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Quando Minniti stroncava Minniti…

Nel 2008 l'attuale capo del Viminale disse peste e corna del ddl Maroni, un provvedimento praticamente uguale al suo decreto sicurezza
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Un decreto “sicurezza” déjà vu, a forte rischio incostituzionalità. E’ questo il rischio che corre il nuovo decreto sicurezza firmato la scorsa settimana dal ministro dell’Interno Marco Minniti, in molte parti sovrapponibile anche nelle virgole, a parte i commenti a margine, con l’analogo provvedimento targato Roberto Maroni. Era, infatti, la primavera del 2008 e Silvio Berlusconi, vinte le elezioni, aveva dato il via al suo IV Governo. Il 21 maggio si tenne a Napoli il primo Consiglio dei Ministri. Al termine, il ministro dell’Interno Maroni annunciò che il Governo aveva approvato un “Pacchetto Sicurezza”: un decreto legge, due disegni di legge, tre decreti legislativi. In particolare, il decreto legge 23 maggio 2008, n. 92, convertito poi con legge 24 luglio 2008, n. 125, contenete «misure urgenti in materia di sicurezza pubblica».

Secondo Maroni, queste norme avrebbero consentito «un contrasto più efficace dell’immigrazione clandestina e una maggiore prevenzione della microcriminalità diffusa, attraverso il coinvolgimento dei sindaci nel controllo del territorio». Per Maroni «la sicurezza urbana è un bene pubblico: ecco la grande rivoluzione introdotta dal decreto che concede più poteri ai sindaci». Nelle intenzioni dell’allora titolare del Viminale, le competenze dei sindaci sarebbero aumentate con possibilità di intervento, mediante ordinanze, per contrastare il fenomeno dalla prostituzione, dell’occupazione abusiva, dello spaccio, del danneggiamento. Oltre al tema della sicurezza urbana, il Pacchetto Sicurezza prevedeva norme per il riconoscimento dello status di rifugiato, con misure per perseguire chi avesse approfittato delle protezioni, pur non avendone i requisiti, prevedendo un’accelerazione delle procedure per le espulsioni. Marco Minniti, in quei giorni ministro “ombra” dell’Interno, commentando a caldo il provvedimento di Maroni disse che «sull’immigrazione il governo continua a percorrere una strada confusa, contraddittoria, di cui davvero non si riesce a comprendere l’obiettivo.

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Il Partito democratico si riserva di valutare nel merito le singole proposte, ma di certo la cosa che più sconcerta è che mentre si discute in maniera confusa di provvedimenti inefficaci e controproducenti, nel Sud del nostro Paese c’è un attacco aperto alla sovranità dello Stato e si continua a sparare e morire. Sarebbe utile che la si smettesse con proclami ed annun- ci e ci si occupasse – concluse – della sicurezza degli italiani qui ed ora». Nove anni più tardi, il presidente del Consiglio è Paolo Gentiloni e il ministro dell’Interno, vero e non più ombra, Marco Minniti. Il 10 febbraio scorso, questa volta a Palazzo Chigi e non a Napoli, il Governo decide di approvare un decreto legge in «materia d’immigrazione e sicurezza urbana» dove si valorizza e rafforza il ruolo dei sindaci, rafforzandone il potere d’ordinanza, “con nuove modalità di prevenzione e di contrasto all’insorgere di fenomeni di illegalità qua- li, ad esempio, lo spaccio di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione, il commercio abusivo e l’illecita occupazione di aree pubbliche che possono influenzare negativamente la sicurezza urbana».

Inoltre, si introducono misure volte «ad accelerare le operazioni di identificazione dei cittadini di Paesi non appartenenti all’Unione europea e per il contrasto dell’immigrazione illegale, finalizzate a garantire l’effettività dei provvedimenti di espulsione e il potenziamento della rete dei centri di identificazione ed espulsione». Per Minniti «in Italia abbiamo un modello di sicurezza che funziona e non c’è alcuna emergenza sicurezza, ma era importante stabilire che in un modello di sicurezza nazionale occorre guardare meglio anche alla sicurezza del territorio con politiche più attente di sicurezza da Bolzano ad Agrigento. Per fare questo occorrono più contatti e più coinvolgimento da parte dei sindaci». E, riguardo ai rimpatri, «non c’è politica di accoglienza vera se non c’è una politica di rimpatri perché chi non ha avuto risposta positiva alla propria domanda deve essere rimpatriato nel paese di provenienza». Tornando al Pacchetto Sicurezza Maroni, con sentenza n. 115/ 2011, la Corte costituzionale dichiarò la sua incostituzionalità, in quanto violava gli articoli 3, 23 e 97 della Carta riguardanti il principio di eguaglianza dei cittadini, la riserva di legge, il principio di legalità. In particolar modo le ordinanze dei sindaci, che incidono «sulla sfera generale di libertà dei singoli e delle comunità amministrate» ponevano prescrizioni di comportamento e divieti in assenza di una valida base legislativa, andando oltre la normale discrezionalità amministrativa. Farà la stessa fine il Pacchetto Sicurezza Minniti?

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