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«Ergastolo a Bossetti? Negato il diritto alla difesa»

Intervista all'avvocato Claudio Salvagni dopo la sentenza d'appello: «Non si può avere questa fiducia incondizionata nella prova scientifica e togliere il contraddittorio alla difesa. Faremo ricorso in Cassazione»
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«Dubbio» è la parola più ricorrente pronunciata dall’avvocato Claudio Salvagni in questa intervista al nostro giornale, a poche ore dalla sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Brescia che, dopo quindici ore di camera di consiglio, ha confermato l’ergastolo per Massimo Bossetti: è lui l’assassino di Yara Gambirasio. Davvero questo pronunciamento ha decretato la colpevolezza del muratore di Mapello oltre ogni ragionevole dubbio? Per i giudici, due togati e 6 popolari, la risposta è affermativa. Ma non tutti ne sono convinti: addirittura anche tra i colpevolisti c’è chi chiedeva la super perizia sulla prova del Dna, per dissipare ogni dubbio. Bossetti nelle sue dichiarazioni spontanee aveva detto: «Quel Dna non mi appartiene. Non sono io l’assassino», ritenendosi vittima del «più grande errore giudiziario di questo secolo», supplicando la Corte di concedergli una analisi super partes sul Dna. Ma così non è stato: dunque fine pena mai per Bossetti per l’omicidio della tredicenne di Brembate e assoluzione per la calunnia nei confronti dell’ex collega del muratore di Mapello, Massimo Maggioni. Alla lettura della sentenza Bossetti è rimasto impietrito, nell’aula silenziosa. La moglie Marita Comi ha scosso la testa e iniziato a piangere. La madre, Ester Arzuffi, ha abbracciato il figlio e anch’ella è scoppiata in lacrime.

Avvocato Salvagni si aspettava questa decisione?

Onestamente no, credo che una decisione interlocutoria sarebbe stata la cosa più giusta e più logica da aspettarsi. Nei confronti della prova genetica del Dna Bossetti non ha mai potuto difendersi, perché non ha mai partecipato a nessuna consulenza. Tutte le analisi sul Dna sono state fatte prima del suo arresto. Ci si attendeva quindi che, essendo questa prova del Dna così importante da una parte e così dubbiosa per tanti versi dall’altra parte, fosse accolta positivamente la nostra richiesta della perizia.

La nuova perizia che avevate chiesto puntava a effettuare nuovi accertamenti sul Dna o a valutare l’operato del Ris solo sulle carte?

Noi abbiamo chiesto ovviamente una perizia sul Dna, non sulle carte. Il fatto poi se ci siano o meno altri reperti è un altro problema. Sappiamo per certo che dei reperti ci sono, perché così ci ha detto il consulente dell’accusa, il professor Casari, in dibattimento: li avrebbe nel suo laboratorio. Se poi quelli migliori sono finiti e li hanno “consumati” per fare delle sperimentazioni non è un nostro problema. Siccome il materiale era tanto, buona regola avrebbe voluto che una parte fosse utilizzata per l’identificazione di Ignoto 1 e l’altra parte lasciata a disposizione per l’eventuale imputato. Una volta individuato il “noto” si sarebbe dovuti andare in contradditorio con la difesa e verificare se il risultato era affidabile e attendibile.

Lei ha lanciato una provocazione: se abbiamo il Dna, allora è inutile fare i processi.

Non si può avere questa fiducia incondizionata nella prova scientifica. Questa non può essere l’unico elemento del quadro probatorio e soprattutto deve essere concessa alla difesa, essendo una prova così delicata, l’opportunità di contraddire, di poter interloquire su questo dato. Se l’imputato non può fare nulla, e viene negata la perizia del consulente del tribunale, tanto vale – ho detto in maniera provocatoria – non fare il processo, tanto non ci si può difendere.

Lei ha scritto, infatti, sul suo profilo facebook: «Ucciso il diritto di difesa».

Certo, perché non si è consentito mai – sottolineo mai – all’imputato di potersi difendere dalla prova regina.

Può spiegare perciò quali sono le criticità della prova del Dna?

Abbiamo dimostrato che è piena di dubbi: la mancanza del mitocondriale deve essere ancora spiegata; sono stati commessi errori come quello di usare dei kit scaduti per le analisi; abbiamo rilevato mancati controlli positivi e mancati controlli negativi sui test effettuati. Si fa in fretta a dire che quella del Dna è una prova granitica, ma un reperto è tale quando è trattato secondo i protocolli internazionali che riescono a definire la certezza della prova. Non si può condannare all’ergastolo con una foto sbiadita – volendo fare un paragone ma con una ad alta definizione.

