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Avetrana e il giornalismo feroce che travolge anche le vittime

L'omicidio di Sarah Scazzi ha segnato un ulteriore passagio del processo mediatico: la messa in scena di un dolore dove l’apparire in televisione e sui giornali è più importante dello stesso dolore
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La prima sezione penale della Cassazione ha confermato la sentenza d’Appello: la condanna all’ergastolo per Sabrina Misseri e per la madre Cosima Serrano, ritenute colpevoli di aver ucciso nel 2010 Sarah Scazzi, rispettivamente cugina e nipote delle due donne. La Cassazione ha anche confermato la condanna ad otto anni di reclusione per Michele Misseri, ritenuto colpevole per soppressione di cadavere. “Zio Michele” continua invece a dichiararsi colpevole: «Due innocenti sono in prigione». Ma il caso di Avetrana, oltre ad essere un intricato caso giudiziario, è anche la storia di un processo mediatico in cui il giornalismo ha scritto una brutta pagina di indifferenza davanti al dolore.

Questa volta non vale la pena partire né dall’inizio di questa brutta storia, né dalla fine: la conferma della condanna all’ergastolo per Sabrina Misseri e per la madre Cosima Serrano da parte della prima sezione penale della Cassazione, per avere ucciso nel 2010 Sarah Scazzi, rispettivamente la cugina e la nipote delle due donne.

Partiamo da circa metà della storia, quando il cadavere della quindicenne viene ritrovato in un campo di Avetrana, un paesino pugliese in provincia di Taranto. Sarah è sparita da più di un mese, un pomeriggio assolato e deserto di agosto. Doveva andare al mare, è stata invece uccisa.

Ma per tutto quel tempo gli investigatori, la famiglia, il paese l’hanno cercata. Fino all’ 8 ottobre, quando Michele Misseri, lo zio di Sarah e il padre della cugina Sabrina, non confessa di averla uccisa e porta gli inquirenti dove si trova il cadavere. Quel giorno accade qualcosa di unico, di nuovo, di terribile. La madre della ragazzina, Concetta Serrano, sorella della madre di Sabrina, è collegata in diretta con Chi l’ha visto? . E lì perché chiede di sapere dove è finita la figlia, spera ancora che qualcuno le possa fornire delle notizie utili, spera che la figlia sia viva. Spera e basta. Ma la sua speranza, la speranza di una madre, sta per infrangersi in diretta tv. Federica Sciarelli, che legge sulle agenzie la notizia del ritrovamento del cadavere di Sarah, invece di spegnere il collegamento, fa una cosa di indubbio gusto: dice alla madre che la figlia è morta, glielo dice davanti a migliaia di spettatori. Glielo dice con la telecamera puntata in faccia, per scrutare il suo dolore. Chi si ricorda l’episodio, forse ricorderà anche l’espressione di quel volto, di quel dolore, il dolore di una madre che ha appena perso la figlia quindicenne. È un volto pietrificato, un volto che da umano diventa roccia, diventa un muro contro cui va a sbattere l’informazione, l’etica, l’umanità. Più volte parlando di televisione si è usata l’espressione “morte in diretta”, titolo anche del bellissimo film del francese Bertrand Tavernier. Nel caso della madre di Sarah, accade qualcosa di più, qualcosa di diverso: è la notizia della morte in diretta. È un passaggio ulteriore del processo mediatico in cui non solo la sentenza viene elaborata negli studi televisivi, ma in cui la notizia – anche quando è così drammatica come la morte di un caro viene comunicata davanti alle luci di una telecamera.

Fin da subito, anche per il ruolo avuto dai diretti protagonisti, il caso di Avetrana diventa un evento mediatico. Il piccolo paesino pugliese viene invaso dalle telecamere e dopo il ritrovamento del cadavere di Sarah si organizzano le gite per andare a vedere i luoghi in cui è avvenuto l’omicidio.

Secondo il pm le cose sarebbero andate così. Sarah quel giorno doveva andare al mare con Sabrina e un’altra amica, arrivata a casa della cugina avrebbe litigato con lei a causa di un ragazzo, Ivano Russo, con cui Sabrina, allora ventiduenne, aveva avuto una storia. La vittima sarebbe andata via arrabbiata, ma sarebbe stata poi raggiunta in macchina dalla cugina e dalla zia Cosima che l’avrebbero riportata nella loro casa e poi uccisa. Non avrebbe dovuto dire cose scabrose, che riguardavano la famiglia Misseri.

È a questo punto che entra in scena, non solo nella ricostruzione del pm, lo zio Michele, marito di Cosima, che si preoccupa di occultare il cadavere con l’aiuto del fratello Carmine e di un nipote, morto qualche anno fa. Quello che poi nell’immaginario è diventato lo “zio Michele”, prima si autoaccusa di aver ucciso Sarah, poi parla di concorso con la figlia Sabrina, poi accusa solo lei, poi ed anche la versione attuale dice di essere lui l’unico assassino. L’altro ieri, davanti alla probabilità che la Cassazione confermasse la condanna per la moglie e la figlia all’ergastolo e per lui a 8 anni per occultamento di cadavere, ha detto: «Io per me sono tranquillo. Ma ci sono due innocenti in galera». Anche il difensore di Sabrina, l’avvocato Franco Coppi, sostiene la colpevolezza di zio Michele.

Ciò che è certo, in questa brutta storia, è il quadro terrificante che viene fuori della famiglia Misseri e di una provincia italiana che stimolata dai riflettori ha dato il peggio di sé. Anche questo è il processo mediatico: la messa in scena di una collettività dove l’apparire in televisione e sui giornali è più importante del dolore. Ma il dolore resta. Resta per un ragazzina che non c’è più e per una madre che non ha potuto urlare la sua disperazione gelata da quelle luci televisive, che spesso più che rivelare nascondono la verità giudiziaria, ma ancora prima la nostra umanità.

 

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