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Carofiglio: «Ma quale allarme sicurezza, questa è l’epoca più sicura della storia»

«Beccaria diceva che il sistema delle pene è efficace non se propone punizioni altissime, che quasi mai vengono applicate, ma se prospetta al reo un’alta probabilità di ricevere una sanzione giusta»
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«Non c’è alcun allarme sicurezza, lo dicono i dati». Gianrico Carofiglio, ex magistrato e senatore ed oggi acclamato scrittore di gialli, analizza come, a fronte di statistiche rassicuranti sulla riduzione del numero di reati, la società italiana viva in uno stato di continua fibrillazione da cronaca nera.

Il nostro è un paese sicuro, dal punto di vista del pericolo sociale?
È pacifico che in Italia, più ancora che nel resto d’Europa, stiamo vivendo nell’epoca in assoluto più sicura della nostra storia. Questa non è un’opinone ma la conseguenza di una banale lettura del dato statistico. Si tratta di dati, tra l’altro, che riguardano in modo vistosissimo i reati violenti e in particolare gli omicidi: tra il 1991 e il ‘92 gli omicidi erano circa 2000 l’anno, ora siamo sotto i 500.

Eppure la percezione dell’opinione pubblica sembra opposta. Come spiega questo paradosso?
Gli psicologi sociali lo chiamano “effetto di disponibilità”. È meccanismo per il quale, se si parla molto di un argomento – per esempio, appunto, l’insicurezza collettiva – i connotati e il peso di quell’argomento s’ingigantiscono ai nostri occhi, anche in contrasto con la verità dei fatti. È il fenomeno per cui, ad esempio, se si verifica un incidente aereo, magari in luoghi non lontani da quelli in cui abitiamo, e i mezzi di informazione ne parlano molto e in modo inquietante, molti hanno paura a viaggiare in aereo nelle settimane successive. Anche se l’aereo è il mezzo più sicuro di tutti, molto più dell’auto, tanto per dire.

Paure irrazionali, dunque?
Oggi un italiano, inteso come entità statistica, rischia molto di più di morire in un incidente stradale o in un infortunio sul lavoro, che non di subire un’aggressione armata o, men che meno, un omicidio volontario. Eppure nessuno vive l’insicurezza della sua vita quotidiana legata al pericolo di venire coinvolto in un incidente d’auto o in un infortunio sul lavoro. Questi temi non vengono trattati con la drammatizzazione con la quale si parla, invece, di certa criminalità predatoria.

Sono gli impulsi irrazionali, quindi, a spingere i cittadini, ad esempio, a organizzare ronde nelle città?
Attenzione, non sto sminuendo o disprezzando il bisogno di sicurezza dei cittadini. La questione della percezione è importante. Molto di ciò che noi facciamo, nella politica come nella vita sociale, è governato dalle emozioni, e non si può pensare di superare questa dimensione semplicemente con gli argomenti razionali. Quindi, se la gente è preoccupata, di questa preoccupazione una politica intelligente deve tenere conto. Però il compito della politica è proprio questo: percepire i bisogni, depurarli della dimensione puramente irrazionale che magari è anche il risultato di propaganda della peggior specie, e provare a soddisfare quelli meritevoli.

Torniamo, con questa premessa, al dato sugli omicidi. Quei 500 di oggi, nonostante siano diminuiti rispetto al passato, dicono comunque qualche cosa?
Assolutamente sì. Se pensiamo che di questi 500 omicidi una percentuale molto alta è fatta di donne uccise dai loro compagni, si capisce che, a fronte di una sicurezza collettiva decisamente migliorata, esiste un problema molto specifico di sicurezza individuale. In particolare, è sottoposto a un rischio maggiore il segmento della popolazione più debole, cioè quello delle donne, esposte a relazioni tossiche con uomini inadeguati che a volte diventano assassini.

Esiste, quindi, anche la necessità di mettere in campo sistemi di contrasto più efficaci?
L’aggressione alle persone e ai loro beni va colpita con determinazione ed efficacia, certo. In particolare reati odiosi come le rapine e i furti in appartamento vanno puniti in modo deciso. Le strategie di contrasto a questi reati devono essere perfezionate, ma è bene chiarire che anche le rapine e i furti di appartamento sono oggettivamente in calo.

