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Segni: «Renzi ci salvi dalla (peggiore) Prima Repubblica»

«Il maggioritario è la sola via possibile e l'ex premier è l'unico che può difenderlo»
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«Solo Matteo Renzi può opporsi a questa spinta indietro al periodo peggiore della Prima Repubblica». Mario Segni, ex parlamentare della Democrazia Cristiana e promotore del referendum abrogativo del 1991 ( il primo mai ammesso sulla legge elettorale e che introdusse la preferenza unica alla Camera dei Deputati) non ha dubbi: «La battaglia per un sistema maggioritario deve essere combattuta dall’ex premier». La preoccupazione di Segni è che si torni alla ( parte peggiore) della Prima Repubblica: «Quel periodo della nostra storia, infatti, si divide in due fasi: la prima, quella dei governi De Gasperi che coincide con la grande storia della ricostruzione del Paese; una seconda di profonda decadenza».

«Solo Matteo Renzi può opporsi a questa spinta indietro al periodo peggiore della Prima Repubblica». Mario Segni, ex parlamentare della Democrazia Cristiana e promotore del referendum abrogativo del 1991 ( il primo mai ammesso sulla legge elettorale e che introdusse la preferenza unica alla Camera dei Deputati) non ha dubbi: «la battaglia per un sistema maggioritario deve essere combattuta dall’ex premier».

Quali cambiamenti ha portato il referendum del 4 dicembre nella politica italiana?
La sconfitta referendaria di Renzi è stata uno spartiacque, che rientra nella stessa tendenza che ha determinato altri due grandi eventi del 2016: la Brexit e la vittoria di Trump in America. Sono tutti elementi che evidenziano un dato chiaro: il mondo occidentale sta vivendo una profonda marcia indietro. Potremmo definirlo un tentativo di restaurazione di ciò che era alcuni decenni fa. Per l’Italia, esattamente a trent’anni fa.

Un desiderio di Prima Repubblica?
Una tendenza a collocarci nel momento peggiore della Prima Repubblica, mettendo in pericolo tutte quelle che sono state le conquiste di questi ultimi anni. Non dimentichiamo, infatti, che la Prima Repubblica si divide in due fasi: la prima, quella dei governi De Gasperi e del primo centrosinistra, che coincide con la grande storia della ricostruzione del Paese; una seconda, invece, che parte dalla fine degli anni Sessanta, di profonda decadenza.

Un ritorno indietro che riguarda anche la legge elettorale. Lei è stato protagonista della nascita del sistema maggioritario con i due referendum del 1991 e 1993, che cosa è rimasto?
Proviamo a tornare indietro coi ricordi, a ciò che successe negli anni Novanta. Sulla scia di una crisi economica segnata dalla svalutazione della lira, ma anche politica e morale con l’inchiesta su Tangentopoli, l’Italia diede vita ad un sistema maggioritario. Negli ultimi vent’anni, in Italia si è votato direttamente per scegliere il premier, come in tutte le grandi democrazie occidentali. Gli anni Novanta hanno rappresentato una grande conquista democratica per i cittadini e oggi si vuole mettere in dubbio tutto questo.

Era forse un’Italia diversa?
Io all’epoca presiedevo il comitato referendario e la nostra fu una rivoluzione bellissima, in un clima che era esattamente l’opposto di oggi: erano gli anni della speranza e del grande balzo in avanti, con l’obiettivo di fare dell’Italia una delle prime nazioni d’Europa. Nulla a che vedere con l’oggi, in cui la percezione dominante è quella di un cupo pessimismo.

Eppure, si potrebbe obiettare, oggi anche il sistema politico è diverso. Il sistema deve adattarsi ad un presente con tre forze in campo che quasi si equivalgono…
Questo è un cambiamento politico. Ma attenzione, il sistema istituzionale non è legato al sistema dei partiti: l’Inghilterra convive ormai da decenni con tre partiti e lo stesso vale per la Francia. Il sistema deve funzionare comunque, però: i partiti possono coalizzarsi, ma deve rimanere al centro il principio che la scelta spetti al cittadino e non ad una miscellanea fatta dopo.

Il sistema non può modellarsi sui partiti, dunque?
Assolutamente no, altrimenti avremmo un sistema ballerino, con partiti che si ritagliano addosso la legge giusta al momento giusto. I sistemi istituzionali devono essere durevoli e prescindere dalle contingenze del momento.

E come si esce dall’impasse in cui oggi è impaludata la politica?
Esistono soluzioni politiche: c’è qualcuno che vuol fare la battaglia per andare avanti? Qualcuno che non accetta supinamente di tornare nella palude dei governi delle larghe intese, che spartiscono il potere ma non governano?

Lo chiedo a lei, c’è qualcuno?
Io vedo un’unica persona in condizione di farlo, ed è Matteo Renzi. Dopo la sconfitta referendaria e una campagna che ha portato avanti sostanzialmente da solo, Renzi ha sostenuto di avere il 40% dei consensi. Se questo è vero, lui dovrebbe sentirsi obbligato a far sì che si crei un sistema che permette a questo 40% di governare. Per farlo, dovrebbe difendere a testa bassa e con chiarezza una legge elettorale maggioritaria.

Attualmente, in Parlamento, il Partito Democratico ripartirà dal Mattarellum…
La partenza dal Mattarellum è giusta, perché è stata la legge che ha tradotto la vittoria referendaria del 1993 e la spinta dei cittadini verso il maggioritario. Il problema è capire se il passo successivo sarà quello di trattare per arrivare a un principio maggioritario.

Una battaglia che solo Renzi può fare?
Una battaglia che sarebbe logico facesse lui, perché in linea con la sua storia politica. Renzi è nato dalle primarie ed è figlio di un meccanismo maggioritario. Per questo ha la responsabilità di ostacolare questa deriva all’indietro. Anzi, non farlo sarebbe in contrasto con la sua linea politica di considerarsi l’interprete delle grandi rivoluzioni istituzionali.

Renzi ha detto di voler rifondare il Pd partendo da «giovani e intellettuali». Ritrova qualcosa del suo Manifesto dei 31 del 1988, con cui inaugurò la stagione referendaria?
Quella di oggi è un’Italia molto più disgregata e delusa, allora invece era un Paese pieno di speranza. Il Manifesto dei 31 fu l’atto di partenza, poi le conquiste avvennero durante la battaglia, in cui ottenemmo un voto giovanile altissimo, l’appoggio della Confindustria e quello di grandi intellettuali. Riuscimmo, insomma, a raccogliere le migliori energie italiane di destra e di sinistra intorno a un programma comune. La partenza di Renzi, dunque, è giusta, ma poi dovrà correre i proverbiali 100 metri.

A proposito di referendum, in questi anni c’è stato un ritorno all’utilizzo di questo strumento. Positivo?
Io lo considero uno strumento preziosissimo per tutte le democrazie moderne, perché difende dal rischio del distacco tra cittadini ed eletti.

Eppure c’è chi sostiene che il voto espresso riguardi più la contingenza di governo che il merito del quesito…
Personalmente, ho sempre considerato lo sfavore con cui la politica italiana ha sempre guardato al referendum come il fastidio della classe dominante verso chi vuole limitarne il potere. I rischi di un voto legato alla situazione politica ci sono, ma tutti i mezzi democratici portano con séil rischio di venire strumentalizzati. Questo, però, non significa affatto che non debbano essere utilizzati.

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