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Caso di Vasto la legge sull’omicidio stradale e la gogna pubblica

LA CATENA DELL’ODIO
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Omicidio premeditato. Era prevedibile e ci siamo arrivati. Italo passa con il rosso e uccide Roberta, cinque mesi dopo Fabio marito di Roberta lo cerca lo trova e lo ammazza. Ecco come una morte casuale e non voluta, ma conseguenza di un incidente d’auto, è diventata la miccia che ha prodotto la catena di violenze e carcere. La risposta data dal Parlamento con una legge sull’omicidio stradale ha avuto effetti solo negativi. La conseguenza forse più grave è di tipo culturale. Vasto: ormai chi fa un incidente è trattato come un mafioso

Omicidio premeditato. Era prevedibile e ci siamo arrivati. Italo passa con il rosso e uccide Roberta, cinque mesi dopo, Fabio marito di Roberta lo cerca lo trova e lo ammazza. Non sopportava di vederlo libero, lo voleva in galera. Se non in galera, allora meglio morto. E così in galera ci è finito lui, Fabio, quello che voleva vendicare la morte della moglie. Ecco come una morte casuale e non voluta, ma conseguenza di un incidente d’auto, è diventata la miccia che ha prodotto la catena di violenze e carcere, quasi una faida tra famiglie.

Se negli Stati Uniti uno dice all’amico “guidi come un italiano”, non intende fare un complimento. Il problema culturale della sicurezza quando ci si mette al volante, soprattutto tra i giovani, nel nostro paese c’è. E c’è anche quello dell’eccessivo numero di incidenti stradali, spesso determinati da persone che guidano dopo aver assunto alcol o sostanze psicotrope. Ma la risposta data un anno fa dal Parlamento con una legge speciale sull’omicidio stradale ha avuto effetti solo negativi.

Il primo è che neppure la paura del carcere ha prodotto una diminuzione degli incidenti mortali. Il secondo è che sono invece caduti nella tenaglia del diritto penale molti automobilisti coinvolti in incidenti “minori”.

Ma la conseguenza forse più grave è di tipo culturale. In un momento reso già difficile da un clima di “dagli all’untore” nei confronti di chiunque ( sia esso un politico piuttosto che un medico o un avvocato) non sia dotato di bacchetta magica per risolvere all’istante qualunque problema, ci mancava solo l’istigazione alla violenza contro i responsabili degli incidenti stradali.

Fabio è devastato da un grande dolore. Ha perso improvvisamente la giovane moglie e nutre odio nei confronti di chi gliel’ha tolta. L’odio è un sentimento che nulla ha a che fare con miserie umane quali l’invidia o lo sprezzo. E’ un sentimento di tutto rispetto. Ma non è detto che sia stato solo questo sentimento a trasformare Fabio da vittima in carnefice. Sono passati sette mesi da quando ci fu il famoso incidente, nel quale Italo passò con il rosso, travolse Roberta con il suo motorino e la uccise. Ma, spiegano oggi i magistrati, l’automobilista si fermò, prestò soccorso e chiamò subito l’ambulanza. Così non fu arrestato, ma indagato a piede libero. Il 21 febbraio era prevista l’udienza davanti al giudice dell’udienza preliminare. Sono tanti mesi di attesa? Per chi chiede giustizia, sicuramente sì. Per i tempi ordinari delle inchieste sono anche pochi.

E la giustizia con i suoi tempi nel frattempo aveva lasciato sul campo non solo il corpo inanime di Roberta, ma anche Italo sconvolto per aver ucciso e Fabio con il suo odio e voglia di vendetta. Con tutto il contorno di pubblica esecrazione, fiaccolate e giustizialisti sempre pronti a soffiare sul fuoco. Non era mai accaduto, prima della campagna di stampa e la conseguente approvazione della legge, che l’” omicidio colposo” ( quindi non voluto) fosse trattato, sul piano sociale e culturale, al pari quasi del delitto mafioso. Disperato e frastornato, Fabio era arrivato all’esasperazione perché non sopportava di vedere Italo libero. Voleva le manette.

Questa voglia di galera la respiriamo ogni giorno, come non mai. Sappiamo tutti che il carcere serve a poco, anzi peggiora le persone. Pure sembra diventata l’unica sanzione, nella mente dei più. La pena non interessa, men che meno le assoluzioni. L’aula del tribunale viene trasformata – come nel processo per la strage del treno – in un grande sacrario con le magliette che rappresentano i morti, stese sulle sedie a rimproverare, a istigare, a colpevolizzare: guai se non condannate. E poi, l’applauso per la sentenza “giusta”. E poi la speranza che i condannati vengano licenziati da qualunque posto di lavoro, emarginati e sbattuti in galera. E’ qualcosa di più dell’odio e del desiderio di vendetta quello cui stiamo assistendo. E’ voglia di distruggere. Un desiderio che il povero Fabio ha manifestato trasformandosi in assassino e finendo in quella galera dove Italo non andrà più.

 

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