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Ciliberto: «Io, testimone di giustizia vivo come un latitante»

Gli avvocati dicano basta alle prove costruite a freddo in Procura e alle sentenze scritte prima del processo
La storia di Gennaro Ciliberto Gennaro Ciliberto che nel 2010 decide di denunciare la corruzione nell’aggiudicazione di lavori, infiltrazioni mafiose
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Lo scorso 9 marzo la Camera dei deputati ha approvato all’unanimità la proposta di legge sulla protezione dei testimoni di giustizia. ll provvedimento passa ora all’esame del Senato. Ma come vive un testimone di giustizia? Il Dubbio ne ha parlato con Gennaro Ciliberto che nel 2010, da responsabile della sicurezza nei cantieri di una ditta – la Carpenfer Roma srl realizzatrice della costruzione e della manutenzione di varie opere autostradali in subappalto per Autostrade per l’Italia spa, decide di denunciare la corruzione nell’aggiudicazione di lavori, infiltrazioni mafiose e anomalie costruttive. A quel punto deve fare uno sciopero della fame di 45 giorni e dormire in macchina per lungo tempo lontano dai familiari per non metterli in pericolo prima che lo Stato lo faccia entrare in un programma di protezione. Da allora diventa testimone di giustizia, da non confondere con collaboratore di giustizia. Oggi ha 44 anni ma da quando ne aveva 37 ha smesso di essere un uomo libero, vive in una località segreta, sotto il controllo del Servizio Centrale di Protezione del ministero dell’Interno, ha minima libertà di movimento, non ha un lavoro.

Com’era la sua vita prima e com’è oggi?

Ero felicissimo, ero un manager, guadagnavo 60000 euro all’anno, inserito in uno dei più grandi sistemi di appalti in Italia, viaggiavo molto e pesavo 20 chili in meno. Lavoravo principalmente in Lombardia e ogni week end rientravo a Napoli con l’aereo per stare con la mia famiglia. Oggi invece sto vivendo l’inferno: ho un nome diverso, sono costretto a mantenere rapporti superficiali con le persone che incontro per evitare che scoprano chi sono, non ho amici, non ho lavoro, la mia è una giornata piatta. Non posso tornare neanche a Napoli per il funerale o il matrimonio di un familiare.

La sua compagna e il suo secondo figlio sono con lei?

La mia compagna per ragioni di sicurezza non può lavorare, e sempre per lo stesso motivo ho dovuto mettere a mie spese mio figlio in una scuola privata che non è in collegamento con l’anagrafe scolastica nazionale, perché la criminalità ormai ha i mezzi per rintracciarti ovunque. Noi rischiamo la vita anche se andiamo in ospedale per un controllo perché non hanno cambiato i nostri nomi sulla tessera sanitaria. Due volte a settimana devo recarmi dal medico a 180 km da dove vivo e senza scorta, perché mi viene concessa solo, per esempio, per andare a testimoniare nei vari processi.

E oggi?

Sono anni che chiedo di lavorare anche gratuitamente nel settore degli appalti pubblici, ma nessuno mi dà una possibilità perché sono uno che conosce tutto il sistema e può far paura. Sono quello che ha denunciato i camorristi, ma anche i colletti bianchi. Il paradosso poi è che ho vinto un concorso con una pubblica amministrazione ma per questioni di sicurezza non mi hanno assegnato al nuovo incarico.

Che cosa ne pensa della legge passata alla Camera?

È una ottima proposta di legge ma il problema è l’applicazione della stessa e mancano i soldi.

Rifarebbe quello che ha fatto?

Sì, ma non partirei mai per un programma di protezione. Lo Stato deve capire che i testimoni hanno diritti e diritto a una vita dignitosa.

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