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Stumpo: «Renzi non vuole il congresso perché ha paura di perderlo»

«Non sta nè in cielo nè in terra che si possa andare al voto nel 2017 con una piattaforma politica costruita nel 2012, quando c'era un'idea di partito a vocazione maggioritaria»
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«Se Renzi dovesse mantenere la barra dritta verso gli scogli sarà lui il responsabile del disastro». Nico Stumpo è tra gli esponenti della minoranza dem più attivi in questi giorni. Tra le minacce scissioniste di D’Alema e le accelerazioni elettorali di Renzi, l’ex responsabile dell’Organizzazione Pd sceglie di criticare duramente il segretario senza però strappare col suo partito. «Prima di dire che esistono quelli fuori dal Pd lasciateci fare la nostra battaglia interna», dice.

Nel fine settimana lei, insieme a Roberto Speranza, ha partecipato sia all’iniziativa di Renzi a Rimini che a quella di D’Alema a Roma. La minoranza dem si lascia aperte tutte le possibilità?

No, continuo a pensare che quelle due assemblee possano essere parte di uno stesso soggetto politico: il Pd.

Eppure D’Alema sembra pronto a lasciare il partito di Renzi. Secondo alcuni sondaggi un’aggregazione attorno al “leader Massimo” varrebbe tra il 10 e il 14 per cento…

Sondaggi a parte, io ho sentito le parole di D’Alema e mi sembra che pongano semplicemente un problema politico: prima delle elezioni bisogna fare un congresso perché sia contendibile la leadership. Queste sono le condizioni oggettive perché esista il Partito democratico. Non sta né in cielo né in terra che si possa andare al voto nel 2017 con una piattaforma politica costruita nel 2012, quando c’era un’idea di partito a vocazione maggioritaria, e con due leggi elettorali – alla Camera e al Senato – proporzionali. Per queste ragioni, bisogna aspettare le motivazioni della Corte e poi dar vita a una stagione di costruzione di una leadership per una nuova e bilanciata idea del Paese. Queste sono le condizioni perché viva il Pd

D’Alema, in realtà, ha anche detto: “organizzatevi e trovate fondi”

Ha detto che se non ci saranno le condizioni ognuno sarà libero, ma il tema che ha posto è la contendibilità del Partito democratico.

Altrimenti ognuno per la sua strada?

Se il Partito democratico si arrocca dentro le buie e fredde stanze di un palazzo, il Nazareno, pensando burocraticamente di conservare rendite di posizione vuol dire che stanno consegnando al suicidio un’esperienza importante.

Dunque, come dice Bersani, sulla scissione «non minaccio ma non garantisco»?

Se Renzi dovesse mantenere la barra dritta verso gli scogli sarà lui il responsabile del disastro, insieme al suo gruppo dirigente.

Voi, però, non sarete più su quella nave?

Il problema non è se si abbandona la nave, il problema è che la nave è sugli scogli. Ma prima di dire che esistono quelli fuori dal Pd lasciateci fare la nostra battaglia interna.

Lo capirete presto. Il 13 febbraio ci sarà la direzione del partito. Facciamo un’ipotesi, Renzi non cede alle pressioni interne: niente congresso anticipato, nessuna modifica alla legge elettorale e voto a giugno. Su cosa la minoranza non è disposta a trattare?

Se questo fosse un “pacchetto”, saremmo ben oltre il livello della follia. Non riesco a capire come si possa pensare di chiudere governi del proprio partito per due volte nella stessa legislatura, di andare ad elezioni con un sistema che prevede l’ 80 per cento di eletti nominati e di portare il Paese a verso un’avventura. Se così fosse, il rischio non sarebbe solo di portare il Pd fuori dal campo di gioco, ma ci troveremmo davanti ad avventurieri che stanno giocando sulla pelle degli italiani.

Nessuna trattativa, dunque. Neanche in cambio di posti sicuri in lista?

Se avessimo voluto trattare sui posti, probabilmente Speranza non si sarebbe dimesso da capogruppo. Lo abbiamo detto più volte: non apriamo trattative sui capilista. Anzi, siamo per eliminare i capilista bloccati. Bisogna pensare a una legge che abbia come binomio inscindibile il rapporto tra eletti/ elettori e governabilità.

A cosa pensa quando parla di governabilità?

A un premio minimo che stia dentro le norme costituzionali. Che vada alle coalizioni o ai singoli partiti si può discutere, l’importante è dare al Paese una legge decente e avere il tempo per fare le cose che servono. L’idea di votare subito per non assumerci la responsabilità della manovra che l’Europa potrebbe chiederci a ottobre mi preoccupa.

Meglio, dunque, arrivare al 2018 e nel frattempo organizzare il confronto interno al Pd. Ma per anticipare il congresso Renzi dovrà dimettersi da segretario?

Non bisogna chiedere le dimissioni di nessuno. Mi meraviglio che alcuni esponenti del partito qualche giorno fa abbiano dato una risposta degna di burocrati della Terza Internazionale e non di dirigenti del Pd. Le dimissioni sarebbero necessarie solo se si volesse andare al voto a giugno per permettere un congresso immediato. Noi invece stiamo dicendo che il congresso va fatto senza alcuna anticipazione. Va indetto sei mesi prima della scadenza, ovvero a maggio, e si può svolgere a ottobre.

Francesco Boccia ha annunciato un referendum tra gli iscritti per chiedere il congresso anticipato. Siamo arrivati ai referendum interni?

Il Pd è un partito in cui da anni si fanno riunioni ma non si discute, si convoca la direzione per usarla come una clava contro chi non è d’accordo e si confondono gli organismi con luoghi decisionali e non di elaborazione. Tutto il contrario di ciò che dovrebbe essere un partito collegiale.

Perché Renzi preferirebbe non fare subito il congresso?

Perché ha paura di perdere.

 

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