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Sempre meglio una scissione di una fusione

Dal Psu al "predellino" la storia politica italiana insegna che se ci si divide è un dramma, ma se ci si unisce i risultati sono ancora più negativi. Una lezione amara ma che va accettata
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La scissione? Una sciagura. Però c’è di peggio: la fusione. Proprio così. La storia politica italiana è piena di paradossi ma ce n’è uno che in questi giorni di infinito ( e a tratti stucchevole) tormento del Pd – che si spezza, si riunisce, torna a spezzarsi, ritorna a riunirsi ed affolla le cronache con le gesta di pasdaran renziani, socialisti post- resistenziali e di demi- vierge alla Emiliano – andrebbe tenuto a mente a eterna consolazione sia dei fuoriusciti che di chi resta: quando ci si divide tanti inconsolabilmente piangono; quando ci si fonde, inevitabilmente qualcuno ( politicamente s’intende) muore.

E’ una vicenda che, come popolo votante, ci appartiene, e nessuno può farci niente. Ragion per cui quelli che si stracciano le vesti, a volte con toni che ricordano i lamenti delle prefiche, possono mettersi l’animo in pace: c’è vita oltre la scissione. E a volte neppure così grama. Mentre il contrario in tanti casi diventa il buco nero delle ambizioni mai realizzate.

In questa giostra perennemente in movimento e perciò mai compiuta, il punto di partenza obbligato è Pietro Nenni. E’ il vate del socialismo italiano, infatti, che diventa nel 1966 presidente unico del Psu ( i vice sono Francesco De Martino e Mario Tanassi), il partito che nasce dalla fusione di Psi e Psdi. L’idea è che il Sol dell’avvenire finalmente annichilisca il competitor di sempre, il Pci togliattiano che dal 1948 in poi, tornata dopo tornata, hanno eroso il vantaggio socialista e sono diventati così grandi da piazzarsi subito dietro la Dc. L’idea magari è giusta, ma i voti non arrivano. La “bicicletta”, cioè il simbolo elettorale che appaia quelli pregressi, fa il pieno di sarcasmo mentre le urne restano desolatamente vuote: poco più del 15 per cento è il bottino nelle elezioni del 1968. Cinque anni prima, il Psi aveva ottenuto da solo il 14 per cento e il Psdi idem il 6. Una debacle, insomma. Non va meglio ai moderati fuori dal perimetro socialcomunista. Pri e Pli, infatti, decidono di correre uniti alle elezioni europee del 1984. Alle politiche dell’anno prima, il partito guidato da Giovanni Spadolini aveva ottenuto il 5 e passa per cento, quasi raddoppiando i voti che storicamente identificavano l’Edera. Più indietro, ma comunque in ripresa, i liberali di Valerio Zanone ( che poi nella Seconda repubblica, attraverso la Margherita, confluirà nel Pd) attestati a poco meno del 3 per cento. Risultato: non l’ 8 o magari anche il 10 sognato bensì un misero 6,1. Ne fa le spese proprio Zanone, defenestrato a favore di Alfredo Biondi prima ( che camminerà in senso opposto al suo predecessore e finirà a fare il Guardasigilli nel primo governo Berlusconi) e Renato Altissimo poi.

Ce ne sarebbe abbastanza per far comprendere anche ai meno avveduti che gli elettori italiani si appassionano ai divorzi ma cambiano canale davanti ai matrimoni. Invece niente. E chi se non il Cavaliere può sfidare, a decenni di distanza, una tradizione così avversa? Infatti. Dopo infinite vicissitudini vissute con la Casa delle Libertà, Berlusconi rompe gli indugi. Il 18 novembre del 2007 sale sul predellino di un’auto durante un comizio a piazza san Babila e annuncia la nascita del Pdl, il partito delle Libertà dopo pochi mesi ribattezzato dell’Amore con la maiuscola. Un fusione non fredda ( come quella del Pd che vedremo) bensì calda, caldissima, com’è nel temperamento del Signore di Arcore. E perfino bollente nei commenti di dovrebbe volente e sopratutto nolente, fondersi. E’ il caso di Gianfranco Fini, leader di An, che bolla senza pietà la sortita berlusconiana: «Non è più il teatrino della politica: siamo alle comiche finali», taglia corto una manciata di giorni dopo, il 9 dicembre 2007.

Ma si può tenere il broncio al barzellettiere più suadente e famoso d’Italia? No, non si può. E dunque l’ex delfino di Almirante al Pdl aderisce poco dopo due anni: precisamente il 26 marzo 2009, scigliendo il suo partito in poco più di una giornata e mezzo di congresso.

