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Tabacci: «Renzi divide, Giuliano Pisapia è il nostro Sanders»

Tabacci: «Le primarie hanno eletto il segretario dem. Ma il Pd non è il centrosinistra, è una parte. Matteo non può pensare automaticamente di fare il candidato premier»
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«Come Sanders e Corbyn hanno saputo catturare l’attenzione dei giovani, Pisapia è un antileader capace riaccendere l’entusiasmo, soprattutto dei ragazzi». Bruno Tabacci, tra gli strateghi dell’operazione “Campo progressista”, parla poche ore prima della manifestazione di piazza Santi Apostoli a Roma, il battesimo politico di un nuovo soggetto politico autonomo dal Pd, guidato dall’ex sindaco di Milano, sotto il cui ombrello si accomodano varie sfumature di “antirenzismo”.

Onorevole, come può un non leader porsi alla guida di un progetto politico?

La politica è in crisi, basta guardare al dato dell’astensionismo. Il leaderismo degli uomini soli al comando non ha saputo accorciare le distanze tra il popolo e i suoi rappresentanti.

Credo che una personalità come Giuliano Pisapia, ottimo sindaco di Milano e con delle caratteristiche umane di grande empatia, sia in grado di ridare fiducia e riportare un po’ di gente ai seggi.

Lei si è scagliato più volte contro i populismi che avrebbero contagiato, trasversalmente, tutte le storie politiche più recenti. È un giudizio che riguarda anche Matteo Renzi?

Penso soprattutto alle tante polemiche con l’Europa, con i burocrati di Bruxelles, quel «battere i pugni» sul tavolo. Non è che l’Europa non abbia delle problematiche da risolvere, ma che senso ha affrontarle così? Tra l’altro è una posizione molto lontana dalla linea che ha portato Macron al successo in Francia. Renzi non si è preoccupato di tenere unito il Paese ed è stato sanzionato dagli elettori.

Eppure i renziani continuano a ripetere: sì al dialogo con Pisapia, nessun confronto con chi mette in discussione la leadership del centrosinistra. Che significa?

Le primarie hanno eletto il leader del Pd. Ma il Partito democratico non è il centrosinistra, è una parte. Fino a poco tempo fa il dibattito ruotava attorno a una legge elettorale, l’Italicum, che si fondava sul premio di maggioranza alla lista. Adesso abbiamo capito che questa cosa non funziona. Di conseguenza, se il Pd è solo una parte del centrosinistra e la questione maggioritaria è mal posta, significa che bisogna immaginare uno sbocco coalizionale.

Non sembra che Renzi propenda per questa soluzione…

Non possiamo dettare la linea al Pd, leggo però le dichiarazioni di Romano Prodi, uno dei fondatori di quel partito, e mi chiedo: se è arrivato prendere una posizione così netta ci sarà una ragione o no? Anche Franceschini e Veltroni hanno sollevato questioni importanti. Se Renzi fa il segretario del Pd non ho nulla da dire, ma non può pensare automaticamente di essere il leader della coalizione, se ne facciano una ragione. Avevano immaginato uno schema bipolare che non corrisponde alla realtà.

Però, per lo statuto del Pd, il segretario è automaticamente il candidato premier. Una regola che non ha più senso?

Non è un problema di senso, bisogna però trovare qualcuno che sia d’accordo. Anche perché stiamo parlando di una regola che risale al 2008. Quanti cicli politici sono passati da allora? È cambiato il mondo. Tanto che Bersani, da segretario, nel 2012 decise di sospendere quello statuto per consentire primarie di coalizione a cui ho partecipato anch’io.

Ma di quale coalizione stiamo parlando? All’orizzonte non sembra esserci una legge elettorale che favorisca le alleanze…

Questo lo vedremo, mi pare di capire che a settembre si riaprirà la discussione. E siccome si va a votare a scadenza naturale è normale pensare che l’ultimo atto di questa legislatura sia una nuova legge elettorale.

Bisogna capire di che tipo però…

Io posso solo dire che non co- struirla attorno a un principio di coalizione è un errore. In caso contrario noi saremo presenti in campagna elettorale e competeremo anche con il Pd.

Vi contendete lo stesso elettorato?

Speriamo sia più largo. Se il Pd si riduce al gruppo dirigente renziano lascerà spazi enormi. Se il messaggio del Pd è che comunque alla fine si costruisce un’operazione con Berlusconi gli elettori del centrosinistra si sentiranno disorientati.

Come mai oggi in piazza Santi Apostoli saranno presenti tanti esponenti di peso del Pd?

Da tempo nel Pd c’è una discussione aperta. Prima parlavamo delle posizioni di Prodi, Franceschini, Veltroni, ma ci sono anche Rutelli, Fassino e altri. Secondo me bisognava già cogliere il segnale dopo il referendum del 4 dicembre: chi pensa di far da solo va incontro a una batosta.

Intravede le tende di Prodi avvicinarsi al vostro campo?

Prodi ha dialogato con noi in queste settimane con l’intento di aprire il campo con grande generosità. Le polemiche le ha fatte il gruppo dirigente dem che ha visto il Professore come qualcosa di minaccioso, a me non ha mai disturbato, anzi. Il suo discorso al congresso della Cisl sul rapporto con i corpi intermedi è stato esemplare, ha toccato un tema cruciale, perché in questi anni le organizzazioni sindacali e di categoria sono state sbeffeggiate.

Vanno riviste le politiche del lavoro di Renzi?

Facciamo l’esempio del lavoro occasionale: la Cgil raccoglie le firme per il referendum, il governo adotta un provvedimento per cancellare i voucher, ma contestualmente dice che dovrà fare un intervento organico per definire meglio il lavoro occasionale e renderlo possibile. Ma non puoi far fare un emendamento e reintrodurre i voucher senza un confronto con le parti sociali.

Quindi il problema è nel metodo o nel merito?

Rispondo con un altro esempio: le politiche fiscali. Come si fa a togliere l’Imu sulla prima casa come se tutte le prime case fossero uguali? È una sciocchezza. Così come gli 80 Euro che non hanno affatto prodotto i risultati sperati. Sarebbe stato meglio concentrarsi sugli investimenti, che avrebbero sicuramente creato lavoro attraverso politiche keynesiane che riprendessero gli interventi diretti dello Stato e degli enti locali. Invece, quella distribuzione ha portato a Renzi il successo alle Europee ma nessuna crescita per il Paese.

Il vostro soggetto per ora è composto da una serie di sigle diverse. Pensa che i vari partiti dovrebbero sciogliersi?

Non è un problema notarile, ma un percorso politico. Nel momento in cui si dà vita a un soggetto nuovo – e Pisapia non vuole fare il federatore di tante piccole sigle bisogna fare una scelta. Per fare parte di un progetto bisogna crederci. Il percorso avviato mi sembra solido, deve crescere. Penso che a settembre bisognerà dar vita, non solo nelle istituzioni locali, a dei gruppi che facciano riferimento a questa iniziativa.

Gruppi parlamentari entro settembre?

A settembre bisognerà di certo avere delle idee su come si andrà alle elezioni e una posizione comune.

 

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