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La pazza notte di Barcellona

La "remontada" impossibile con i francesi del Psg e tutta una città che si stringe attorno alla squadra. Con entusiasmo ma senza appagamento. E forse questa sobria passione è il grande segreto dei successi blaugrana
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Sonnacchioso è il risveglio, come da un sogno irripetibile. Le strade di Barcellona si alzano tardi, alle dieci ancora molte serrande sono chiuse, nella migliore tradizione spagnola, anche se proprio in Spagna non siamo.  “Tre gol in 8 minuti” dice sorridendo Ibrahim,  proprietario pakistano di un ferramenta che sta tirando su la saracinesca. Ibrahim vive a Barcellona da 27 anni. 

Neymar su punizione al minuto 86. Ancora Neymar su rigore al 91. Siamo a trenta secondi scarsi dal triplice fischio, il Barcellona si riversa nell’aerea avversaria. Der Stegen, il portiere blaugrana, spinge e fa a spallate con i difensori parigini, frastornati da ciò che sta per succedere. Quello che nessuno crede possibile, almeno non più dopo l’unico gol di Cavani, adesso è vicino. Neymar scucchiaia una palla nella mischia e un insospettabile Sergi Roberto in spaccata firma il 6-1. È il minuto 94, i secondi sono 35. Lo stadio esplode più di incredulità che di entusiasmo.

Nel quartiere del Raval, dopo il triplice fischio, un silenzio surreale abbraccia i vicoli, i bar, poi il primo tifoso grida “Barça!” e giù ai festeggiamenti. Verso le 23.30 i tifosi che erano allo stadio si riversano per Las Ramblas, a Plaza Real. A Plaza Catalunya un corteo di macchine strombazza coi clacson senza seguire più alcun ritmo.

Arrivati a questo punto il ritmo non esiste più, si fa rumore e si grida semplicemente per sfogare quei 95 minuti di follia pura. Molte le bandiere a righe gialle e rosse della Catalogna, e moltissimi, scrutando per benino fra i tifosi che gridano, che intonano inni a Neymar e a Luis Enrique, che si abbracciano piangenti, sono i capelli biondi, gli occhi azzurri, oppure la pelle scura e gl’occhi arabi.

Siamo a Barcellona, una città che accoglie 9 milioni di turisti all’anno da ogni parte del mondo e anche lo stadio ormai, come mi racconta una signora attempata con la sciarpa blaugrana, “è più cosa per turisti che per catalani”. Senza contare le centinaia di migliaia di stranieri che vivono qui da anni come Ibrahim. Italiani, pakistani, cinesi, ecuadoriani, marocchini, argentini, peruviani, francesi. Poveri francesi. 

La mattina del giorno dopo, girando in bicicletta, mi ci vogliono più di venti minuti per incontrare la prima sottile ed elegante sciarpetta del Barcellona. 

“Perchè tanto silenzio dopo quello che avete fatto?” chiedo educatamente al signore colla sciarpa seduto a un bar al primo sole mattutino. Le persone sedute mi guardano diffidenti. “La gente trabaja aquí” risponde il tifoso, come sottolineando che non siamo in Spagna, dove non si fa nulla tutto il giorno. <<E poi ancora non abbiamo vinto la coppa. I festeggiamenti finiscono dopo la partita>> conclude. 

Che cosa succederebbe a Roma se accadesse qualcosa del genere? Conto in totale cinque bandiere appese ai balconi. Forse ci sono sempre state, forse no. Tre ragazzini seduti su una panchina, due di loro con i colori blaugrana. Ripeto la domanda: <<È normale che sia tutto tanto silenzioso?>>, ridono di cuore e mi ripetono la stessa risposta: <<È vero, ma la mattina tutti vanno a lavoro>>. 

Forse sono abituati a vincere, o forse per davvero i catalani hanno poco del temperamento andaluso o gallego, ma su otto magliette di Messi&Co. che incontro per la strada, sei sono indossate da stranieri. La sobrietà con cui vivono un’impresa sportiva storica fa pensare che davvero vi sono più differenze che somiglianze tra spagnoli e catalani. 

Certo è che nessuno prevedeva una remontada di questo tipo, con una manita più un dito medio rifilato a un Paris Saint Germain rintronato e irriconoscibile. E forse ai giocatori del Barça, saturati dalle plurime vittorie degli ultimi vent’anni e dal triplete della scorsa stagione, serviva proprio dover recuperare 4 gol di svantaggio, partire già da sconfitti, leggere su tutti i giornali titoli come “La fine di un ciclo”, per ritrovare gli stimoli e la cattiveria necessaria. 

Un vecchio grasso con sua moglie passeggia pancia in fuori esibendo un berretto blu e amaranto. “Lei è del Barcellona?”. 

“Non si nota?”. 

“Perchè così poche magliette e sciarpe stamattina?”.

<<Non abbiamo ancora vinto nulla quiest’anno. Ma certo, se vinciamo così con Messi che non prende una palla e Iniesta mezzo acciaccato, davvero può succedere qualsiasi cosa>>.  

Forse è proprio questa sobrietà la chiave del successo, ma adesso il Barcellona è primo in campionato, e con un’impresa di questo tipo chissà che non possa ripetere ciò che ha fatto l’anno scorso?

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