Fusione avvelenata anche questa, tuttavia: come tutte le altre. Appena una ventina di mesi o poco più dopo, infatti, eccolo lì Gianfranco diventato nel frattempo presidente della Camera, che davanti alle telecamere agita la sua cravatta rosa pastello e inveisce contro Silvio nel famosissimo: «Che fai, mi cacci?».

Ok, d’accordo, le fusioni sono nefaste. Possiamo però almeno provare con le coalizioni dove ognuno resta quel che è ma mette in comune il proprio forziere di voti. Così va meglio, no? No. Infatti nel 1994 Silvio il Tracimante arriva di corsa a palazzo Chigi sulla scorta di un rassemblement che unisce ciò che la natura politica divide: gli ex missini che gentilmente Umberto Bossi definisce «la porcilaia fascista» e appunto i leghisti. Dura sei mesi: poi tutto si sfascia. Segue la Casa delle libertà, e successivamente il Pdl: si è visto com’è finita. Non che sul fronte opposto la spinta coalizionale produca effetti migliori. Piuttosto congiura per la proliferazione di sigle e partitini ( nella prima stagione del Mattarellum si arriveranno a contare 40 partiti, anche se non tutti riferibili al centrosinistra) e rimane storica nella sua esemplarità la foto di gruppo dei leader del centrosinistra ( una marea di quasi 20 persone) alle consultazioni al Quirinale contrapposta ai magnifici 4 del centrodestra. Non procede meglio con gli accordi solo elettorali. Domandare a Veltroni spiegazioni su come andò nel 2008 con il Pd che volle tarato sul «principale esponente dello schieramento a noi avverso» e si presentò alle urne forte di un patto con l’Italia dei Valori affinché subito dopo si facessero gruppi parlamentari comuni. Sia alla Camera che al Senato li stanno ancora cercando. Evidentemente i processi fusionali producono eccessi di succhi gastrici che poi vanno in circolo, occupano il cervello, si trasformano in tossine e… addio, ognuno per la sua strada. In fondo è ciò che è accaduto al Pd ed è cronaca delle ultime settimane. L’idea veltroniana di riunificare sotto uno stesso tetto tutti i riformisti di impronta comunista, socialista e cattolica per fronteggiare l’avanzata del centrodestra berlusconian- bossiano aveva una sua forza. L’aver sfidato il teorema che vuole le fusioni politiche destinate all’insuccesso ha prodotto un esito negativo del tutto simile agli episodi precedenti. Così il Pd che nasce ufficialmente anch’esso nel 2007, dopo alterne e – a parte qualche tappa vittoriosa – non entusiasmanti prove definitivamente si spezza oggi, nella mesta Direzione che deve stabilire le regole di un congresso dove faranno più notizia gli assenti che i presenti. E’ vero che fin dall’inizio il Pd manifestò crepe piuttosto vistose e, dai suoi stessi fondatori in primis, straordinariamente sottovalutate. Vero anche che l’arrivo alla leadership di Matteo Renzi ha prodotto lo scossone finale nell’impegno mai venuto meno di inclinare a bastonate un piano già di per sè fortemente obliquo. Vero pure, infine, che le minoranze, se si esclude un mantra antirenziano giorno dopo giorno più incomprensibile, poco o nulla hanno saputo inventarsi per contrastare una deriva di diuturna lacerazione.

Ma al dunque: se scindersi è un dramma e fondersi è tanto velleitario quanto inane, che bisogna fare? Forse la lezione della storia, per quanto amara, va accettata. Va accettato che nel Paese dei mille campanili e delle liste elettorali intitolate alle mille padelle ( copyright di Giuliano Amato), l’idea di mettere insieme culture che per decenni si sono contrapposte, come quelle ex Dc ed ex Pci; o immaginare di stabilire alleanze con compiti di governo tra i sovranisti alla Salvini e i Popolari europei alla Berlusconi e Tajani, non è sbagliato: è semplicemente impossibile. Sempre la storia politica dello Stivale ci racconta che le uniche coalizioni che hanno funzionato, seppur tra infinite polemiche e divaricazioni, sono state quelle tra Moro e Nenni e De Mita e Craxi: quel pentapartito così dileggiato e negletto dove tuttavia, seppur in modi non sempre positivi, la spinta del riformismo socialista e la capacità di medizione democristiana hanno avuto modo di dispiegarsi. Fuori da quello schema – e per tanti può anche essere amaro ammetterlo – l’ossigeno dei consensi scarseggia. E il pericolo diventa che al dunque si faccia strada un’altra ricorrente tentazione del ceto politico: tenere i piedi in due staffe. Soprattuto se quella dove si poggia tracolla. Oppure dar retta alla pancia ( o turandosi il naso, a scelta) e votare Cinquestelle. Sicuri che peggio di così non potrà andare. O no?

 

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