegnanti che facevano ripetizioni in nero. Gli italiani “normali” con i loro quotidiani peccatucci veniali, divennero quel giorno veri mostri di virtù.

Le scritte d’amore divennero scritte d’odio e di morte. E chi aveva goduto e aveva mangiato al desco del mondo della politica ormai agonizzante per mano dei tanti dipietrini, rinfacciò al Nuovo Nemico di avergli dato piacere e nutrimento. O forse di non essere più in grado di far godere e mangiare. Non ci furono antipatia o disprezzo, ci fu l’odio, puro, diretto. Si comincia con il gridare “ladri”, si arriva a invocare la pena di morte.

Due: la sostanza

La sostanza era dentro il Palazzo di giustizia. Se fuori due giornalisti avevano invocato e suggerito l’amore per i giustizieri, i loro colleghi all’interno fecero ben di peggio. Cominciarono con la goliardia, correndo per il palazzo con indosso le magliette del famoso “Di Pietro facci sognare”, brucando avidamente notizie dal Pm in ciabatte, e raggiunsero l’acme con il brindisi in sala stampa per la morte di Bettino Craxi.

Odio allo stato puro.

Ma saremmo strabici se vedessimo solo la sostanza del circo mediatico senza guardare quello giudiziario.

Non solo per la scompostezza del linguaggio cui non può che corrispondere il retropensiero. Quando un famoso inquirente, commentando il suicidio di un suo imputato, disse “evidentemente aveva ancora il senso dell’onore”, si sta apprezzando il fatto che la persona si sia dato la morte o non si esprime addirittura soddisfazione per la morte medesima?

Quando si irride la paura che tutti hanno del carcere, quando si sghignazza auspicando “ma che stiano un po’ in galera quelli lì”, non si sta togliendo un po’ di vita insieme alla libertà?

Ma non è stata solo la scompostezza del linguaggio con annesso retro- pensiero di morte. E’ stato anche altro. L’odio è stato coltivato nella sub- cultura di magistrati che hanno predicato e messo in pratica un grande disordine nell’applicazione della legge. Il codice di procedura penale, che contiene le regole delle persone per bene, è diventato carta straccia, insieme a quel senso di umanità che rendeva il giudice pensoso e insonne prima di una sentenza. L’uso della carcerazione preventiva per ottenere confessioni e delazioni, la violazione delle competenze territoriali, il ricatto costante ( o parli o uso queste, e si mostravano le manette) sull’indagato e il testimone, la corruzione intellettuale degli avvocati, trasformati in “accompagnatori” verso il ceppo del boia. Tutto ciò che cosa era se non odio violento e pena di morte?

Il 1992 può tranquillamente essere inserito nelle date in cui nacquero e si svilupparono le radici dell’odio.

 

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