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Barcellona, il crepuscolo degli dei

L'epica disfatta di Parigi (4-0 dal Psg di Cavani e Verratti) non è solo la fine di un ciclo, ma di una concezione del calcio. E del mondo.
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La tentazione di allestire la camera ardente al Barcellona è davvero irresistibile. E dopo il 4-0 rimediato a Parigi le corone di commiato al caro estinto sono già arrivate dal giornalismo di mezzo mondo. Il fatto è che  il declino dei potenti, dei numeri uno, degli imbattibili del calcio mondiale è un evento troppo ricco di suggestioni per non cadere nella trappola.

Insomma, il Barça è alla frutta, alla fine del suo ciclo. Corre spedito verso il baratro dove ad attenderlo c’è il capitano Kurz – il Marlon Brando di Apocalipse now – che gli spiattellerà in faccia l’insensatezza della vittoria e la bellezza della sconfitta. E noi siamo già tutti pronti a pregustare l’immagine di Messì, il piccolo genio argentino, che il giorno della grande sconfitta, quando avrà capito che il Barça non c’e più, si ritroverà solo in mezzo al campo con le braccia penzoloni, la maglia sbrindellata, gli occhi che fissano il vuoto. E intorno a lui il silenzio raggelante dello stadio che si svuota lentamente. Sarà una finale grandioso quello del Barça. Grandioso almeno quanto grandiosi sono stati i suoi successi.

Anche perché, quella del Barcellona, non è solo la fine di una grande squadra ma è la fine di un modello, di una filosofia di gioco e di vita. Ed è la fine, almeno per ora, della “cantera”: il pollaio blaugrana dove trasformano i ragazzini in campioni. Dove i nuovi doktor Mengele selezionano i più bravi per poi forgiarli con allenamenti prussiani. E la forza del Barcellona è proprio quella di occuparsi dei suoi campioni dalla culla al funerale, è il socialismo reale applicato al calcio – stipendi a parte, s’intende. E gli allenatori che si susseguono sono i commissari del popolo che vigilano, reprimono e indicano la via. Che sia Guardiola o Luis Enrique, la sua controfigura di serie b, poco importa. Il Barça ha sempre tenuto in piedi il barocchismo superfluo ed esasperante del “tiki-taka” (che quando giunse a Roma con Luis Enrique divenne “er ticchi-ticchi”) con l’utilitarismo della valanga di gol. Il suo gioco era un impasto strampalato ma vincente tra il barocco e la bauhaus. E’ come se un architetto decidesse di prendere di peso la cupola a spirale di sant’Ivo alla Sapienza per piazzarla sul tetto delle Officine Fagus, l’inno al razionalismo di Walter Gropius. Un’operazione da pazzi solo a pensarci. Eppure a Barcellona l’innesti era miracolosamente riuscito. Perché il Barça era il talento funambolico e imprevedibile di Messi, certo, ma anche la geometria rigorosa di Xavi e Iniesta. Erano quei due che costruivano la tela con una serie asfissiante di passaggi millimetrici. Erano i due allenatori in campo, Xavi e Iniesta. I metronomi che dettavano il tempo a tutta l’orchestra. L’allenatore era solo un’appendice, uno degli ingranaggi. I ragazzi potevano tranquillamente giocare da soli. Era un concerto per piano e orchestra. Un concerto nel senso più stretto e contraddittorio del termine. La sinfonia del centrocampo di Xavi e Iniesta contro l’assolo di Messì. Insomma, il Barça si teneva in piedi grazie all’amore e all’odio dei suoi giocatori. Amore e odio: due motori potentissimi. Ma ora Xavi non c’è più e Iniesta e Messi sono due orfanelli un po’ attempati.

E ora? Senza Barcellona come si farà? È come riassistere al crollo dell’Unione Sovietica. E senza più il nemico da battere anche l’altra parte del muro si sgretola, perde riferimenti, s’incasina. Il nemico è indispensabile, vitale, necessario in tutte le società moderne. Altrimenti regna il caos. Le vecchie e rassicuranti categorie saltano e ti ritrovi un Grillo qualsiasi al Governo.

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