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I diritti prima del mercato, il dialogo contro l’odio

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Occorre un cambio di marcia dell’avvocatura: noi ci siamo impegnati per affermare il ruolo sociale dell’avvocato come interprete di una società fondata sui diritti prima che sul mercato. Ora il paese ha bisogno dell’impegno politico diretto degli avvocati, che devono essere le sentinelle dell’interesse pubblico: sentinelle libere e indipendenti da ogni interesse particolare, e che sappiano affermare le virtù e denunciare i vizi della società.

Nessuno oggi svolge questo ruolo: perché non ci sono voci davvero libere, esistono soprattutto voci di parte. Solo noi siamo autonomi e non dipendiamo da nessuno. Il nostro compito politico è chiarissimo: dire la verità.

Guardiamo a come stanno andando le cose in Italia. Aumenta la povertà che sta prendendo anche il ceto medio. Nel ceto medio si nascondano grandi sacche di povertà. Aumentano i fallimenti e dal nostro osservatorio non vediamo una ripresa economica. Aumenta la disoccupazione, si è ridotta persino l’aspettativa di vita. Ora dobbiamo chiederci se noi dobbiamo assumerci o no la responsabilità di avere e dichiarare una nostra idea di come governare lo stato. Questo intendo per impegno politico. Oggi il metodo che viene usato dalla politica che abbiamo fin qui conosciuto è il metodo del rifiuto del dialogo. Fateci caso: ogni volta che si prova a parlare di lavoro comune, poi c’è qualcuno che liquida tutto con il termine negativo di inciucio.

Prevale il linguaggio dell’odio. E non è una questione solo culturale. È direttamente politica: coltivare lo scontro serve a eliminare il dialogo e i contenuti. Il linguaggio dell’odio ha riflessi politici rilevanti, perché permette di governare gli Stati con gli slogan, invece che coi programmi; e questi slogan sono tanto più vincenti quanto più sono più violenti.

Ci sono anche linguaggi di odio raffinati: quando uno per esempio afferma di essere meglio di un altro. Quando si ritiene che gli altri siano comunque meno capaci. Questo linguaggio è sottile e trova ospitalità nei media. Questo è pericoloso perché porta al pregiudizio e alla eliminazione del dialogo.

Del resto, anche i media nazionali coltivano lo scontro e la dialettica violenta. In TV si litiga in modo feroce e si viola abitualmente la privacy e i diritti delle persone. La spettacolarizzazione del processo in TV è la norma. Con il caso Raggi abbiamo toccato la vetta: siamo arrivati all’interrogatorio parallelo. Mentre lei veniva interrogata dai magistarti in Procura, contemporaneamante in TV si ricostruiva in tempo reale l’interrogatorio e le domande e le risposte e le accuse. Vi ricordate quando nelle competizioni di sci fu inventato il “parallelo”? Due sciatori scendevano insieme e si sfidavano fianco a fianco? Perchè si fece? Per rendere più spettacolare la competizione. Ma lo sport è giusto che sia spettacolare, la giustizia no. Io fui orgoglioso, da italiano, quando Thoeni sconfisse Stenmark. Non sono affatto orgoglioso oggi, da italiano, dell’interrogatorio parallelo della Raggi.

Amici avvocati, non andate in televisione per elemosinare qualche spicciolo di notorietà. Troppa televisione è pericolosa alla salute e si rischia di parlare da soli, ci si convince di avere la verità in tasca, si raggiungono punte maniacali di autoreferenzialità.

Pensate se io andassi in TV ( come è successo, a tesi invertite, a qualche magistrato, ndr) a dire che ogni sentenza di condanna è errore giudiziario, è la prova di un cortocircuito del sistema giustizia, perché tutti sono innocenti, perché non esistono colpevoli, o andassi a dire che i Pm sono inutili e vanno eliminati nel processo, perché danneggiano gli imputati, o altre cose di questo genere…

Non è questo il compito di noi avvocati. Il nostro compito è quello di affermare il primato del diritto e di immaginare una società dei diritti e una democrazia solidale, che comprenda tutti, che non lasci indietro nessuno. Dobbiamo capire quale è il soggetto predominante: il diritto o il mercato? Io credo che il mercato non va demonizzato e deve essere fonte di ricchezza. Ma non va inteso come cultura unica a cui tutto deve adeguarsi. Il mercato va governato, non bisogna farsi governare da lui. Il mercato non ha monitorato la crisi sociale, perché non poteva. Il mercato si basa sulla concorrenza al ribasso e crea uno strumento di governo della società che è la guerra tra poveri, che significa eliminare qualsiasi forma di solidarietà, e smantellare qualunque struttura sociale.

La concorrenza al ribasso ha favorito i consumatori o le banche e le assicurazioni? Il mantra che il mercato si regola da solo è un mantra menzognero. Al mercato vanno date regole e la nostra idea di Stato è l’idea di uno Stato regolato da norme e diritti. Altrimenti tutto sarà governato dalla paura e dalla rassegnazione. La paura e la rassegnazione oggi sono i grandi signori che dettano il governo degli Stati. I popoli non devono avere paura ed essere rassegnati, come succede oggi in Italia. Noi avvocati possiamo essere il partito dell’altro sentiero, quello dell’illuminismo, dell’umanesimo, della fiducia, dell’ottimismo e dei diritti, che ci può far ritrovare la fiducia nel futuro.

Il nostro metodo deve essere il dialogo. Dialogo, confronto e ascolto sono l’unico modo per governare la modernità.

Dialogo e non pregiudizi e teoremi. La spesa non può essere concepita come uno spreco: esistono spese che non possono essere eliminate, tutte le volte in cui danno diritti ai meno abbienti. Non sono sprechi: sono un investimento in democrazia.

Dobbiamo metterci in gioco e non aver paura di dire che facciamo politica. Non possiamo permettere a nessuno di giocare a dadi truccati con il futuro della nostra democrazia.

Stringiamoci nella toga che indossiamo e uniamoci nel nostro viaggio nel sentiero dei diritti e del dialogo

 

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