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Il populismo bussa sulle urne di mezza Europa

Nel giro di pochi mesi si andrà al voto in Olanda, Francia e Germania. La vecchia Europa trema… Ad Amsterdam rischia di vincere il partito della libertà di Geert Wilders.
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Forse per l’Europa non sarà l’anno zero, ma il rischio ci sta tutto e nelle celebri ‘cancellerie’ europee, per non parlare della Casa bianca e del Cremlino, nessuno se lo nasconde. Nei prossimi 12 mesi o poco più si succederanno, anche senza contare i probabili imprevisti, cinque o sei prove elettorali che comunque, in un modo o nell’altro, rimodelleranno la fisionomia politica del continente e dell’Unione europea. Il 15 marzo si voterà in Olanda, il 23 aprile, con ballottaggio il 7 maggio, in Francia, in settembre si svolgeranno il referendum sull’indipendenza della Catalogna e le elezioni in Germania. In ottobre voterà la Repubblica Ceca. L’Italia andrà al voto in una data da precisarsi tra il prossimo giugno e i primi mesi del 2018. L’esito del voto negli altri paesi europei condizionerà in maniera forse decisiva sia la longevità del governo Gentiloni, sia l’esito dei contenziosi aperti tra Italia e Ue: la manovra aggiuntiva già richiesta dall’Europa, la tutt’altro che risolta trattativa sul salvataggio della banche italiane e la clausola di salvaguardia che in teoria dovrebbe scattare subito dopo l’estate.

In Olanda, quinto paese più grande dell’eurozona e bastione del rigorismo, i sondaggi registrano per ora un testa a testa tra il Pvv, il Partito della libertà di Geert Wilders, e il Vvd, il partito liberale guidato da Mark Rutte, oggi primo ministro. A confronto con il partito di Wilders, l’M5S è un modello di democrazia interna e il Front National francese un esempio di saggio moderatismo. Il Pvv conta un solo iscritto: Geerd Wilders. Il rapporto tra vertice e base è ridotto all’osso: il capo e unico iscritto decide, gli elettori seguono. I finanziamenti sono misteriosi: in Olanda solo quelli statali devono infatti essere resi pubblici. Con un solo iscritto, va da sé che di congressi non c’è alcun bisogno e gli stessi comizi elettorali si tengono a porte chiuse. Il programma è sintetico ma a modo suo chiaro: anti- islamismo assoluto, tanto che Wilders fu espulso dal Vvd proprio per essersi opposto al progetto di ingresso della Turchia nella Ue, e uscita, previo referendum, dalla Ue. Anche se risultasse il più eletto difficilmente il Pvv arriverà al governo. Però un governo di coalizione composto da partiti minoritari non potrebbe evitare di fare i conti con le tesi di Wilders, sia sul fronte dell’immigrazione sia su quello del rigore, che già ha negli olandesi i falchi più determinati.

Le elezioni in Francia saranno probabilmente quelle destinate a incidere più a fondo sugli equilibri europei. Per ora i sondaggi ancora prevedono il ballottaggio tra Marine Le Pen, leader di un Front National parzialmente ripulito dal neofascismo esplicito del fondatore e padre della attuale leader Jean-Marie, e il repubblicano Fillon. Al secondo turno la vittoria di Fillon, col carniere elettorale rimpinguato dagli elettori socialisti in nome della barriera contro l’arrembaggio della destra, è data quasi per certa. Non sarebbe una scelta indolore. Fillon è il più thatcheriano tra gli attuali leader europei, con un programma draconiano che prevede 110 mld di tagli sulla spesa pubblica, il licenziamento di 500mila funzionari pubblici e l’aumento dell’Iva sino al 40%. Legato al cattolicesimo più conservatore e anti- islamico, sia pur senza neppure sfiorare le vette di intolleranza di Wilders, propone l’introduzione di quote rigide per l’immigrazione.

Per l’Italia la vittoria di Fillon sarebbe un lutto. Negli anni scorsi il sostegno francese è stato determinante nella concessione di ampi margini di flessibilità all’Italia. Che il miracolo si ripeta con un presidente che dovrebbe macellare i dipendenti pubblici francesi e stringere al massimo i cordoni della spesa pubblica concedendo però all’Italia di navigare in direzione opposta non è molto probabile.

Nelle ultime settimane, però, sembra in netta ascesa Emmanuel Macron, leader del movimento ‘né di destra né di sinistra’ En marche!. Macron èimpegnato per un superamento non traumatico del rigore, sulla base di un progetto franco- tedesco di riforma della Ue, ed è favorevole a una politica d’accoglienza per i migranti. Per il Pd italiano la sua vittoria sarebbe quanto di meglio, soprattutto a paragone del successo di Marine Lepen, che gonfierebbe le vele dei movimenti antieuropeisti come la Lega o M5S, o del rigorista Fillon. Ma se i sondaggi profetizzano una vittoria quasi certa di Macron al ballottaggio, sia contro Lepen che contro Fillon, il suo arrivo al secondo turno è se non impossibile ancora improbabile.

A differenza che in Olanda e Francia, non c’è nessuna possibilità che in Germania prevalga l’Alleanza per la Germania, AfD, il partito di estrema destra nato con la crociata anti- europeista come cavallo di battaglia e passato poi a cavalcare invece soprattutto l’onda della protesta contro la politica d’accoglienza voluta da Frau Angela. Il successo della Merkel, almeno stando ai sondaggi, dovrebbe essere certo. L’attentato di dicembre non ha incrinato la popolarità dell’eterna cancelliera, che ha anzi guadagnato due punti, e i dati dell’economia, con la crescita del Pil maggiore negli ultimi cinque anni, certo non la danneggeranno. L’interrogativo riguarda l’affermazione di AfD, che nelle ultime elezioni politiche non aveva raggiunto il 5%. Negli ultimi mesi però ha ottenuto risultati allarmanti in Sassonia, dove col 24,2% è ora il secondo partito, nel MecLemburgo, il Land della cancelliera, dove sfiora il 21% e a Berlino, dove ha raggiunto il 14,1%: risultato quasi eccezionale in una piazza tradizionalmente di sinistra, l’ultima a essere conquistata dai nazisti negli anni ‘ 30. Le previsioni accreditano ad AfD il 13% ma sulla base delle regionali dell’anno scorso il risultato potrebbe essere più clamoroso, il che condizionerebbe inevitabilmente le politiche migratorie della Germania. Con esiti che si ripercuoterebbero subito anche sull’Italia.

Meno importanti ma certo non trascurabili le elezioni nella Repubblica Ceca. Il favorito è l’attuale ministro delle Finanze Andrej Babis, un imprenditore chiamato in patria ‘il Berlusconi ceco’. Liberale e sulla carta europeista, Babis frena però sull’adozione della moneta unica e su ogni ulteriore integrazione europea del suo Paese. E’ in questo mare ad alto rischio di tempesta che l’Italia dovrà navigare e forse votare nel 2017.

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