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Bertinotti: «Il voto in Francia? È il funerale della Quinta Repubblica»

Parla l'ex presidente della Camera: «E' finito un ciclo, governabilità e voto utile non esistono più, tutti inseguono la retorica antisistema, anche Fillon e Macron. Bravo Mélenchon, ha raccogliere da sinistra l'onda d'urto della contestazione»
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«Il paradigma della governabilità è stato sostituito da quello dell’instabilità, la politica in senso lato sta vivendo un cambiamento di natura epocale e la campagna elettorale francese ne è una dimostrazione lampante». L’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti guarda con estremo interesse la battagglia per l’Eliseo, una sfida che rappresenta un passaggio cruciale per l’Europa assediata dai populismi e in piena crisi di identità e che per la prima volta nella storia. Quel che accadrà a Parigi avrà effetti profondi sul prossimo futuro dell’Ue e influenzerà radicalemente la vita politica delle singole nazioni.

Quanto inciderà l’attentato agli Champs Elysées sul voto di oggi?

Nessuno è in grado di stabilire se l’attacco favorirà questo o quel candidato, di certo se avrà un’influenza non sarà univoca. L’idea che il terrorismo possa influenzare i processi elettorali in modo univoco è del tutto sbagliata e anche pericolosa. Nel quadro politico francese odierno, che è del tutto incerto e sconnesso, con i candidati molto vicini l’uno all’altro è ancora più aleatorio e strumentale fare questo calcolo.

Un quadro politico del tutto instabile, una novità assoluta per la Quinta Repubblica

Ma l’instabilità è il punto cruciale del nuovo paradigma politico, in Francia come nel resto d’Europa. Fino a ieri ci muovevamo in sistemi politici orientati verso la stabilità, persino in modo ossessivo, basti pensare ai continui appelli alla “governabilità”, al “voto utile”, tutto quel sistema che aveva come attesa la stabilità, tutta quella costruzione ora va in frantumi e con essa quindi decade anche il richiamo al voto utile.

Sono saltate le dighe?

Giovedì Le Monde titolava in prima pagina: “Fillon, Macron, Le Pen, Mélenchon: perché si dicono tutti antisistema”, il quotidiano con il suo titolo fotografa il rovesciamento del paradigma della stabilità.

Ci vuole molta immaginazione nel vedere in Fillon e Macron delle figure antisistema

Ma infatti non lo sono affatto, l’elemento rilevante è che dicono di esserlo, al punto che Macron e Fillon si accusano a vicenda di essere il candidato dell’establishment. Questo ci dice che oggi, per ottenere il consenso, devi schierati contro il sistema.

Quando un tempo accadeva l’esatto contrario, le investiture di Bruxelles e del Fmi erano un biglietto da visita elettorale

Proprio così, fino a pochissimo tempo fa chi vinceva le elezioni in Europa erano i partiti che rivendicavano gli endorsment della Commissione Ue, della finanza internazionale, quelli che garantivano stabilità in una prospettiva moderata tutta interna al sistema.

Nel 2012 la somma dei voti di socialisti e gollisti sfiorava il 60%, oggi non supera il 30%. In cinque anni è accaduto un terremoto. Il binomio dell’alternanza centrodestra- centrosinistra non c’è più questo vale per la Francia, ma anche per altri paesi come la Grecia, la Spagna, l’Olanda, l’Italia.

