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Si chiamava caso- Consip ora si chiama caso- Il Fatto

Eterogenesi dei fini. Intanto a Napoli si incendia la corsa per la successione
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Lo scandalo Consip si è sgonfiato. Era stato concepito come spingarda per dare l’assalto a Renzi e al renzismo. E’ fallito. L’assalto a Renzi prosegue, ma per altre vie, con altri protagonisti e – soprattutto – con mezzi leciti: quelli della lotta politica. Lo scandalo si è invece rivelato una bufala, costruito in gran parte con mezzi del tutto illegali, contraffacendo intercettazioni e brogliacci e usando in modo inauditamente spregiudicato la stampa, e in particolare un quotidiano, e cioè Il Fatto.

Ora la Procura dovrà accertare le responsabilità penali e personali, perché questo le compete. Squadernati davanti agli occhi di tutti, però, ci sono i resti di un piccolo complotto fallito. E siccome era un complotto – o qualcosa di simile rilevante per la stabilità della politica italiana, l’argomento merita una riflessione. Ci sono le immagini di due colossi della vita pubblica che escono un po’ infangate. La magistratura – visto che un magistrato addirittura è sospettato di essere il protagonista di tutta la manovra – e il giornalismo visto che l’operazione è stata possibile solo grazie alla collaborazione di un quotidiano. Ieri a sfogliare Il Fatto online veniva quasi tristezza: titolo a tutta pagina sul fallimento della riforma elettorale. Cioè su un episodio politico di un mese fa. Poi notizie varie di modesta importanza. Ma sul caso Consip solo un titoletto, vecchio del giorno prima. E anche sul Fatto di carta, per la prima volta dopo mesi, Marco Travaglio evitava di dedicare l’editoriale al caso Consip.

Chissà se di fronte a questo disastroso infortunio la stampa italiana ammetterà che c’è qualcosa da rivedere nel meccanismo folle che ha travolto il nostro giornalismo giudiziario, e del quale Il Fatto è stato vittima, forse quasi inconsapevole. O se invece preferirà dire: «Cane non morde cane», e starsene accucciata. La Procura di Roma ha dimostrato di saper prendere il toro per le corna. Temo che il giornalismo non saprà fare altrettanto.

Una singolare coincidenza: Henry John Woodcock sarà interrogato dai pm di Roma il prossimo 7 luglio, ventiquattr’ore dopo l’avvio della discussione che condurrà il Csm a scegliere il nuovo capo del magistrato napoletano. Il giorno 6 infatti la quinta commissione di Palazzo dei Marescialli entrerà nel vivo del confronto sui tre candidati rimasti in lizza per andare a dirigere la Procura del capoluogo campano. I destini di Woodcock e del suo futuro dirigente dunque si incrociano. E non è da escludere che la vicenda del pm influisca sui lavori del Consiglio.

Tutto il versante dell’inchiesta Consip che vede indagati da un lato il magistrato e Federica Sciarelli e dall’altro gli investigatori del Noe è segnato da una costante: il rischio che ogni passo sia riletto alla luce dei “sospetti di vicinanza” a Renzi. Il comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette potrebbe essere trattenuto dall’intervenire sui militari del Noe perché ogni provvedimento sarebbe letto come vendetta. Al Csm temono che ogni scelta su Woodcock possa essere ricondotta al fatto che il vicepresidente Giovanni Legnini è esponente del Pd e che dallo stesso partito viene Beppe Fanfani, presidente della prima commissione, a cui sono strati trasmessi gli atti ( secretati) della Procura di Roma relativi al pm. Non a caso, Fanfani ha già fatto sapere che si asterrà dallo svolgere funzioni di correlatore sulla pratica aperta nei confronti di Woodcock. Ora gli stessi timori di generare equivoci potrebbero indirizzare anche la scelta del nuovo procuratore di Napoli. La partita è tra Giovanni Melillo e Federico Cafiero de Raho. Sul secondo pesa, come “handicap”, il fatto di avere un figlio che nel capoluogo campano svolge la professione di avvocato. Il primo, che sembrerebbe in vantaggio, è però stato capo di Gabinetto al ministero della Giustizia con Renzi premier. Non c’è alcuna incompatibilità reale, ovvio. Il che però potrebbe non bastare a interrompere la spirale dei sospetti che, attorno al caso Consip, circolano in modo incontrollabile.

Qualora emergessero responsabilità a carico di Woodcock, si porrebbe la necessità di una guida che sappia prevenire distorsioni, e fughe di noti-È zie, come quelle ipotizzate dalla Procura di Roma. Melillo, proprio in virtù del periodo trascorso fuori ruolo, potrebbe essere meno condizionato dall’ambiente. Certo la svolta in tema di riservatezza che ha portato il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone a indagare Woodcock e Federica Sciarelli per concorso in rivelazione del segreto sarà tanto più effettiva se chi assumerà la guida dell’ufficio di Napoli condividerà l’impostazione di Piazzale Clodio.

Proprio la Procura di Roma verifica in queste ore i contatti telefonici tra Sciarelli e il giornalista del Fatto Marco Lillo avvenuti il 21 dicembre scorso, giorno in cui finirono sul registro degli indagati di Napoli i vertici dell’Arma ( Del Sette e Saltalamacchia) e Luca Lotti. Pignatone, l’aggiunto Ielo e il pm Palazzi ritengono di poter ricavare elementi decisivi dagli interrogatori: fissato per domani quello della conduttrice e per il 7 luglio, appunto, quello del pm. Nei prossimi giorni potrebbe essere sentito anche Lillo, già indagato per pubblicazione arbitraria di atti giudiziari. Intanto Fnsi e Usigrai hanno ricordato che il sequestro del cellulare della giornalista è «un atto grave». L’Osservatorio informazione dell’Ucpi fa notare che anche quella a cui ora è sottoposto il pm di Napoli è «una giostra del circo mediatico». Mentre la Camera penale di Roma prende spunto da un articolo del Corriere della Sera per ricordare che le indagini sugli «spifferi» hanno «rilevanza almeno pari» a quelle per corruzione.

 

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