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La Pazza gioia, quel manicomio perbene di Virzì

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Di un film programmaticamente edificante come La pazza gioia di Virzì & Archibugi, fresco vincitore del David di Donatello, va innanzitutto detto che appartiene di diritto e per acclamazione al cinema “dei telefonini bianchi’, purissima estetica PD, anzi, ASL, meglio ancora, CIM, cioè Centro di igiene mentale dal volto umano renziano, perfetto film di governo per coscienze decisamente pacificate. Dove, accanto al talento visivo del regista, e anche questo va riconosciuto, brilla una notevole Valeria Bruni Tedeschi ( lo so, in molti detestano il fatto che nel suo caso persona e personaggi coincidano, e poi quell’aria bobos, cioè gauche caviar, tuttavia è lei, VBT, l’unico vero punto- luce del film) affiancata dalla collega Micaela Ramazzotti, in possesso invece di un’unica espressione: con e senza tatuaggi, giusto per parafrasare una antica battuta da cinefili cinici, ma giusti.

La storia, come già nel Grande cocomero, antecedente dello stesso filone medicale per “anime belle” firmato proprio dalla Archibugi in epoca di entusiasmo pre- governativo ulivista, qui invece in veste di sceneggiatrice, è presto riassunta nel racconto en plein air di una rassicurante comunità per ospiti affetti da disagio mentale, Toscana ora ridente ora meno, dove gli infermieri non hanno nulla di crudele, anzi, mostrano quasi ali da arcangeli e le operatrici sanitarie non sono affatto megere; ed è in questa socialdemocrazia cristiana post- basagliana, sia pure nel malessere e le stimmate del malessere interiore, che ogni nodo sembra essere comunque destinato alla pacificazione, ora per merito dell’inappuntabile personale medico ora perché l’ottimismo è il sapore della vita ( cit.) e perfino della fuga. Eccole insieme in spider rossa, la giovane alto borghese e la “poraccia”, insieme come nuove Thelma e Louise virate attraverso lo sguardo ipotetico di una Concita De Gregorio, quasi convitata di pietra, e infatti sembra proprio che da nulla nel film debbano fare la loro apparizione proprio il taccuino e gli occhiali rossi di quest’ultima. Come ispettore socio- sanitario.

Un film programmaticamente concepito in nome delle belle bandiere, dove appunto l’obiettivo morale è la fine d’ogni vero conflitto, la pianura, perché, leggendo gli eventi, regista e sceneggiatrice sem- brano in filigrana suggerirti che sarebbe davvero un peccato continuare a dir male del nostro particolare ora che ci siamo liberati dall’empio Caimano e al governo siedono semmai volti di ministre dalla grazia preraffaellitica o da Madonna di Piero della Francesca; siamo a Pistoia e Montecatini, tutto vero, ma è pur sempre un luogo prossimo a quello nel quale Albert Camus diceva «è qui che vorrei morire, nel paesaggio più bello del mondo».

Intendiamoci, il film ha dalla sua la mano di Paolo Virzì, e come obiettivo la luce la calma e voluttà dell’ideologia dell’ottimismo alla sua zuppa di farro e alla panzanella, un film, come dire, “migliorista”.

Come già Mia madre di Nanni Moretti, dove perfino la morte viene depotenziata per sobrietà di sinistra, certamente romana orgogliosa di avere una Giovanna Melandri alla presidenza del museo MaXXI, altra convitata di pietra, con i suoi corsi di yoga con tea buncha.

E poi il dramma della voglia di un figlio da ritrovare, come già nelle pellicole di Matarazzo degli anni Cinquanta per giocare l’emozione dei cappottini antracite nel gelo dei brefotrofi… Dove perfino la famiglia adottiva è comprensiva, «così la donna, dopo aver fatto il bagno col bambino, gli parla e prende con lui l’impegno di rivederlo dopo che si sarà fatta curare, quindi va via, ormai pacificata, perché ora ha un progetto di vita. Con uno sforzo estremo riesce ad arrivare a piedi ai cancelli di villa Biondi, dove da una finestra l’amica la sta ormai aspettando» ( Trascrivo per amor di asetticità da Wikipedia).

E il cerchio si chiude nelle certezze del ritorno all’ordine costituito del CIM, appunto, dal volto umano. Dimenticavo: noi tutti sappiamo, anche se i credit lo tacciono, che in un angolo del cielo del film agisce Walter Veltroni nel ruolo dell’angelo custode garante, pronto a proteggere il viaggio, la fuga, ma anche il ritorno in cameretta delle ragazze.

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