Proviamo allora a ipotizzare in che modo è possibile intervenire. E’ davvero utile incidere, a livello legislativo, aumentando le pene?
Io sono favorevole alle modifiche legislative che hanno aumentato i minimi di pena per questi reati. Vede, esiste un grande equivoco in materia di politica criminale: si pensa che serva a qualcosa introdurre pene molto alte per l’uno o per l’altro reato. Il punto, tuttavia, non sono le pene massime, perchè il massimo della pena non viene quasi mai somministrato. Il problema è stabilire, invece, un vincolo alle pene minime, perché la punizione di taluni gravi reati non possa scendere al di sotto di una certa soglia.

E questo aumenterebbe la deterrenza a commettere questi reati?
Guardi, io credo che il sistema debba fondarsi non sulla spropositata severità, ma sull’efficacia. Cesare Beccaria – un autore di grande attualità, a distanza di oltre due secoli – diceva che il sistema delle pene è efficace non se propone punizioni altissime che però poi quasi mai vengono applicate, ma se prospetta al reo un’alta probabilità di ricevere una sanzione giusta. Attenzione, una “sanzione giusta”, non una sanzione esemplare.

Condivide, quindi, i contenuti del decreto Minniti sulla sicurezza urbana?
Non lo conosco nei dettagli, ma ho colto con favore l’aumento delle pene minime di alcuni reati. In linea di principio, poi, credo nella logica di aumentare i poteri di chi opera direttamente sul territorio, per rendere più flessibili le risposte ai fenomeni criminali.

Lei crede sia anche necessario introdurre nuove fattispecie di reato?
Per risponderle, le riporto una conversazione avuta con un amico poliziotto. Ci sono bande altamente specializzate di ladri d’appartamento, i più abili sono gruppi che provengono dalla Georgia, che per disattivare gli allarmi usano i jammer, apparecchi che servono specificamente a disturbare le frequenze degli antifurto. La polizia va a fare perquisizioni e spesso trova questi strumenti raffinatissimi e altri oggetti destinati esclusivamente alla commissione di furti, ma la cui detenzione non è punita da nessuna norma penale o, come nel caso dei grimaldelli, è punita con pene insignificanti. Ecco, si potrebbero introdurre una serie di ipotesi di reato cosiddette “di posizione”: detenere certi strumenti sofisticati, la cui unica destinazione è l’attacco al patrimonio, diventa un reato grave. Non sto dicendo che il problema si risolva solo così, ma che è necessario adattare il sistema del diritto penale alle mutate condizioni, anche della tecnologia criminale.

Lei è stato magistrato per molti anni. Questo aggiornamento vale anche per le strategie di indagine?
Le strategie di contrasto al crimine devono essere sempre aggiornate, anche con una certa creatività in base ai reati da perseguire e al territorio. Le posso raccontare un aneddoto?

Dica pure.
Nei primi anni Novanta, Bari era insieme a Napoli la città con il primato poco desiderabile degli scippi in rapporto al numero degli abitanti. Era una piaga sociale e le forze di polizia sembravano impotenti, perché il metodo di contrasto era quello tradizionale: più agenti per strada per prendere gli scippatori in flagrante. La cosa accadeva, certo, ma in modo comunque insufficiente, la risposta delle istituzioni a questi reati frequenti e odiosi era frammentaria e inefficace. A un certo punto a qualcuno, in procura, venne in mente di cambiare del tutto la strategia: non rincorrere il singolo reato, ma i criminali noti perché lo commettevano professionalmente. All’epoca, a Bari gli scippatori professionisti erano una trentina: per ognuno si creò una scheda personale, recuperando i numerosi fascicoli che, a carico di ciascuno di loro, erano distribuiti tra tanti magistrati e uffici, in una assurda polverizzazione. Per nessuno di questi singoli reati i ladri avrebbero ricevuto una condanna elevata e nemmeno una misura cautelare, ma riunendoli si definiva un quadro completamente diverso, di attività criminosa professionalizzata, da sanzionare con severità. Ne furono arrestati tanti in un colpo solo, furono condannati a pene serie, rimasero in carcere e, insomma, a Bari finì la piaga degli scippi per come l’avevamo conosciuta fino a quel momento. Ecco, ci vuole anche un po’ di creatività nell’elaborare strategie di contrasto: i ladri vennero condannati con pene serie ma, soprattutto, percepirono una diverso, più serio atteggiamento delle istituzioni.

Tornando al presente, le fa effetto sentir dire al sindaco di Verona, Flavio Tosi, che bisogna dormire con la pistola sul comodino?
Qualunque cittadino, che non abbia condizioni penali ostative, può legalmente detenere un’arma in casa: chiede il nulla osta al questore, va a comprarla, la denuncia e la può tenere. Io però lo sconsiglio vivissimamente: le armi sono strumenti da professionisti perché richiedono un tirocinio psicologico, oltre che materiale, su quando usarle e soprattutto su quando non usarle. Per saper sparare basta un minimo di addestramento, ma chi ha un’arma deve soprattutto saper gestire psicologicamente le situazioni.

