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Populisti smarriti: «Ma allora Trump da che parte sta?»

Il bombardamento a sorpresa della Siria disorienta il campo sovranista, da Le Pen a Salvini, da Wilders a Farage la realtà sgretola la propaganda
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Nell’arido linguaggio militar- burocratico, quella sessantina di Cruise piovuti sulle piste aeree siriane, pur provocando decine di vittime sul campo, sono state rubricate alla stregua di un «intervento limitato» . Sotto il profilo politico, invece, sia nazionale che internazionale, i Tomahawk con 2500 chilometri di gittata lanciati dalle navi americane nel Mediterraneo contro Assad e il suo sarin, allargano la voragine del rapporto tra Usa e Russia fino a farlo diventare un abisso.

E devastano le schiere dei sovranisti anti Ue che proprio dalla sintonia tra Trump e Putin trovavano finora alimento e forza propulsiva. Il legame tra Washington e Mosca, con l’indifferenza della Casa Bianca che copriva il sostegno russo a Damasco, era infatti diventato il bastone acuminato con il quale fare a pezzi non solo l’edificio europeo ma anche la sovrastruttura della globalizzazione: ogni Stato, ogni popolo faccia per sé in assoluta autonomia, e riconquisti margini d’azione che gli accordi sovranazionali hanno loro scippato. Perché il futuro diventa roseo solo buttandosi alle spalle integrazione e cooperazione.

La realtà, però, ha la testa dura e si incarica di sfaldare miti costruiti sulla propaganda. E così succede che gli Usa riprendono a sganciare bombe, Putin a fare la faccia feroce anche oltre confine, Assad subisce un trattamento alla Saddam: ancora light ma significativo.

E i sovranisti? Lo straniamento è evidente. Ripongono sogni ed aspirazioni per indossare l’elmetto dell’indignazione. Contro The Donald, beninteso: l’idolo di appena poche settimane fa. Così Matteo Salvini dice che i missili sganciati nella notte «sono un aiuto all’Isis» ; i Cinquestelle – che salutarono le prime dichiarazioni del successore di Obama come «un grandissimo sospiro di sollievo per il mondo e una politica nella direzione giusta» – ora attaccano parlando di «chiara violazione degli accordi internazionali» ; la Meloni si augura «che la nuova Amministrazione americana non voglia seguire la folle politica di Obama» ( e invece sembra di sí). Anche fuori dai confini italiani è una gara a prendere le distanze da Trump da parte dei leader antieuropei: da Marine Le Pen a Farage é tutto un sostenere che il presidente americano ha sbagliato e che di lui non ci si può fidare. Per paradosso, i sovranisti si ritrovano al loro fianco un tipetto come Erdogan e chissà quando ne saranno contenti.

Forse la verità è che, a proposito di fiducia maldisposta, una maggior dose bisognerebbe assegnarla alla Storia, depotenziando le necessità contingenti e i calcoli elettoralistici. Quella Storia che ci rammenta come gli Stati, soprattutto i più forti e potenti, in ogni epoca e sotto ogni latitudine, al dunque abbiano come unica stella polare la difesa dei loro interessi, veri o presunti che siano. Tutelano la loro immagine e quella dei leader che li comandano: il resto è rumore di vento. Ieri Trump faceva spallucce riguardo ai destini del Medio Oriente e sporgeva il labbrone riluttante verso Israele. In una sola nottata, seppur contraddistinta dall’allontanamento del falco isolazionista Bannon, il presidente americano ha rovesciato la sua impostazione. Chissà, magari anche il capo del Cremlino si comporterà allo stesso modo tra qualche tempo e gli amici di oggi, da Salvini alla Le Pen accolti a Mosca con tutti gli onori, diventeranno gli ostacoli di domani. Se poi vogliamo essere più cinici, si può ricordare che la storia insegna come i nazionalismi siano attrezzi politici che hanno la tendenza a scoppiare in mano a chi li usa, mettono i Paesi gli uni contro gli altri e, come avrebbe detto Marx, poi finisce che la tentazione di sostituire all’arma della critica la critica delle armi diventa irresistibile.

I sovranisti italiani toccano un nervo scoperto che è quello di una Unione europea molto attenta ai calcoli economici e alle compatibilità finanziare e pochissimo interessata alle condizioni concrete di vita, ai bisogni e ai diritti delle persone. Vero. Però è la risposta ad essere sbagliata e i missili di venerdì ne sono, ancora una volta, la riprova. Quella risposta che nel vecchio Continente viene declinata nella denuncia degli accordi tra Stati e nella desertificazione delle azioni comuni, individuate come giusta salvaguardia del benessere economico e del ripristino di condizioni di maggior rispetto. Nonché – ed è il boccone più ghiotto – quale autostrada verso il successo nelle urne.

Forse è una impostazione che andrebbe rovesciata. Quel che manca sullo scacchiere internazionale è la voce di un protagonista da secoli: l’Europa. Una voce da ritrovare, non da annullare. Proprio i fuochi di guerra che tornano a balenare confermano come sarebbe essenziale per la Ue avere sistema di difesa comuni e perfino un esercito continentale: servono a tutelare gli interessi e la pace, non a soddisfare qualche capriccio di euroburocrate. Nello scontro tra Trump e Putin, il disarticolato bisbiglìo europeo è inquietante: un fattore di debolezza in più per la salvaguardia degli equilibri geopolitici mondiali. Le schiere sovraniste italiane, l’asse M5S- Lega- Fdi, può ritrovarsi maggioranza nelle prossime elezioni politiche, quando si svolgeranno. E non sarà il prodotto di qualche algoritmo elettorale: sarà il risultato della sconfitta del sogno degli Stati Uniti d’Europa, abbandonato anche da chi doveva custodirlo. Le mosse di Trump e, chissà, le presumibili ritorsioni di Putin offrono qualche elemento in più per capire se quello scenario è più o meno conveniente.

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