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Le guerre dei bambini e l’assuefazione dei media

Solo negli ultimi due anni nel conflitto in Yemen hanno perso la vita 1546 minori, in Siria nel 2016 ne sono morti 652 (dati Unicef). Tragedie invisibili nascoste nel tritacarne dei grandi numeri e nell'indignazione passeggera dell'informazione mainstream
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L’Unicef ha lanciato un appello dichiarando che in due anni di conflitto sono morti, in Yemen, 1546 bambini. Nel Sud Sudan 7 operatori umanitari sono stati uccisi mentre trasportavano cibo dalla capitale a un’altra città. Circa 250 migranti potrebbero essere morti in due naufragi la settimana scorsa mentre cercavano di arrivare in Italia. 

La situazione yemenita come quella siriana (652 bambini morti nel 2016) come quella del Sudan come quella dei rifugiati e come tante altre nel mondo, sta ridimensionando il valore etico di parte del giornalismo e dei media, o per lo meno il valore del suo linguaggio. Un giornalismo che dovrebbe informare con il fine di cambiare qualcosa nella realtà attraverso la mobilitazione. Ma il più delle volte si trasforma in una eco che passa di canale in canale, di pagina in pagina, di orecchio in orecchio, e si spegne nell’indignazione passeggera,  in ognuno di noi che legge dei bambini feriti nel conflitto in Yemen: 2450. Di quelli che non vanno a scuola: 2 milioni. Di quelli che non avranno un futuro. Leggiamo e facciamo i calcoli con le cifre dell’atrocità. 

E questo fare i calcoli è  un appuntare frettoloso, un ricopiare una lezione ascoltata milioni di volte, un collezionare doppioni di figurine di altri doppioni. Esibizioni di cifre, overdosi di deceduti, percentuali di povertà e fame e dati di ospedali bombardati ci rincorrono ovunque. Generano un’assuefazione simile all’assuefazione di chi si inietta, fuma o ingoia alte dosi di droga e perde sensibilità. E nell’apatia che generano i numeri dell’atrocità, nell’impotenza e nel disorientamento che il loro moltiplicarsi, ovunque nel mondo, produce, ci scadaliziamo perchè nessuno si indigna e si mobilia leggendo quei numeri. Ma forse, non reagiamo perchè siamo egoisti e insensibili, pigri e disumani, forse non reagiamo a causa del linguaggio che viene utilizzato per raccontare quelle storie.

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Usiamo, per parlare dib esseri umani, le stesse parole dell’economia, della finanza, dei mercati azionari. I notiziari parlano delle percentuali di perdite e guadagni delle borse di Tokyo, New York, Milano, e utilizzano percentuali per parlare di guerre, di carestie, di disoccupazione, di immigrazione e di qualsiasi argomento possa essere razionalizzato ed esplicitato in numeri.

I bambini nello Yemen soffriranno di malnutrizione acuta il 200% in più che nel 2014. Milano chiude con un ribasso dell’2,2%. L’80% delle famiglie yemenite vivono con 2 dollari al giorno. Il Pil italiano guadagna solo uno 0,2% nel terzo quadrimestre 2016. Gli attacchi armati nelle scuole yemenite nel 2016 è 212. Da giovedí sono in asta i Btp a 5 e 10 anni fino a 4.75 miliardi. 

Queste proposizioni possono far parte di una stessa lista, dal punto di vista visuale e di qualità o genere linguistico. E il contenuto, come quando parliamo di borsa e azioni, sfuma, evapora e perde consistenza, diviene labile e silenzioso come lo sono i trasferimenti azionari, i soldi trasferiti postepay. Immateriali visualmente e fisicamente, movimenti invisibili nell’universo virtuale.

Ma se mentre per le transazioni finanziarie e per gli indici dei bot e i cct, il linguaggio in cifre è l’unico possibile, l’unico in grado di rendere conto di quelle determinate categorie, per gli uomini non lo è. Ed è ormai chiaro essere il meno adeguato. Il linguaggio logico, numerico, è un linguaggio che non tocca che parla di cose che non si possono toccare. Il problema è se un linguaggio che non tocca comincia a parlare di cose che si possono toccare come la vita e la morte degli uomini. In questo caso la qualità della parola non riempie lo spazio tra lingua e realtà. Non ha la capacità di creare quel ponte che evoca e suscita emozioni vere, reali, che viaggiano assieme alle esperienze vissute, che sono la materia prima della categoria “essere umano” e possono smuovere una persona cocciuta come un mulo.  

Se utilizziamo il linguaggio dei dati per pensare di toccare e persuadere, immateriali diventano anche gli oltre 1500 bambini uccisi in Yemen l’anno scorso. Immateriali si trasformano gli attacchi agli ospedali yemeniti: 95 nel 2016. E immateriali sono i 150 civili siriani che il 17 marzo, secondo Amnesty, non sono stati evacuati e sono morti sotto raid americani. 

Possiamo urlare questi numeri per le strade e la gente chiuderà le finestre sbadigliando. Ma se cantiamo una canzone, recitiamo un rap, balliamo un flamenco, ci sarà chi rimarrà affacciato ad ascoltare. E all’ascolto e alla lettura verrà un’emozione, e all’emozione qualche volta succederà un’azione. 

O magari il persistere di questi numeri che gorgogliano intorno a noi, servono proprio per non emozionare e non far alzare nessuno dal divano.

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