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Clamoroso al Senato: torna il ddl penale

La riforma del processo in aula a metà febbraio. Le opposizioni "E' una trappola di Renzi". Ma Orlando smonta le dietrologie
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Non ci crede: Loredana de Petris, senatrice di Sinistra italiana, si stropiccia gli occhi e diffida del nuovo calendario di Palazzo Madama che, udite udite, prevede il ritorno in aula dell’ormai leggendaria riforma penale. «Vedete, è la prova che cercano l’incidente: e mica un governo può andarsene a casa senza un appiglio… serve un pretesto per staccare la spina, e mettere in calendario una legge così divisiva è un espediente perfetto». È così incredibile che il Senato decida di riprendere la discussione sul ddl che contiene prescrizione e intercettazioni, da costringere i senatori stessi a terribili dietrologie. Invece è tutto vero, la capigruppo si è dunque risolta e ha riportato in vita un provvedimento tra i più tormentati della legislatura: seppur dopo il decreto salva banche e il ddl di conversione del milleproroghe, la riforma del processo penale ricompare nell’agenda del presidente Pietro Grasso. Considerato che la legge sugli istituti di credito è calendarizzata per il 7 febbraio, il ddl voluto dal ministro della Giustizia Andrea Orlando dovrebbe entrare in scena verso la settimana successiva, probabilmente il giorno di San Valentino.

Naturalmente al guardasigilli non passa neppure per l’anticamera del cervello che dietro il via libera del capo- gruppo dem al Senato Luigi Zanda possa nascondersi la mano perfida di Matteo Renzi e l’ansia di far saltare la legislatura. Anzi, nel question time alla Camera Orlando ricorda che approvare il ddl penale «è prioritario» e, soprattutto, che «ho avuto anche ragioni di discussione nel precedente governo per la priorità da assegnargli». Cioè, con la consueta misura nei toni chiarisce che lui con Renzi ci ha litigato, per far passare la legge. Dopodiché, sempre in risposta alle interrogazioni dei deputati, in allarme per il rischio prescrizione del processo sulla strage di Viareggio, il ministro della Giustizia chiarisce un principio elementare: «Qualunque intervento non avrà valore sui processi in corso, per il criterio della non retroattività delle norme penali». Appunto. Non è che cambia qualcosa per vicende giudiziarie come quelle dell’Eternit o delle 32 vittime alla stazione di Viareggio. Ma certo se neppure stavolta la conferenza dei capigruppo si fosse decisa a fissare una data per la legge che tra l’altro allunga la prescrizione, sarebbe scoppiata una rivolta. Anche se la scelta di Palazzo Madama è in fondo la semplice conseguenza di quanto il nuovo premier Paolo Gentiloni aveva detto al suo insediamento: il via libera alla riforma penale è tra gli obiettivi prioritari.

Davigo all’agenzia Agi: «Serve una massiccia depenalizzazione»

Che poi i problemi possano davvero sorgere, in aula, è praticamente scontato. Così come è evidente che i rischi maggiori arriveranno proprio sulle norme relative alla prescrizione. Ma che quest’ultima non possa essere modificata in modo retroattivo lo ricorda anche il presidente dell’Anm Piercamillo Davigo, intervenuto ieri al forum “Viva l’Italia” dell’agenzia Agi. «Il regime dell’estinzione dei reati è un problema, ma anche se venisse cambiato domani, indietro non si tornerebbe». Il leader dell’Associazione magistrati parla a 360 gradi con il consueto tono insieme caustico e brillante. «Le pensioni di noi giudici? Non so se Orlando non vuole o non può, il punto è che i patti non sono stati rispettati». La giustizia in Italia «non funziona perché facciamo troppi processi, servirebbe una depenalizzazione massiccia a cui invece non si mette mano», dice. Ricorda che «i magistrati italiani sono quelli che lavorano di più, il doppio dei tedeschi e il quadruplo dei francesi». E non ha problemi a dichiarare che «per il nostro codice etico, i magistrati non dovrebbero fare mai politica: si getta un’ombra su ciò che si è fatto prima». A proposito del procuratore di Aosta Pasquale Longarini, finito agli arresti, ribadisce che «i nostri che rubano noi li mettiamo dentro». E chiude sulle accuse di «sentenza populista» rivolte dagli avvocati dopo la sentenza su Viareggio: «I magistrati non adottano provvedimenti populisti, emettono sentenze in nome del popolo italiano: le dichiarazioni rese un minuto dopo il dispositivo, e senza leggere le motivazioni, delegittimano gravemente la giurisdizione».

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