In attesa delle motivazioni, si è però già fatto una idea del perché la Corte d’Assise d’Appello non ha concesso la super perizia?

Al momento non saprei, sono curioso di leggere le motivazioni: un provvedimento che avesse ammesso la perizia sarebbe stato un provvedimento in linea con il nostro diritto. Ricordiamo che siamo in un sistema accusatorio, dove la prova si forma in dibattimento nel contradditorio delle parti. Poi però ti accorgi che le regole sono belle perché sono scritte, ma poi non si osservano.

Molti ritengono che in Italia non ci sia una effettiva terzietà dei giudici rispetto al pubblico ministero. E proprio per questo l’Unione delle Camere Penali insieme al Partito Radicale stanno raccogliendo le firme per la separazione delle carriere. È dunque possibile che i giudici togati abbiano avuto timore di sconfessare il lavoro milionario della Procura?

La separazione delle carriere è un punto imprescindibile per garantire la terzietà del giudice. E credo che questo sia condiviso da tutti: è inquietante sapere che l’accusa e il giudice sono parenti stretti e vanno a braccetto. Noi abbiamo un sistema accusatorio dove solo teoricamente l’accusa e la difesa sono sullo stesso piano. Soffriamo il retaggio di un processo inquisitorio, dove era l’accusa a fare tutto e quello che faceva aveva una valenza quasi divinatoria. Anche oggi si dà al lavoro fatto dall’accusa un valore superiore: siccome lo ha fatto l’accusa è sicuramente fatto bene, è perfetto e incontrovertibile. Invece non è così. Se il consulente dell’accusa dice nero e quello della difesa dice bianco, come fa il giudice a stabilire chi ha ragione?

Il genetista Portera, consulente della parte civile della famiglia Gambirasio, ha detto ai microfoni di “Quarto Grado” che non avete depositato una consulenza tecnica di parte. Come risponde?

Questo è un falso problema e serve soltanto a confondere le idee e a mistificare la realtà. Il nostro consulente, il dottor Capra, si è sottoposto a circa 8 ore di esame e contro esame sotto giuramento: quelle 400 pagine di verbale di udienza cosa sono se non una consulenza? E poi ha depositato oltre 100 slide che rappresentano il suo pensiero. Mi sembra che la tesi della difesa sia stata supportata e argomentata in udienza.

Secondo lei perché è durata tanto la camera di consiglio? Per rileggere gli atti o perché i giudici erano divisi al loro interno?

Credo che così tante ore siano servite per approfondire tanti temi sub iudice. Probabilmente c’è stata anche una spaccatura, visto che si stava per infliggere una pena altissima, un fine pena mai. È innegabile che questo processo sia costellato da dubbi. Noi avevamo chiesto la perizia proprio per togliere ogni dubbio, in un senso ma anche nell’altro. L’onestà intellettuale della difesa e dell’imputato stava proprio nel richiedere di fare luce. Questa perizia avrebbe consentito a tutti quanti di andare a dormire in maniera serena, perché la sentenza che ne sarebbe scaturita sarebbe stata inattaccabile.

Anche tra i colpevolisti, c’è stato chi la chiedeva.

La perizia avrebbe dato un contributo al giudice per scrivere una sentenza molto meno aggredibile. Avrebbe tolto i dubbi o favorevolmente alla difesa o favorevolmente all’accusa.

L’avvocato Camporini e lei avete ovviamente annunciato il ricorso in Cassazione. Qualora la decisione dei supremi giudici fosse ancora sfavorevole per il vostro cliente, è ipotizzabile un ricorso alla Cedu?

Ovviamente non ci fermeremo, perché riteniamo che quello che si è consumato in primo e secondo grado sia una palese violazione del diritto di difesa. Confidiamo prima nella Cassazione e se i supremi giudici non dovessero accogliere le nostre doglianze andremo a Strasburgo.

Bossetti, che nelle sue dichiarazioni aveva detto di avere fiducia nella giustizia, ora cosa pensa?

Non ho potuto ancora parlare con lui perché sono stati momenti molto intensi e veloci quelli della lettura della sentenza. Lo vedrò domani ( oggi, ndr) e mi confronterò con lui.

Secondo lei quanto ha pesato il processo mediatico?

Tantissimo. Il processo mediatico è purtroppo una grandissima stortura: è evidente che se l’informazione non ha il carattere dell’oggettività diventa fuorviante, crea un pregiudizio anche tra i giudici popolari. E ritengo che nel caso specifico di danni l’informazione ne abbia fatti tanti.

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