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D’Alimonte: «Chi ha votato No ci ha messo in un vicolo cieco»

Intervista al politologo Roberto D'Alimonte sugli scenari elettorali dopo la sentenza della Corte Costituzionale e il voto al referendum costituzionale
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«Alla Camera la maggioranza è molto difficile. Al Senato, invece, la situazione è leggermente migliore». Roberto D’Alimonte, politologo e direttore del dipartimento di Scienze Politiche dell’università Luiss “Guido Carli”, è considerato il padre dell’Italicum e analizza l’attuale sistema elettorale, all’esito della sentenza della Consulta.

Professore, la sentenza della Corte Costituzionale ha certificato l’instabilità del nostro sistema elettorale?

No, questa situazione di instabilità non è stata determinata dalla sentenza della Consulta, ma dall’esito del referendum. La Corte ha soltanto preso atto che, con il fallimento del referendum, non era possibile lasciare in piedi un sistema elettorale a due turni in una camera e un proporzionale a un turno nell’altra. Io sono critico nei confronti della Corte e lo sono stato anche in merito alla sentenza del 2014 sul Porcellum, ma oggi va detto che la situazione attuale non è stata determinata dalla Corte, ma dal voto degli italiani a dicembre.

La responsabilità è degli elettori, quindi?

La responsabilità è di quei partiti, di quegli intellettuali e di quegli elettori che non hanno voluto calcolare nei loro giudizi critici nei confronti del referendum costituzionale le conseguenze del “no”. Quanti di questi hanno detto che bisognava votare la sostanza senza valutare le conseguenze? Ecco, ora siamo però di fronte alle conseguenze. Con quel “no” si è affossata anche la riforma elettorale.

Ora è iniziata la fase delle proiezioni elettorali prima del voto. Che cosa si ricava?

In base alle mie simulazioni, una maggioranza alla Camera è molto difficile e lo stesso risultato è stato ottenuto anche dalle analisi dei principali quotidiani, con dati sostanzialmente convergenti. Al Senato la situazione è leggermente più facile, invece.

E questa differenza come si spiega?

Una delle motivazioni è ovviamente il diverso sistema elettorale, ma la principale ragione è la diversità dei corpi elettorali. Al Senato non votano circa 5 milioni di giovani e questo agevola i cosiddetti partiti tradizionali.

Con quali esiti, quindi?

Al Senato, secondo le mie simulazioni, è possibile una maggioranza Pd con Forza Italia, con o senza l’aggiunta di Alfano. Questa maggioranza, che è anche l’unica plausibile, è invece molto più difficile da ottenere alla Camera.

Presentato così, sembra si tratti uno status quo difficilmente modificabile.

Lo status quo definisce gli interessi delle parti: conviene a qualcuno e non ad altri. Ora è un gioco di veti incrociati, basta leggere le proposte in campo. Per esempio, l’ipotesi di consentire il voto alle coalizioni alla Camera conviene a Lega Nord e Fratelli d’Italia, ma non a Partito Democratico e Movimento 5 Stelle. Lo stesso vale per la proposta di abbassare le soglie di sbarramento al Senato: conviene a Ncd e a Sinistra Italiana, ma non al Pd.

La sentenza, però, ha conservato il premio di maggioranza alla Camera per il partito che supera il 40%, una chimera irraggiungibile?

Oggi nessuno arriva al 40% e per questo il sistema è sostanzialmente proporzionale.

Lei rimane convinto che il maggioritario sia il sistema che meglio garantirebbe la governabilità?

Il maggioritario è l’unico sistema che la garantirebbe. Io però rimango convinto soprattutto del fatto che, in una situazione come la nostra, la soluzione più giusta e idonea a questa fase storica sia il ballottaggio.

Lei è stato fautore del ballottaggio nell’Italicum. Lo ritiene un meccanismo auspicabile, nonostante la bocciatura della Consulta?

Il ballottaggio significa dare un secondo voto agli italiani: se il primo voto non permette una maggioranza, si offre una seconda possibilità di esprimerla. Invece con i sistemi proporzionali è possibile un solo voto e, se quello non funziona, non si può fare nulla se non tornare a votare. Di questo è esemplificativa la situazione spagnola, dove dopo otto mesi si è già dovuti tornare alle urne. Lo stesso, forse, succederà anche in Italia.

Per risolvere il problema della governabilità, è stato proposto un ritorno alle coalizioni…

Il problema non è la coalizione in sé, ma il fatto che nemmeno le coalizioni, allo stato attuale, arriverebbero ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi.

Provando a fare una previsione, secondo lei si andrà a votare con il sistema elettorale frutto della sentenza della Consulta?

Io credo che voteremo con questa legge elettorale, forse con qualche piccola modifica.

E’ possibile ipotizzare una data?

Non sono un politico, quindi non posso dirlo. Ciò che rilevo è che prima della sentenza non era possibile votare, oggi invece è possibile.

Non è vero, quindi, che i sistemi sono troppo diversi?

I sistemi sono sì diversi, ma si può comunque andare a votare. Prima, invece, erano davvero troppo diversi per farlo.

C’è chi teme un Parlamento di nominati…

Alla Camera prevarranno i nominati, al Senato invece ci saranno solo senatori eletti con voto di preferenza. Io però non sono un fautore del voto di preferenza, perchè lo considero, almeno oggi in Italia, come un sistema con più difetti che pregi.

 

 

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