Si corre il rischio di entrare nell’ambito scivoloso dell’abuso di legittima difesa?
Quando io sento dire che un tale ha sparato durante una rapina e in quel momento non ha capito più niente per via dello stress, capisco benissimo. Si tratta di situazioni di enorme agitazione, in cui avere a disposizione un’arma non fa che aumentare l’ansia, generando una condizione psicologica di sicurezza illusoria. Io stesso ho portato per anni la pistola per ragioni di sicurezza personale piuttosto serie e molte volte mi sono chiesto se fosse opportuno averla con me, perchè portare un’arma implica di accettare la possibilità di poterla usare, e non per sparare in aria.

L’argomento usato dai leghisti è che avere una pistola sul comodino sia un deterrente per i ladri.
Pensare che il problema della sicurezza si risolva con una pistola è come immaginare che uno possa essere al sicuro da malattie improvvise tenendo a casa un set di bisturi. Il punto non è saper premere il grilletto contro un bersaglio al poligono, perchè queste sono chiacchiere populiste, per di più pericolosissime.

Oggi la cronaca riporta al centro il tema della legittima difesa. Immaginiamo di avere la famosa pistola sul comodino. Quando è davvero legittima difesa?
Nel caso in cui un ladro entri in casa e aggredisca le persone minacciando la loro incolumità, sparare è certamente legittima difesa. Altri casi sono molto più complessi.

Proviamo a immaginarlo. Quando, invece, sparare non è proporzionato al fatto?
Per capire quando l’uso di un’arma sia sproporzionato è necessario essere capaci di separare l’entità del fatto, a volte modesta, dalla drammaticità del momento. Le faccio un esempio: immaginiamo che l entri in casa un ladro e rubi un computer. Ci dicono chi è stato e, due giorni dopo il fatto, lo raggiungiamo e gli spariamo, uccidendolo. Ecco, in questo caso nessuno si sognerebbe di negare che si tratti di un omicidio e che parlare di legittima difesa è assurdo.. Bene, dal punto di vista del diritto penale, sparare alle spalle di un ladro che sta scappando corrisponde esattamente ad andare a cercarlo due giorni dopo, perchè in entrambi i casi l’attualità dell’offesa – condizione indispensabile perché si possa parlare di legittima difesa – è cessata. Ecco, se chi ha la pistola non è adeguatamente addestrato dal punto di vista psicologico, in un momento così concitato può non sapersi controllare e quindi anche sparare quando non sarebbe consentito.

Ritorniamo così alle premesse: è la paura percepita a far sentire il bisogno di una pistola sul comodino, anche se non siamo in grado di utilizzarla. Da che cosa è indotta questa paura?
Basta guardare le statistiche europee. Le reti ammiraglie italiane sono quelle che in assoluto danno più spazio ai fatti violenti di cronaca nera, in un momento storico che non lo giustifica: siamo attorno al 12% del tempo delle notizie di prima apertura. Negli altri paesi si va dal 7% al 2% della Germania, che ha percentuali di delittuosità uguali se non superiori alle nostre.

E questo come mai? La morte fa audience?
In Italia esiste una certa pornografia del delitto, che poi entra in un circuito vizioso alimentato da certe trasmissioni, in cui vengono riprodotte indagini e processi. Pensi al caso Scazzi: per un mese e mezzo trenta giornalisti si sono praticamente trasferiti ad Avetrana. Questo produce fra l’altro l’effetto di disponibilità di cui dicevo: tutti i giorni in televisione si parla di delitti orribili e la percezione di chi guarda la tv e legge i giornali è che questi delitti orribili siano molto più frequenti e diffusi di come non sia in realtà.

Non è solo la televisione, però. Anche certa politica si rincorre brandendo i temi della sicurezza.
Non credo sia un male che la politica si occupi di rendere più efficaci gli strumenti della repressione civile e democratica di questi fenomeni. Il problema, però, è un altro: che la politica, dall’inizio degli anni Novanta, ha iniziato ad utilizzare lo strumento della comunicazione ossessiva sul crimine diffuso.

E con quale finalità?
Parlare del crimine e dell’insicurezza è un sottile ed efficacissimo strumento di distrazione di massa.

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