Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Il monito dell’Europa all’Italia: «Avete troppi Pm in politica»

Ignorata da tutti la raccomandazione di Strasburgo: "La sovrapposizione dei ruoli mette a rischio l'imparzialità dei magistrati: è un conflitto di interessi"
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Chi indossa la toga non solo deve essere imparziale, ma non deve neppure suscitare in chi è sottoposto alla giustizia il timore di essere discriminato in ragione di un’appartenenza politica diversa da quella del giudice. È questa la raccomandazione che arriva al nostro Paese dal Consiglio d’Europa, più precisamente l’organizzazione “Gruppo di Stati contro la corruzione”. Nel documento vengono rivolte 12 raccomandazioni, e alla numero 10 arriva quella su giudici e attività politica. Si esorta appunto a dotarsi di una legge che sancisca l’incompatibilità, e più in generale tratti “la questione dell’impegno dei magistrati nella vita politica sotto tutti gli aspetti sul piano legislativo”. Secondo una logica semplicissima ed evocata solennemente un giorno sì e l’altro pure in tutti i convegni sul tema: “L’impatto sui principi di indipendenza e di imparzialità ( reali o percepiti) del sistema giudiziario”. Interessante il fatto che un tema simile confluisca in un raporto sulla corruzione. Interessante ma non casuale.

L’Italia è in ritardo nel regolare l’attività politica dei magistrati. Lo dice il Consiglio d’Europa, più precisamente l’organizzazione “Gruppo di Stati contro la corruzione” ( Gr. e. co.), che del Consiglio d’Europa fa parte. A far emergere la questione in realtà aveva provveduto anche il dibattito del giorno prima sulla relazione del guardasigilli Andrea Orlando: era stato il senatore socialista Enrico Buemi a ricordare lo stallo della legge sul conflitto d’interessi delle toghe in politica. Suona in ogni caso come un paradosso che a biasimare le istituzioni nazionali per un vulnus notissimo a Parlamento, governo e Csm, debba provvedere un ente sovranazionale con sede a Strasburgo. I rilievi sulla “incompatibilita tra l’esercizio simultaneo della funzione di magistrato e quella di membro di un’amministrazione locale” sono contenuti addirittura in un rapporto sulla corruzione e sugli strumenti adottati in Italia per prevenirla. Nel documento vengono rivolte 12 raccomandazioni, e alla numero 10 arriva quella su giudici e attività politica. Si esorta appunto a dotarsi di una legge che sancisca l’incompatibilità, e più in generale tratti “la questione dell’impegno dei magistrati nella vita politica sotto tutti gli aspetti sul piano legislativo”. Secondo una logica semplicissima ed evocata solennemente un giorno sì e l’altro pure in tutti i convegni sul tema: “L’impatto sui principi di indipendenza e di imparzialità ( reali o percepiti) del sistema giudiziario”. Chi indossa la toga non solo deve essere imparziale, ma non deve neppure suscitare in chi è sottoposto alla giustizia il timore di essere discriminato in ragione di un’appartenenza politica diversa da quella del giudice. Interessante il fatto che un tema simile confluisca in un rapporto sulla corruzione. Interessante ma non casuale: secondo il “Gr. e. co.” del Consiglio d’Europa, infatti, “al Paese si possono riconoscere gli sforzi compiti nella lotta alla corruzione”, ma manca ancora un tassello: ed è quello della “prevenzione e del contrasto ai conflitti di interesse”. È qui che bisogna intervenire, e di fatto la questione dei giudici in politica è, secondo l’organizzazione di Strasburgo, uno dei tanti possibili risvolti del conflitto di interesse.

Tra le altre raccomandazioni, ce ne sono alcune che richiamano l’urgenza di interventi legislativi come quello sulla prescrizione. Ma fa pensare che per il Consiglio d’Europa una delle prime cose da fare consisterebbe nel rafforzamento dei controlli sui reddito dei magistrati, “in particolare garantendo una verifica piu approfondita delle dichiarazioni stesse e sanzionando in seguito le violazioni riscontrate”. Addirittura.

Parlamento italiano inerte in materia? Non proprio. Il testo è ora alla Camera e ne è relatore il capogruppo pd in commissione Giustizia Walter Verini. Il quale ricorda che sì, “la legge è in attesa da qualche mese, ma su un binario che ne frattempo ha visto sfrecciare parecchi convogli: abbiamo licenziato leggi come quelle su lotta alla mafia, beni confiscati, unioni civili, caporalato. Il diritto fallimentare è stato appena chiuso in commissione, così come il provvedimento sui testimoni di giustizia. Siamo andati al galoppo”, rivendica Verini, “e si è ritenuto che la legge sull’attività politica dei magistrati fosse meno urgente di altre. Il che non significa che, visto il ritmo, la lasceremo morire lì”. Al momento il progetto prevede di stabilire un “tempo di decantazione” per i magistrati che passano da una funzione all’altra: almeno due anni prima che un giudice possa tornare a esercitare le funzioni nel collegio in cui era stato eletto parlamentare, e viceversa. Si valuterà come regolare i mandati da assessori e simili. Certo è che la sesta commissione del Csm aveva adottato già nel 2015 una delibera con previsioni anche più severe: rientro in magistratura impossibile per quei giudici eletti alla Camera o al Senato, con assegnazione ad altri ranghi della pubblica amministrazione, seppur con lo stesso stipendio.

Adesso arriva il richiamo di Strasburgo. Che sempre a proposito di magistrati osserva ancora:“Il ruolo di supervisione del Consiglio superiore della magistratura sui programmi organizzativi delle Procure dovrebbe essere rafforzato, per aumentare la trasparenza e l’obiettività della gestione”. Altro rilievo che implicitamente allude al rischio di un’azione penale strumentalizzata a fini politici. L’avesse detto un parlamentare italiano, l’Anm sarebbe insorta. E invece il “Gr. e. co.” entra nei dettagli, si preoccupa di ricordare persino che “i poteri decisionali e le funzioni di supervisione e di controllo dei procuratori capo sono logici ed accettabili in una struttura gerarchica”; ma che “le decisioni sull’assegnazione dei casi, come pure i meccanismi per risolvere potenziali conflitti all’interno degli uffici, dovrebbero essere guidati da criteri rigidi e prestabiliti, soggetti a controlli da parte del Csm”. Che a pensarci bene è la ratio delle contestazioni di Alfredo Robledo a Edmondo Bruti Liberati. Ma in proposito, di sanzioni disciplinari nei confronti dei m in questione non ne sono mai arrivate.

Ultime News

Articoli Correlati