Vale praticamente per tutta Europa, forse con l’esclusione della Germania, il paese dove la crisi economica ha morso di meno e l’antagonismo Cdu- Spd è ancora centrale. Per tornare alla Francia, stiamo assistendo al declino della Quinta Repubblica che ormai è nella sua terza fase. La prima fase, che ha retto fino al 2002, ruotava attraverso due blocchi politici destra- sinistra, ossia socialisti e comunisti da una parte, gollisti e liberali dall’altra, i quali grazie al sistema elettorale maggioritario a due turni sono riusciti a emarginare la destra estrema del Front National, naturalmente parlo del Fn di Jean Marie- Le Pen intriso di nostalgie e simbologie estremiste, legato a Vichy, alla Vandea, un partito molto diverso da quello della figlia Marine. Nel 2002 Le Pen va al ballottaggio contro Chirac che viene eletto con i voti della destra e della sinistra, un fronte repubblicano che gli consegna oltre l’ 80% dei consensi. La seconda fase, quella che va dal secondo mandato di Chirac al quinquennato di François Hollande, un decennio in cui trionfa lo schema della governabilità e il partito socialista sceglie la totale internità al sistema. Hollande è il governo dell’Europa reale, di Maastricht, del fiscal compact, dell’austerity. In quest’ultimo passaggio si consuma la delegittimazione della Quinta Repubblica, destra e sinistra diventano indistinguibili tra loro, il partito socialista si dissolve, scompare al punto che il presidente uscente non è neanche in grado di ricandidarsi e il suo candidato ufficiale, Hamon, pur avendo un programma moderno e intelligente, è sicuro al 100% che non andrà al ballottaggio. Scomparso il clivage sinistra- destra irrompe il conflitto tra il basso e l’alto, il sistema e l’antisistema come è riassunto dal titolo di Le Monde

Cosa si intende per “sistema”?

Parlo del sistema politico, che è altro dal sistema socio- economico. La rivolta del popolo contro le élite evocata da tutti i candidati si riferisce ovviamente al primo, al sistema di potere politico. Questo fenomeno viene indicato generalmente come “populismo”, ma non si tratta di un populismo politico quanto di un populismo sociale che aspira a raccogliere l’onda d’urto della rabbia anti- establishment più che a governare e che si può incarnare in progetti politici opposti tra loro, è questo il vero spettro che incombe sulle elezioni francesi. Una sfida in cui nessun personaggio può più essere identificato con la sua storia o quella della sua provenienza politica. Fillon è decisamente altro da quel che era Chirac, Macron è lontano anni luce dal suo partito di origine, Marine Le Pen è molto, ma molto diversa da suo padre.

E Mélenchon?

Il candidato della France Insoumise raccoglie anche lui l’ondata di malcontento, il clima di rivolta anti- élite anche se lo fa con un programma chiaramente di sinistra. Se osserviamo la sua progressione spettacolare nei sondaggi di opinione il fenomeno appare molto chiaro. Fino a pochi mesi fa la sinistra radicale francese navigava intorno al 10% dei consensi, una percentuale dignitosissima, vicina a quel che era Rifondazione in Italia negli anni 90 o la Linke in Germania o Hizquierda Unida in Spagna. Oggi Mélenchon è dato intorno al 20%; in un’inchiesta sugli scenari elettorali pubblicata sempre da Le Monde evidenzia che Mélenchon batterebbe Le Pen al ballottaggio con il 57% e Fillon con il 58%. Cos’è accaduto in questo passaggio? Il candidato della sinistra radicale ha saputo mettersi in relazione con l’onda d’urto dello scontro tra l’alto e il basso della società, ha saputo intercettare i consensi di chi si percepisce in rivolta contro le élites. C’è un dato in tal senso molto significativo.

Quale?

Per la prima volta Mèlenchon supera Marine Le Pen tra le fasce a reddito più basso, cioè nel cosiddetto voto popolare, 27% contro 26%. Ma nei consensi di Mélenchon c’è un aspetto ancora più rivelatore: nelle ultime tre settimane ha guadagnato 11 punti percentuale tra i ceti più poveri, quelli colpiti dalla crisi e spesso citati con superficialità dai media che li descrivono arruolati in una guerra contro i migranti e ossessionati dalla sicurezza, il classico bacino elettorale delle destre xenofobe. Invece i dati ci dicono che in questa classe sociale Mélenchon è più competititivo di Marine Le Pen.

Quindi la sinistra, nella sua veste più radicale, ha delle serie possibilità di spuntarla?

In questo quadro sì, bisogna saper cogliere le chance e sfruttarle. E non si tratterebbe di un caso isolato, penso a Podemos in Spagna che trionfa nelle grandi città o a Syriza in Grecia che ha anch’essa raccolto quella spinta. Se la sinistra pensa di affrontare questa crisi con i vecchi strumenti e la vecchia retorica della governabilità è spacciata.

 

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