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“Ma quale arte e arte… noi fumettisti vogliamo restare bambini”

Intervista a Leo Ortolani, inventore del celebre "Rat-man": "Graphic novel è una definizione pomposa, chiamiamolo semplicemente fumetto"
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«I lettori di fumetti sono strani. Confondono la realtà con la fantasia. Per questo, si salvano dalla vita». Definizione romantica e calzante che s’incunea, senza uscir di tono, tra le innumerevoli gag e l’umorismo strabordante di The Walking Rat (Panini Comics), a firma Leo Ortolani, volume che raccoglie la saga zombie di Rat-Man, evidente parodia di The Walking Dead (fumetto ideato e scritto da Robert Kirkman a partire dal 2003 e divenuto sette anni dopo anche serie televisiva di grande successo, giunta ora alla settima stagione). Cambio di scenario, per il celebre ratto creato da Ortolani nel lontano 1989, impegnato questa volta a cercare di costruire un ponte tra umani e zombie: vien da pensare al noto aforisma di Tiziano Sclavi, secondo cui “tra morti viventi e vivi morenti non c’è più alcuna differenza”.   

 

Qual è, a suo avviso, il segreto del successo del serial The Walking Dead e cosa l’ha colpita tanto da farne oggetto di un suo lavoro?

Il segreto di The Walking Dead è l’assoluta (o quasi) imprevedibilità riguardo alla sorte dei personaggi. Quando sfogli il fumetto e giri pagina, può succedere di tutto. La serie di telefilm segue abbastanza questa linea, ma il fumetto è straordinario. Per questo mi sono “innamorato” prima del fumetto e poi della serie, sono entrambi ben scritti e la messa in scena è (in)credibile. Ciò mi ha spinto a dire, come faccio spesso quando parto con una parodia: “Voglio farlo anch’io!”.

 

In The Walking Rat, riallacciandosi a suggestioni presenti nella serie televisiva, affiorano temi come il tentativo di ricostruzione sociale e le divisioni create dal pregiudizio…

Il pregiudizio è ovviamente quello dei vivi verso i morti e viceversa. Possiamo anche leggerlo, se vogliamo, come una sorta di riflessione sulle tensioni tra popolazioni di culture diverse. Si vede subito ciò che li divide (lui è vivo, l’altro è morto), ma mai quello che li unisce (l’ora di pranzo). Solo superando queste diffidenze c’è dialogo. Forse.

 

In quarta di copertina si legge: «c’è umorismo, dopo la morte?». Io le chiedo: c’è umorismo – e autoironia, molto presente nelle sue storie – durante la vita, all’interno di una società frenetica e compulsiva come quella odierna, tendenzialmente incline a prendersi troppo sul serio?

C’è sempre spazio per una risata. Sempre. E i vent’anni di successo di Rat-Man lo dimostrano.

 

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Da La lunga notte dell’investigatore Merlo a Star Rats, da Il signore dei ratti ad Avarat, da 299+1 al recente Il buio in sala – solo per citare alcuni titoli –, lei si è spesso ispirato al mondo del cinema. Fumetto e cinema hanno da sempre mantenuto legami molto saldi: in che modo ritiene che oggi questi due ambiti espressivi possano arricchirsi vicendevolmente?

Il cinema si sta sicuramente arricchendo sfruttando le meravigliose storie a fumetti, stuprandole e portandole sullo schermo, più o meno riconoscibili, mentre il fumetto può attingere dalla storia dal cinema inquadrature, tempi e costruzione e riutilizzarli per creare qualcosa di bello.

 

In The Walking Rat, durante uno scambio di battute fra Brick e Rambola – parodie, rispettivamente, di Rick Grimes e di Michonne –, si ripresenta l’antinomia fumetto/graphic novel. Gipi ha in particolare antipatia il termine graphic novel… Lei cosa pensa al riguardo? Ritiene che finalmente il fumetto stia acquistando una sua più che meritata dignità critica?

No, il fumetto deve fare ancora molta strada per essere considerato al pari di altre forme d’arte. E alla fine, c’è da sperare che ciò non accada, che i fumettisti siano sempre considerati dei bambini che si divertono, perché divertendosi, questi bambini hanno realizzato storie meravigliose. Stando pure alla larga da etichette pompose come questa di graphic novel, inventata da Will Eisner (non la forma della narrazione, ma la definizione) per avere la possibilità di proporre un fumetto a chi gli avrebbe buttato giù il telefono se avesse sentito quella parola: “fumetto”. Così Eisner disse: “E’ una graphic novel” e il suo interlocutore rispose “Interessante, passa domani che ne parliamo!”. La graphic novel, tuttavia, è una storia a fumetti; con tematiche magari più complesse rispetto a un fumetto indirizzato a un pubblico più giovane, ma è pur sempre un fumetto. Io dico che la differenza tra un fumetto normale e una graphic novel sta nel fatto che la seconda ha la copertina rigida.

 

La prima serie di Rat-Man è autoprodotta. Come reputa oggi le nuove realtà del fumetto autoprodotto o che comunque seguono canali di produzione e diffusione alternativi a quelli delle grandi case editrici?

Penso che facciano bene, anche se poi è sempre il pubblico a decidere se il fumetto proposto può continuare il proprio cammino, magari in forme più “ufficiali”, rispetto a una pubblicazione digitale o una striscia su un blog.

 

Il suo stile tradisce l’influenza di grandi maestri, Jack Kirby in primis. Quali sono gli artisti che l’hanno maggiormente influenzata nel suo percorso e che ancor oggi apprezza?

Ce ne sono tantissimi. Maturando (spero) io stesso, ho iniziato a guardare meglio i vari disegnatori, a considerare il loro stile, a prendere esempio da cose che prima non sapevo apprezzare. Ci sono tratti che amo di più, come quelli di Giorgio Cavazzano, di Takehiko Inoue o di Goran Parlov, anche se in fondo credo che ogni fumettista abbia qualcosa da insegnarti.

 

Ci può parlare dei suoi progetti futuri?

Posso dirvi che sono già tanti. Troppi. Rat-Man stesso non se ne andrà tanto presto. E io che speravo di riposarmi…

 

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